Nero profondo

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Nero profondo

Messaggio Da Artemisia il Mar 13 Set 2016, 11:50




Immergo gli occhi nell'oscurità, la graffio con lo sguardo cercando di intravedere un movimento, una forma. Non ci riesco.
Sono cieca.
Il buio mi grava addosso con una consistenza umidiccia. Avverto uno strano odore di ferro. Il dolore mi ghermisce, non c'è una sola piccola parte del mio corpo che non sia attraversata da un tormento folle. Faccio fatica a respirare tanto che tra l'inspirazione e l'espirazione potrei attraversare un oceano e ogni volta l'aria viene liberata con una tosse che mi stringe la gola. Vorrei scollarmi di dosso questa tortura, ma non posso. Sono in trappola.
Devo pensare, ma è così difficile. Uno spiraglio buca la coltre che ricopre ogni ricordo e un nome appare in tutta la sua nitidezza: Anna! Eravamo insieme prima di... prima di nulla. Non ricordo. Maledizione, perché non ricordo?
— Anna, Anna — chiamo con un filo di voce. Mi risponde il silenzio accompagnato da un lontano ronzio di mosche.
Ho sete. La lingua è enorme e non riesco a chiudere la bocca. Dio che male! 
Mi sposto di lato con una lentezza immane, allungo le braccia e la sensazione di essere circondata dal vuoto si fa più vivida che mai. L’oscurità mi avvolge, ma devo uscirne in qualche modo prima di perdere del tutto la ragione. 
— No no… di là no! — mi avverte una voce amica.
Non ci posso credere! Mi viene da piangere al richiamo di Anna che ha il potere di alleviare un po’ la mia sofferenza.
— Anna! Anna dove sei? Dove siamo? Non vedo niente — sussurro con difficoltà tra un colpo di tosse e l’altro. Non riesco a frenare un pianto liberatorio.
— Shhh… Elisa, calma! Conserva le forze, devi uscire da qui prima che lui torni.
— Lui, lui chi? E come faccio? Non vedo niente! — inizio a tremare in maniera incontrollabile.
— Hai ricevuto una forte botta in testa. Non ti preoccupare, ti aiuterò io — mi dice Anna cercando di tranquillizzarmi
Stendo un braccio verso la voce — Perché non ti avvicini Anna? — le chiedo singhiozzando
— Non posso! Tu invece puoi muoverti. Quel maledetto ci ha tramortite lungo la strada mentre tornavamo a casa.
— Ma chi... come ha fatto? — le chiedo incredula.
— Elisa, non c’è tempo… ci troviamo in un capanno. Da qui riesco a vedere un’asse schiodata, potrebbe essere una via d'uscita. Gira su te stessa e vai verso sinistra. Fa' come ti dico.
Anna mi esorta con forza.
Non capisco come potrei chiedere aiuto. Non riesco neppure a seguire le sue indicazioni. Ogni movimento, ogni passo significa nuotare in un mare di tenebra dove non c’è il sotto e il sopra, dove tutto è confuso, lo spazio ha smarrito persino i punti cardinali. Provo a muovermi. Tocco qualcosa con i polpastrelli, sembra un mobiletto di legno. Una scheggia mi si conficca sotto la pelle dell'indice. Solo un fastidio paragonato al dolore che mi percorre le membra. Sfioro qualcosa di morbido sopra il ripiano: un pezzo di tessuto che mi arrotolo automaticamente intorno alla mano che mi brucia.
— Anna che faccio ora? — chiedo tremante.
— Vai avanti!
Striscio la mano lungo il bordo del mobile, ma poi inciampo su qualcosa e cado con la faccia a terra. Mi entra il terreno in bocca che riesco a sputare solo in parte.
— ELISA ALZATI SUBITO! — Anna è quasi isterica — sulla tua destra c'è una rastrelliera con alcuni attrezzi da lavoro, prendine uno. 
Mi giro e sbatto contro qualcosa. Tocco alcuni raggi di ferro, mi rendo conto che si tratta di una rastrello. Tento di prenderlo.
— No no... non va bene! Vai più avanti c’è un piccone, ti servirà per schiodare l’asse. 
Trovo con facilità il piccone, lo stacco dalla parete e lo impugno con entrambi le mani. È pesantissimo, quasi non riesco a trasportarlo. Mi sento troppo debole. 
— Adesso torna indietro. Coraggio Elisa!
Per me non esiste un davanti e un dietro, sono stanca e smarrita. Cerco, comunque, di eseguire i comandi di Anna come una bimba spaurita che ascolta i consigli della mamma. Stringo i denti e aggrappandomi ai bordi del mobile faccio il percorso inverso. 
— Bene, ora sposta il mobile, basta poco, ce la puoi fare!
Mi metto di spalle contro il mobile e spingo facendo forza sulle gambe. Per fortuna si sposta con facilità.
— Ora con le mani cerca di trovare la fessura. Inserisci la punta del piccone nell’intercapedine — sento Anna lontanissima. Forse sto per perdere i sensi.
Ho il fiatone come se avessi scalato una montagna. Faccio scivolare le dita sulla parete di legno davanti a me fino a trovare uno spazio. Introduco il piccone e tiro all’insù. L’asse cede immediatamente e avverto un lieve tepore sulla pelle del viso: un raggio di sole. Stringo gli occhi come se fossi stata accecata da un’esplosione di luce che è solo nella mia testa. L’apertura è tale che non mi permette di attraversarla nemmeno se mi metto di lato, così aiutandomi sempre con il piccone spingo all’infuori un altro pezzo di legno.
Sento il click dell’interruttore della luce, seguito da uno strano risucchio. Qualcuno è entrato nella stanza! Chiunque sia, è sorpreso di vedermi lì con un piccone in mano.
— Elisa, è lui. Attenta, non sa che non ci vedi — le parole di Anna mi arrivano come se mi fossero sussurrate direttamente nell’orecchio.
— Vieni avanti maledetto – urlo digrignando i denti come un cane, cercando di mascherare la paura.
L'uomo ride malignamente.
Devo guadagnare tempo, devo riflettere e devo cercare di non svenire, non mi reggono più le gambe.
— PORCO BASTARDO, LASCIA STARE LA MIA AMICA! — La voce di Anna è piena di rabbia.
L’uomo manda un urlo disumano. Non capisco cosa sia successo. È spaventato a morte. Alzo il piccone d’istinto. Sento una mano che lo impugna con me e che lo dirige in avanti. Il cuore fa un balzo, lo sento in gola. Anna si è liberata!? 
Calo il piccone con una forza raddoppiata che si conficca in qualcosa di duro. Schizzi caldi mi piovono addosso. Lascio il manico e scivolo a terra. Nello stesso momento un forte tonfo accompagna la mia caduta.
— VIAAA, esci di qui Elisa! — urla Anna.
— Anna, non ce la faccio… vai tu! — sono stremata, ma nello stesso momento cerco di trovare la forza da qualche parte dentro di me. I miei pensieri iniziano a confondersi. Non mi sono mossa molto dal punto in cui ho divelto le assi di legno. Ritrovo l’apertura con facilità e l’attraverso. Sono fuori! Per me potrebbe essere un altro “dentro” il buio non ha cambiato tonalità.  Faccio un lungo respiro, l’aria pulita mi riempie i polmoni. Nel capanno c’era un odore orrendo e un ronzio fastidioso. Anche i suoni mi appaiono più puliti. Cammino piano come una bimba che ha appena imparato a camminare. 
— Aiutatemi, aiutatemi! — continuo a ripetere come una cantilena. In realtà le parole rimangono intrappolate nella mente e non si traducono in suono anche se ho l’impressione di urlare.
Mi fermo terrorizzata, sento avvicinarsi dei passi. Le parole che odo prima di scivolare nel buio dell’incoscienza sono: — Oh mio Dio!

I carabinieri entrano nel capanno. Ogni centimetro quadrato di quel posto puzza di morte. Il pavimento, le pareti e il soffitto gocciolano sangue. A terra c'è un uomo con il cranio fracassato e in un angolo il corpo nudo straziato di una ragazza, fatto a pezzi. Gli occhi rossi sbarrati e gonfi urlano una sofferenza infinita. Una gamba è appoggiata al muro, come un bastone da passeggio. Accanto, un sacco rovesciato da cui fuoriesce un braccio. E tutt’intorno un nugolo di mosche a ricoprire ogni cosa. Uno dei carabinieri si preme la mano sulla bocca per trattenere il vomito, l’altro sente gli occhi bruciare, ma non permette a una sola lacrima di scivolare via, prigioniera di una visione che rimarrà indelebile nella  mente. 

Da qualche giorno ombre fievoli appaiono sfuggenti. Il dottore mi ha assicurato che presto rivedrò ogni cosa con chiarezza. Io invece sono sicura che mai più potrò vedere il mondo con gli stessi occhi. I miei occhi si sono chiusi per sempre insieme a quelli di Anna.
Anna è morta! Così mi ha detto il capo della polizia, con parole ferme ma che faticano a penetrare la mia ragione. 
— Elisa, ascolta non c’era nessuno lì con te nel capanno. — L’uomo aveva fatto una pausa prima di aggiungere — Almeno nessuna persona viva. Anna non poteva parlarti perché era già morta, quel mostro… l’aveva fatta a pezzi.
Non lo accetterò mai. Anna era lì con me... lì con me...

Racconto selezionato per l'antologia "Racconti da brivido" - Alcheringa Ed.

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"Se uno sogna da solo, è solo un sogno. Se molti sognano insieme, è l'inizio di una nuova realtà."
(Friedensreich Hundertwasser)
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