La realtà di un sogno

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La realtà di un sogno

Messaggio Da Artemisia il Dom 01 Nov 2015, 21:41

Salii tardi in camera. Ero stata tutto il tempo sull'argine del fiume a guardare l'acqua scorrere veloce. Avevo molti pensieri in mente che si rincorrevano scalciando.
Niente aveva senso. La mia vita era niente.
Da alcuni giorni mi trovavo a casa della nonna, in campagna.  Il contatto con la natura e con i suoi colori cangianti riusciva sempre a placare la mia irrequietezza, ma questa volta la mia anima non riusciva ad aprirsi alla bellezza della vita. Cosa mi era successo? Quale schifoso tarlo mi aveva corroso ogni scintilla di gioia?
Indossai un pigiama leggero di cotone, spensi la luce e mi stesi sul letto. La stanza si riempì delle ombre degli oggetti sfiorati dalla flebile luce della luna che penetrava dalla finestra socchiusa. La calma della notte era rotta dall'ululato prolungato di un cane. I grilli gli facevano da coro.
Ero stanca, spossata, eppure non riuscivo a rilassare la mente. Mi giravo e rigiravo nel letto.
L' angoscia per l'insoddisfazione era un masso che mi gravava sul petto e mi bloccava il respiro. Quella mattina c'era stato un momento in cui, mentre osservavo il fluire del fiume, avrei voluto immergermi nelle sue acque e lasciarmi trasportare lontano, libera dalla vita che era diventata un fardello troppo pesante da sopportare. L'apatia mi aveva avvolta e nulla riusciva a penetrarne il  tessuto per ritrovare il palpitare delle emozioni, le sole capaci di donare un senso e un valore a ogni aspetto dell'essere. Più volte sospirai, come se anche l'aria faticasse a trovare spazio dentro di me. Dopo qualche ora finalmente mi addormentai.
E sognai.

Davanti a me si ergeva un' immensa gradinata. L'atmosfera che respiravo era inquietante.
Salii con un senso di vago malessere per un tempo che mi apparve infinito, quando la paura che mi aveva accompagnato esplose in sgomento.
Ai lati, parallele, si innalzavano due pareti di loculi altissime, tanto che non riuscivo a scorgerne la cima. Nascoste da nubi argentee, esse dimoravano in un cielo triste e grigio. Ogni nicchia era adornata da enormi crisantemi rossi.
Maledizione — pensai — ancora il cimitero!
Ero consapevole che stessi sognando. Spesso nei sogni mi ritrovavo in un cimitero. Ma con uno sforzo di volontà riuscivo a svegliarmi prima che tutto si tramutasse in un incubo, ma ora, per quanto ci provassi, sentivo di essere intrappolata nel sogno.
Non ce la facevo a muovere le gambe: erano pesanti come piombo e parevano inchiodate al suolo. Fu con grandissimo sforzo che le trascinai lungo il corridoio delimitato dalle nicchie. Per calmare il battito del cuore e allontanare da me la paura, iniziai a contare i passi. Tenevo gli occhi bassi sperando che quelle tombe non si aprissero come in un film dell'orrore, riversandomi addosso centinaia di corpi putrescenti. Cercavo di non pensarci, un tremore incontrollabile scuoteva il mio essere come un piccolo alberello in balia del vento.
Mi fermai per riprendere fiato e raccattare un po' di forza per continuare quell'infernale cammino. Sentii un lieve fruscio. Trattenni il fiato e quando alzai la testa non c'era uno zombi pronto a lacerare a morsi la mia carne, ma un piccolo bimbo con riccioli biondi, occhi scurissimi molto intensi, coperto da una tunica bianca che gli arrivava fino ai piedi. Un particolare attrasse la mia attenzione: aveva una piccola gobba sulla schiena. Ci guardammo per un lungo momento. Poi lui parlò.
– Guarda – disse, indicando le centinaia di nicchie – sono i giorni che hai sprecato!
– I giorni che ho sprecato? – domandai sorpresa.
– Sì, i giorni che hai lasciato morire nell'apatia e nell'attesa di quel qualcosa di indefinibile verso cui ti protendi senza alcuna possibilità di afferrare o semplicemente di capire.
Capire? Effettivamente non capivo. Allora gli chiesi: – Tu chi sei?
Lui mi rispose con un'altra domanda: – Tu cosa vuoi?
Ci pensai solo un istante: – La felicità! – dissi sicura.
Il bambino sospirò e quando parlò di nuovo la voce aveva perso l'inflessione infantile. Il timbro vocale era basso e rauco, sembrava venire da molto lontano e un brivido mi percorse il corpo.
– La felicità è come un'onda che lambisce un attimo la riva. Dopo un po' si ritrae per mescolarsi all'immensità dell'oceano. – Fece una lunga pausa, poi continuò – È un incantesimo e come tale svanisce facilmente. L'artefice di tale magia è il cuore, ma esso deve essere colmo d'amore e aperto alla vita. Mi hai chiesto chi sono, ebbene io sono il Presente.
Una lacrima gli germogliò negli occhi scuri come una gemma piccola e preziosa, poi aggiunse: – Non mi hai mai guardato in faccia, non hai permesso alle mie ali di crescere e dispiegarsi. Hai rivolto tutta te stessa all'incerto Futuro e i giorni ti sono rotolati via come tante goccioline di rugiada che scivolano giù da una foglia. Ti sei fatta sedurre dal nulla, dal vuoto ed ecco il risultato. – Di nuovo mi costrinse a guardare quella mostruosità che mi circondava.
Iniziai a tremare, il tono del bimbo era diventato minaccioso.
Cosa mi sarebbe successo? Perché non riuscivo a svegliarmi? Sentivo che la fine era vicina, sarei morta uccisa dal mio stesso incubo.
Il terrore raggiunse limiti inesplicabili quando, a uno a uno, come le pedine del domino, i loculi iniziarono ad aprirsi; ma ancora una volta non furono i morti putrescenti a farmi del male. A ferirmi furono i ricordi dei giorni passati, persi per sempre, sprecati senza avere la possibilità di donare ad alcuno l'amore che avevo congelato nel mio cuore.
I ricordi si riversarono su di me come una grossa valanga di fango nero. Fui inghiottita dall'oscurità. Ogni giorno passato si trasformò in una bocca famelica che con i suoi denti aguzzi mi strappava un lembo di pelle. Un morso, poi un altro e un altro ancora: il dolore divenne un'entità viva che si impadronì di ogni parte del corpo. Il sangue cominciò a scorrere copioso raccogliendosi ai miei piedi. Il buio mi circondava, eppure riuscivo a scorgere il rosso vischioso del mio sangue, che sembrava palpitare di una luminosità aliena. Stavo per scomparire divorata dal Passato.
Iniziai a piangere e a pregare.
Chiesi a Dio di starmi vicino e per la prima volta nella vita ebbi la consapevolezza della sua presenza. Compresi con un misto di angoscia ed esaltazione che era stato sempre vicino a me e in me, ma che non ero stata in grado di percepirlo, perché non avevo saputo ascoltare. E fu così che, in quel buio assoluto vidi una piuma bianca, irrorata da una luce splendente, volteggiare nell'aria, lieve come una farfalla.
Nessuna cosa mi era mai parsa più bella di quella piuma che illuminò il mio spirito come una stella.
Soffrivo, ma sorrisi. Finalmente avevo capito quale cosa meravigliosa fosse la vita.
Il dolore, la paura avevano risvegliato in me la speranza.
Allora comparve un giovane bellissimo che aveva due ali di piume lucenti spiegate dietro la schiena. Il bimbo era cresciuto! Mi sorrise e mi guardò con profonda riconoscenza.
Quando parlò, la voce risuonò melodiosa: – Vivi ogni minuto della tua vita come se fosse l'ultimo,  comprenderai quanto il tempo sia prezioso. Sorridi alla vita come hai fatto poco fa, donati a essa completamente, senza alcuna riserva, e vedrai che dietro l'angolo troverai la felicità.
Mi svegliai.
Sapevo di aver vissuto un'esperienza che andava la di là di un semplice sogno e ne ebbi la conferma quando scesi dal letto. Sul tappeto c'era una morbida piuma bianca che raccolsi e strinsi forte nel palmo della mano.


Racconto selezionato per l'antologia "I sogni sono come le farfalle" Alcheringa Ed.

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"Se uno sogna da solo, è solo un sogno. Se molti sognano insieme, è l'inizio di una nuova realtà."
(Friedensreich Hundertwasser)
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