Il baco e la farfalla (capitolo 39)

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Il baco e la farfalla (capitolo 39)

Messaggio Da Diego Repetto il Mar 22 Apr 2014, 16:47

Dicembre 2006

Controllo per l’ennesima volta di avere inserito le pile nel registratore. Ci sono, quattro da 1,5 volt. Lo guardo, è un vecchio registratore bianco. Chi lo avrebbe mai detto che nell’era del compact disc sarebbe tornato utile! Lo infilo nella borsa, insieme a due cassette da novanta. Mi chiedo se centottanta minuti possano bastare per una vita intera. Forse no, ma quello sarà più o meno il tempo che avrò a disposizione. Sono già le tre passate, il viaggio durerà all’incirca un’ora e mezza, ma potrebbe esserci nebbia e potrei impiegarci di più, e ho promesso a Cecilia che stasera saremmo andati al cinema al secondo spettacolo. Non abbiamo avuto tempo di scegliere il film, le ho chiesto di farlo lei, per fortuna abbiamo gli stessi gusti. Inserisco “Riportando tutto a casa” dei Modena City Ramblers nell’autoradio. Ne hanno fatti altri, ma quel primo disco resta di gran lunga il migliore. Metto in moto e parto.
Dopo i Giovi l’autostrada fila via dritta verso la pianura. Tiro un sospiro di sollievo, di nebbia per il momento non se ne vede. L’aria limpida e le tre corsie rappresentano un’insidiosa tentazione per il piede destro, ma non ho fretta, all’appuntamento manca ancora un’ora e un quarto. Forse ho anche il tempo di fermarmi a un autogrill per un caffè. Le note del folk irlandese che si aggirano allegre per l’abitacolo prendono per mano i miei pensieri e li riportano indietro fino all’inizio di questa avventura. Esattamente quattro sere fa.
È la vigilia di Natale. Nella mia famiglia si è sempre festeggiato il venticinque e il ventiquattro è sempre stato un giorno come gli altri. A cena mi ritrovo solo con mia madre. Sono contento, non abbiamo più molte occasioni per stare insieme da quando mi sono trasferito a vivere all’estero per inseguire un futuro da ricercatore che in Italia non vedevo possibile. La luce che si sprigiona dai suoi occhi mi confida che anche lei lo è. Così, senza un motivo apparente, inizia a raccontarmi la storia della sua famiglia. Già altre volte lo ha fatto, ma stavolta è prodiga di particolari e il racconto si arricchisce di dettagli finora sconosciuti. Sembra quasi che stia facendo un esercizio mnemonico per fissare in testa fatti e persone. La conferma me la dà lei stessa, mi dice che è un peccato che si perda la memoria di ciò che è accaduto in passato, che ci si dimentichi da dove sono sgorgate e quale percorso hanno compiuto le acque che noi, oggi, stiamo navigando. Che non si sappia perché la corrente a volte è calma e altre volte invece turbolenta. Perché le acque hanno quel colore e quell’odore. Perché a volte sono nitide e trasparenti e altre volte invece putride e contaminate. E mi racconta di quel suo fratellastro che io non conosco, che ho visto una sola volta, fugacemente, quando avevo cinque anni. Una persona della quale lei non mi ha mai detto molto in passato. Ora, invece, me ne parla. Mi racconta di tutto ciò che gli è accaduto nella vita, quello per lo meno di cui lei è a conoscenza, ma, precisa, sicuramente ci sono un sacco di cose che lei non sa. Di quanto la sua vita sia stata avventurosa e segnata dal destino, tanto che ci si potrebbe scrivere un libro. Mi racconta dell’ultima disavventura che lo ha colpito poco più di un anno fa e di cui sa poco. Pare che sia stato indagato per un traffico illecito di Mercedes dalla Germania, ma appare alquanto improbabile che sia effettivamente responsabile dato che all’epoca dei fatti di cui è accusato si trovava agli arresti domiciliari, per un’altra vicenda, altrettanto complessa. La vedo accendersi. In questo mondo, si sfoga con amarezza, sono sempre i più deboli a pagare il prezzo più alto. Sono coloro che non possono volare ad essere presi ogni volta come capro espiatorio. E non volano non perché non vogliano, ma perché il fato o, in molti casi, qualcuno più potente ha spezzato loro le ali. Dopo essersi sfogata, Giovanna continua più calma. Lui sì che ha buona memoria, mi dice. Si ricorda tutto. Dovresti incontrarlo e farti raccontare, e poi magari scrivere.
Quando lo chiamo, il giorno dopo, sembra felice all’idea di un nostro incontro. Mi offro di andare io da lui, a Vigevano, dove vive con l’attuale compagna. Quel poco che mi ha raccontato mia madre ha scatenato in me una curiosità onnivora nei confronti di quest’uomo che sto per conoscere. Provo a immaginarmelo, mia madre mi ha detto che assomiglia a mia nonna. Ma Costanza è morta quando avevo tre anni, di lei conservo solamente uno sbiadito ricordo fotografico.
Guardo l’ora, sono in anticipo, mi fermo per un caffè e per fare benzina. Prima di risalire in macchina chiamo Cecilia. Andiamo a vedere un film di Virzì, se riesco a tornare in tempo. Per fortuna la stazione è ben indicata. Eccola. Sono dieci minuti in anticipo. Scendo, mi guardo intorno, cerco di fare capire che sto aspettando qualcuno nella speranza di essere riconosciuto. Riguardo l’orologio, mi accorgo di essere un po’ nervoso. È normale, mi dico. Passano i minuti, lenti. Qualcuno ha urlato il mio nome, mi volto. Un uomo affacciato al finestrino di una Fiesta nera mi fa un cenno con la mano. Al volante c’è una donna con i capelli ricci. Entro in macchina e li seguo fino a una palazzina di periferia. Parcheggio, esco e resto in attesa. Mi viene incontro.
“Ciao, ben arrivato”.
“Grazie, ciao”.
Non ci siamo presentati. Non ce n’è bisogno, lui sa perfettamente chi sono io e io chi è lui. Secondo i miei calcoli dovrebbe avere sessantotto anni, ma ne dimostra qualcuno in più. Ha un viso scavato e triangolare che ricorda L’Urlo di Munch. Mi presenta invece, come suo nipote, alla donna che lo ha accompagnato. Si chiama Leo. Saliamo con l’ascensore fino al quinto piano. Entriamo in casa. La televisione è accesa, il volume alto, un bambino grida correndo da una stanza all’altra dietro a un aeroplanino rosso di plastica che tiene in mano, con il braccio teso in avanti. Mi viene presentata Marcella, poi è il turno di Carlotta. Mi chiedo come faremo a parlare in mezzo a quella confusione. Fortunatamente mi invita a entrare in cucina e prima di chiudere la porta invita gli altri a non disturbarci. Prendiamo posto uno di fronte all’altro, ai due lati del tavolo. Al telefono gli avevo accennato il motivo della mia visita, glielo ripeto. Sospira e mi sorride.
“Da dove vuoi che parta?”.
“Dall’inizio”.
Rimane pensieroso qualche istante, poi incomincia a parlare.
“Aspetta!” lo interrompo subito. Tiro fuori il registratore dalla borsa e lo posiziono sul tavolo vicino a lui. Quasi me ne dimenticavo. Schiaccio il tasto di registrazione.
“OK, quando vuoi”.
Appoggia i gomiti sul tavolo e incrocia le dita delle mani, sotto il mento. Si schiarisce la voce.
“Il mio primo ricordo è una stanza, io sono sdraiato su un letto e sento un medico che dice a mio padre: si salverà, non si preoccupi. Il bambino non è in pericolo di vita....”.


Nota dell’autore

Quando mi è stata raccontata questa storia sono stato profondamente colpito dalla descrizione delle dure condizioni che il protagonista ha subito durante gli anni trascorsi in prigione.
Oggi, a distanza di cinquant'anni, la situazione delle carceri italiane non è migliorata e in alcuni casi, causa il sovraffollamento, addirittura peggiorata. Dal 2000 sono oltre 600 i detenuti che si sono tolti la vita. Nel solo 2010 sono stati segnalati 66 suicidi tra i detenuti e 7 tra gli agenti di polizia penitenziaria, a significare l’invivibilità di un sistema che non investe per migliorare la situazione. Nelle carceri italiane si trovano attualmente 67.800 detenuti per una capienza massima di 44.000. Il 40% è in attesa di giudizio.
La mia personale speranza è che tutto ciò possa al più presto cambiare.


Ringraziamenti

Grazie a Giancarla per avermi chiesto di scrivere questa storia e grazie a Luciano per avermela raccontata.
Grazie a Franca per aver creduto in me fin dall’inizio.
Grazie infine e soprattutto a Chiara per il suo appoggio costante, per gli utili consigli durante la scrittura, per aver riletto con pazienza il manoscritto e per il tempo che avremmo potuto trascorrere insieme a cui ha rinunciato per darmi la possibilità di scrivere questo libro.

Diego Repetto
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