Il baco e la farfalla (capitolo 38)

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Il baco e la farfalla (capitolo 38)

Messaggio Da Diego Repetto il Lun 17 Mar 2014, 11:59

Ottobre 2004

Il trillo del telefono interruppe bruscamente la monotona routine pomeridiana.
Nel dicembre del 2003 si era concluso il processo per il fallimento dell’azienda di Perugia ed ero stato condannato in via definitiva a due anni di prigione per bancarotta fraudolenta. Era stato sufficiente un certificato medico che attestava le mie precarie condizioni fisiche per convincere il giudice che i problemi che avevo al cuore erano incompatibili con la durezza della vita carceraria. Mi avevano concesso gli arresti domiciliari e trascorrevo le giornate rinchiuso in casa, impegnato a fondo a non fare nulla, con il tempo che mi scorreva addosso come il moto perpetuo dell’acqua di un fiume, erodendo poco a poco la spessa e resistente scorza che le tribolate vicende della mia vita avevano contribuito a forgiare, levigando pazientemente i tratti più aspri e pungenti del mio carattere. Mi lasciavo cullare dall’illusoria sensazione che, nell’arco della mia esistenza, mi fosse ormai successo molto più di quanto sarebbe potuto accadere a una qualsiasi altra persona alla quale fosse stato concesso il privilegio di rinascere almeno un paio di volte dopo la morte. A partire dalla perdita di mia madre poco dopo essere nato, il destino, crudele e beffardo, era giunto puntuale e insaziabile ad ogni appuntamento e, in alcuni casi, gli avevo perfino dato una mano e facilitato il compito andandogli incontro. Pensavo, stoltamente, che avesse esaurito la scorta di dolore, dimenticandomi che, per alcune persone, le riserve possono essere infinite.
Mi sollevai stancamente dal divano e trascinai il mio corpo indolenzito verso l’apparecchio.
“Pronto”.
“Guido?”.
“Sono io. Chi parla?”.
“Emanuele, il figlio di Marco”.
Lomellini. Quando a metà degli anni ottanta ero tornato a vivere in Lombardia avevo riallacciato il rapporto con Marco, rapporto che si era un po’ perso durante gli anni che avevo trascorso all’Elba. Con piacere di entrambi avevamo constatato che il legame speciale che ci aveva unito in passato non si era per niente affievolito. Avevamo iniziato a rivederci sporadicamente e solamente quando nel 1990, dopo avere dedicato anima e corpo al lavoro per una vita intera, Marco decise finalmente di andare in pensione incrementammo la frequenza dei nostri incontri a un paio di volte al mese. La lontananza dal lavoro aveva iniziato presto a logorarlo lentamente, invece che recuperare energie si stava piano piano consumando. Ringiovanì all’improvviso quando si vide costretto nell’autunno del ’94 a riprendere in mano le redini dell’azienda di famiglia, anche se, potendo scegliere, lo avrebbe fatto in ben altre circostanze. L’impresa infatti, come molte altre del mondo imprenditoriale italiano, era stata travolta dallo scandalo di Tangentopoli e i figli, ai quali Lomellini aveva lasciato il comando, erano stati arrestati per corruzione. Marco, con la consueta abilità e grazie alle sue conoscenze nel mondo politico e in quello dei mezzi di informazione, era riuscito da un lato a risollevare le sorti dell’azienda, dall’altro a evitare che gran parte delle notizie sui problemi giudiziari filtrassero all’estero, dove maggiori erano gli interessi della multinazionale del cemento. Lomellini restò al timone fino alla fine degli anni novanta. L’uscita dal carcere dei figli e un enfisema polmonare lo costrinsero, suo malgrado, a cedere nuovamente il passo ai suoi eredi. Negli ultimi due anni precedenti alla condanna c’eravamo incontrati quattro o cinque volte appena. Brevi ma salutari boccate di ossigeno, così amava definirle, durante le quali ripercorrevamo con un pizzico di nostalgia gli anni trascorsi insieme, riesumando episodi e aneddoti appartenenti a un passato comune ormai lontano. Poi i contatti si erano ridotti a qualche rara telefonata e a un paio di sue visite.
Emanuele non mi aveva mai chiamato prima di allora. In più il tono di voce risuonò nel ricevitore grave e serio. Intuii immediatamente che quella telefonata avrebbe portato cattive notizie. Cercai di esorcizzare i tristi presagi simulando serenità.
“Ciao, che sorpresa! Come va?”.
“Male. Hanno ricoverato mio padre d’urgenza ieri sera”.
Avrei dovuto aspettarmelo, in fondo Lomellini aveva ottantasei anni e la sua salute versava da mesi in precarie condizioni, eppure la notizia mi colse impreparato. Mi lasciai cadere sulla sedia posta accanto al telefono.
“È grave?” domandai quando mi fui ripreso.
“Sta morendo. I medici pensano che non supererà la notte”.
Provai a dire che mi dispiaceva, ma le parole si rifiutarono di uscire e si attorcigliarono l’una con l’altra, formando un grosso nodo in mezzo alla gola.
“È ancora lucido” continuò Emanuele “e ha chiesto di vederti”.
“Sai che non è possibile, non mi posso allontanare da casa. Se mi beccano mi sbattono dentro. Mi spiace, ma non me la sento di correre il rischio. Il Vecchio capirà”.
Lo chiamavo così in intimità, tra di noi, quando eravamo soli. Temetti che il figlio potesse risentirsi, invece non ci fece caso.
“Lo so, è per questo che ho provveduto stamattina ad inviare un fax al magistrato del Tribunale di Sorveglianza sollecitando l’autorizzazione a poterti allontanare da casa per far visita a mio padre”.
Emanuele, molti anni addietro, non era riuscito a celare una profonda gelosia per l’affetto paterno che Lomellini aveva manifestato da subito nei miei confronti. Il suo prodigarsi ora per rendere possibile un ultimo incontro tra me e suo padre mi commosse.
“Ti ringrazio. E cosa ti hanno detto?”.
“Sono in attesa di una risposta. Ho aspettato a chiamarti perché speravo di poterti già dare la notizia che eri stato autorizzato, ma finora nessuno si è fatto vivo. Appena so qualcosa ti richiamo, spero solo che non ci mettano troppo tempo, non ce ne resta molto”.
“Va bene. A dopo”.
Posai la cornetta e restai a fissare il telefono, muto. Dopo alcuni minuti mi resi conto che non aveva senso rimanere lì seduto in attesa. Mi alzai e andai in sala. Ero solo in casa. Su un ripiano della scrivania vidi il pacchetto di Diana Blu di Marcella. Dall’incidente avevo smesso di fumare. Guidato da un riflesso condizionato, presi una sigaretta, l’accesi e, senza sentirne il desiderio, aspirai ed espirai tre o quattro volte, distrattamente. Provai a formare degli anelli con il fumo. Non avevo mai imparato e nemmeno quella volta riuscii nell’intento. Spensi stizzito la sigaretta nel posacenere. La pendola appesa alla parete sopra la credenza marcò le quattro. Mai come quella volta, nell’appartamento deserto, i rintocchi risuonarono come campane a morto. Pensai a tutte le volte che Marco mi aveva chiamato o mi aveva detto di presentarmi a una certa ora in un determinato luogo. Lo avevo sempre raggiunto, mi ero sempre presentato puntuale all’appuntamento. Ora invece rischiavo di non rispondere all’ultima chiamata, quella dell’addio. Sentii una fitta allo stomaco e voglia di vomitare. Ero una belva ferita rinchiusa in gabbia, sentii che se non fossi uscito da quella prigione sarei impazzito. Se mi fosse successo qualcosa, ero sicuro che Marcella avrebbe compreso il mio gesto.
Mi ero già infilato la giacca quando suonò il telefono. Corsi verso l’apparecchio.
“Pronto”.
“Il magistrato ha concesso l’autorizzazione. Ho qui con me il fax. Vieni direttamente, se dovesse fermarti una pattuglia di loro di mettersi in contatto con il Tribunale di Sorveglianza”.
“Dove?” domandai dopo aver realizzato di non sapere il posto in cui era stato ricoverato Lomellini.
“Alla Casa di Cura San Camillo. Sai dove si trova?”.
“Sì. Ci vediamo lì”.
Non avevo più guidato da quando i medici mi avevano diagnosticato un elevato rischio di infarto. Non mi sembrava eticamente corretto mettere a repentaglio la vita degli altri per i capricci del mio cuore. Chiamai Marcella sul cellulare e le feci un rapido riassunto delle ultime ore, pregandola di raggiungermi il prima possibile e accompagnarmi da Marco. Dopo venti minuti partivamo alla volta di Milano. Durante il viaggio Marcella vegliò in silenzio sui miei pensieri. Nessuno come lei era in grado di capire quando non avevo alcuna voglia di fare conversazione. Non disse nulla nemmeno quando, dopo che tre macchine ci ebbero sorpassato una dietro l’altra, le chiesi spazientito se non poteva andare un po’ più veloce. Si limitò a pigiare un po’ di più con il piede sull’acceleratore.
Emanuele mi stava aspettando nella hall della clinica. Dal sorriso appena accennato capii che ero giunto in tempo. Nell’ascensore mi informò che suo padre era sotto l’effetto dei sedativi e non era certo che riuscisse a riconoscermi. Gli altri figli di Lomellini erano in piedi nel corridoio di fronte alla stanza. Erano soli, segno che avevano voluto mantenere il massimo riserbo sul peggioramento delle condizioni di salute del padre. Dopo una breve stretta di mano di circostanza, sospinsi la porta ed entrai nella stanza. Il letto su cui era coricato Lomellini era sul lato sinistro e la luce soffusa di un paralume sul comodino lo faceva emergere dalla penombra. Mi avvicinai con passo felpato. Il viso di Marco era pallido e avvizzito, con la pelle grinzosa come la buccia di una prugna secca. Una lunga proboscide di plastica trasparente collegata a una macchina lo aiutava a respirare. Il lento battito cardiaco era scandito da un ritmico suono elettronico che sembrava dovesse interrompersi da un momento all’altro. Un crocefisso di legno scuro, solo in mezzo alla parete bianca, vigilava attento dall’alto il sonno del moribondo. L’uomo sicuro e ottimista, convinto che nulla gli fosse precluso, l’imprenditore abile e ambizioso, capace di trasformare una piccola azienda a conduzione famigliare nella più grande multinazionale del cemento al mondo, colui che sosteneva, senza vergognarsene, che i limiti bisogna imporli agli altri altrimenti sono gli altri che li impongono a te, giaceva ora debole e indifeso, fragile come un antico vaso di terracotta, di fronte all’unico e ineludibile ostacolo che nessuno, nemmeno il più potente degli uomini, sarebbe stato in grado di sormontare. Presi una sedia vicino alla finestra e la sistemai con cautela accanto al letto.
Dopo alcuni minuti Marco si destò. Si volse a fatica verso di me e mi lanciò uno sguardo assente.
“Sono io, Guido” sussurrai.
Il mio nome non riempì il vuoto dei suoi occhi, li attraversò senza lasciare traccia.
“Guido, sono Guido”.
Immobile. I suoi occhi restarono vacui, i miei si colmarono e traboccarono di gocce salate. Gli presi la mano e iniziai ad accarezzarla. Aveva la pelle sottile come un foglio di carta velina. Non reagì, era come se i sensi lo avessero abbandonato.
“Certo che andartene così... adesso... potevi almeno aspettare che finissi di scontare ‘sti due anni... manco al funerale mi faranno venire...”.
Un sibilo prolungato dell’elettrocardiografo annunciò che il cuore di Marco aveva cessato di battere. Trascorsi alcuni istanti, la porta si aprì e un’infermiera entrò nella stanza seguita da un medico, il quale, dopo aver constatato il decesso del paziente, con un gesto meccanico e freddo ne richiuse le palpebre. Il cinismo di quell’uomo mi ferì profondamente, ma in fondo per me Marco era come un padre, per lui solo uno dei tanti che erano entrati vivi nel suo reparto e ne erano usciti cadaveri. Negli attimi successivi una spessa sfera di ovatta mi isolò da ciò che stava accadendo nella camera. Solamente quando udii lo squillo di un telefonino realizzai che Emanuele stava cercando di dirmi qualcosa.
“... cosa hai detto scusa?” domandai imbarazzato.
“È incredibile. È come se il Vecchio ti avesse aspettato per morire”.
Accennai un sorriso e lo abbracciai. La stretta mi soffocò e sentii il bisogno di aria fresca. Feci le condoglianze agli altri figli e mi avviai verso l’uscita della clinica. Marcella aveva preferito aspettarmi in macchina. Mi accomodai sul sedile e chiusi la portiera.
“Come sta?”.
“È morto pochi minuti fa”.
Mi appoggiò una mano sul braccio.
“Mi dispiace”.
“Lo so”.
“Cosa vuoi fare?”.
“Torniamo a casa”.
Tre giorni dopo si svolse il funerale. Il magistrato del Tribunale di Sorveglianza questa volta mi negò l’autorizzazione. La sera Marcella mi raccontò che aveva trovato la basilica gremita da una folla composta e silenziosa. Parenti, amici e curiosi si erano riuniti per un ultimo saluto collettivo. Di politici invece non se n’erano visti. Evidentemente i guai giudiziari della famiglia, nonostante fossero passati diversi anni, avevano lasciato il segno e nessuno, nel mondo della politica, aveva avuto piacere che il proprio nome potesse venire accostato a quello dei Lomellini.

Era trascorso un mese esatto quando ricevetti una nuova telefonata di Emanuele. Suo padre, nel testamento, aveva lasciato scritto di farmi avere un vitalizio di mille euro al mese. Marco sapeva tutto della mia nuova famiglia, dei problemi che avevamo dovuto affrontare anni addietro con Leo, dei miei recenti arresti domiciliari. Sapeva anche che i soldi non sono tutto nella vita, ma possono aiutare a gestirla e affrontarne le difficoltà con maggiore serenità. Quando era ancora vivo non me lo aveva mai proposto, forse perché sapeva che non avrei accettato. Per orgoglio, non certo perché quei soldi non ci facessero comodo. Inserendolo tra le sue ultime volontà e non potendone discutere, mi sottraeva automaticamente la possibilità di rifiutare. Una volta ricevuto il denaro, lo divisi equamente tra i figli di Marcella. E così feci per tutte le rate successive.

Diego Repetto
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