Il baco e la farfalla (capitolo 36)

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Il baco e la farfalla (capitolo 36)

Messaggio Da Diego Repetto il Mer 05 Feb 2014, 17:03

Maggio 1999

Il nuovo sindaco della Lega Nord lo aveva sbandierato più volte durante la sua campagna elettorale aggressiva e volgare. Se fosse stato eletto, una delle priorità sarebbe stata lo sgombero delle case comunali occupate. Legalità e sicurezza erano stati i cavalli di battaglia con i quali aveva conquistato le simpatie dell’elettorato, ipnotizzato dal grezzo populismo e dal vocabolario semplice e schietto del futuro primo cittadino. Gli abitanti delle case però avevano pensato che si trattasse di pura e innocua propaganda e solo quando l’ufficiale giudiziario si presentò e consegnò porta per porta l’ordine scritto, capimmo che l’imprenditore prestato alla politica faceva sul serio. In segno di protesta contro gli sgomberi, con alcuni amici camionisti bloccammo per due ore l’accesso all’aeroporto di Linate. Un’azione velleitaria e disperata, ignorata dai media, che si infranse come una bolla di sapone, senza fare rumore, contro il muro dell’indifferenza. La desolante verità infatti era che a difendere il nostro diritto alla casa eravamo soli, della nostra lotta non gliene importava niente a nessuno. Una radio locale si scomodò a realizzare un sondaggio tra i cittadini e i risultati furono schiaccianti: il settantasette per cento era a favore degli sgomberi, il quindici per cento contrario, il restante otto per cento non aveva un’opinione ben definita e preferiva non schierarsi. Il tutto era reso ancora più assurdo dal fatto che nessuno sapesse esattamente quali fossero i piani dell’amministrazione comunale. In principio si era parlato di realizzare una residenza per anziani, in seguito le nuove sedi della polizia municipale e dei pompieri, infine una biblioteca. Tutti progetti che erano esistiti solamente a parole e di cui nessuno aveva mai visto né i piani né i preventivi di spesa. Tra i più critici e pessimisti, c’era anche chi sosteneva che la giunta, una volta ottenuto lo sgombero, avrebbe votato per la vendita degli alloggi a privati, rimpinguando così le indigenti casse comunali e liberandosi, nel contempo, dell’onere di dovere decidere il futuro utilizzo di quegli spazi.

Ci eravamo trasferiti in una di quelle case popolari nel 1994 quando Carlotta, la sorella minore di Leo, aveva dato alla luce il suo primogenito avuto da un ragazzo australiano tornato in Oceania non appena aveva saputo che sarebbe diventato padre. All’epoca Marcella non aveva ancora ripreso a lavorare e una parte del mio salario serviva per aiutare la famiglia di Leo. Lei era stata licenziata quando era rimasta incinta e il marito saltava, contro la sua volontà, da un lavoro precario all’altro. Nel 1992 inoltre l’azienda di Perugia per la quale lavoravo era stata chiusa per bancarotta. Un anno prima del fallimento avevo accettato ingenuamente, allettato da un sostanzioso aumento di stipendio, di firmare alcune carte e di diventare così responsabile di fronte alla legge per tutto ciò che riguardava eventuali irregolarità compiute dall’azienda. Mi ero trovato così invischiato in un processo nel quale il vero e unico imputato avrebbe dovuto essere il proprietario, un imprenditore viscido come un serpente che, non appena si era reso conto che la barca stava affondando, aveva smesso di pagare gli operai ed era fuggito in Brasile. Sapevo in ogni modo che i tempi della giustizia erano abbastanza lunghi per non dovermi nell’immediato preoccupare più di tanto e mi ero attivato prontamente per trovare al più presto un altro lavoro. Con il nuovo incarico come custode di una ditta lombarda l’entrata mensile si era ridotta notevolmente e, dopo la nascita del primogenito di Carlotta, il mio solo stipendio non era più sufficiente per coprire le spese della famiglia intera. Nonostante la difficile situazione economica, non mi era mai capitato di provare nostalgia del tempo in cui ero stato alle dipendenze di Lomellini e neppure degli anni trascorsi all’Isola d’Elba. Marcella rappresentava per me una stabilità fisica ed emotiva che in passato avevo posseduto solamente per periodi molto brevi. I suoi figli mi avevano adottato come padre ed io, secondo un processo spontaneo e naturale, avevo adottato loro. Per la nuova dimora versavamo regolarmente un affitto al Comune. La cifra era inferiore ai prezzi di mercato, ma era ritenuta da noi equa e nessuno in municipio, prima di allora, si era mai lamentato. Poco a poco la voce si era diffusa e, seguendo il nostro esempio, altre famiglie si erano trasferite a vivere negli appartamenti vicini. Erano per lo più famiglie a monoreddito con figli a carico che non riuscivano più a reggere i ritmi dell’inflazione e che pagavano a prezzo carissimo il ristagno dei salari ed impietose ristrutturazioni aziendali. Da un punto di vista legale si era trattato di un’occupazione non autorizzata di un edificio pubblico. L’attuale sindaco però sembrava non volere ricordare che quelle abitazioni, prima di essere occupate, risultavano abbandonate da tempo e negli ultimi anni erano diventate un rifugio sicuro per topi e pipistrelli. Dimenticava inoltre che fu grazie ai nuovi inquilini che vennero ristrutturate e rese nuovamente abitabili. Ora sembrava che in Comune si fossero all’improvviso accorti dell’esistenza di quelle case e le reclamavano a gran voce, come un bambino capriccioso che rivuole indietro un suo vecchio giocattolo abbandonato non appena lo vede in mano a qualcun altro. Una mattina ci presentammo agguerriti in municipio decisi a fare valere le nostre ragioni, per ricordare al sindaco la storia del posto dove vivevamo e per dirgli che non poteva sbattere in mezzo alla strada delle persone come se niente fosse. La responsabilità del fatto che le case versassero anni addietro in condizioni di degrado non era da attribuire in alcun modo alla sua persona in quanto, ci fece notare con lo stesso tono con cui una madre redarguisce un figlio disattento, all’epoca degli episodi incriminati lui non era ancora sindaco e, confessò con un sorriso, nemmeno pensava di diventarlo. Per quanto riguardava invece il nostro futuro, si disse rammaricato per la situazione, ma d’altra parte il suo dovere era quello di preoccuparsi per il benessere della maggior parte dei cittadini e se il benessere di molti coincideva con il malessere di pochi, lo considerava tutto sommato un prezzo accettabile da pagare.

Il giorno precedente a quello prestabilito per lo sgombero passai dal benzinaio e mi feci riempire una tanica di benzina. Quando il capo dei vigili suonò il campanello, uscii sul pianerottolo e iniziai a innaffiare con cura i gradini. L’odore intenso e inconfondibile del carburante si diffuse rapidamente nella tromba delle scale. Quando finii di versare l’intero contenuto della tanica, aprii il portone e rimasi in attesa seduto sull’ultimo gradino. Sentii il tonfo pesante degli anfibi farsi sempre più vicino, fino a quando il volto sconcertato del comandante della polizia municipale apparve in fondo all’ultima rampa di scale.
“Ma cosa sta facendo. È impazzito?”.
Tastai con la mano il taschino della camicia, poi infilai la mano nelle tasche dei pantaloni, prima una, poi l’altra.
“Devo averlo dimenticato in casa” sospirai. “Ha per caso da accendere?”.
Due mani invisibili plasmarono sul viso dell’uomo un’espressione di incredulità e sgomento.
“Ragioni, la prego”.
Estrassi dal pacchetto una sigaretta e me la misi in bocca.
“Mi è venuta voglia di fumare, per questo le ho chiesto da accendere” spiegai con un sorriso, soddisfatto per avergli fatto prendere un po’ di paura. Emise un debole sospiro di sollievo. Mi schiarii la voce.
“Comunque chi deve ragionare è il signor sindaco, se lo ficchi bene in testa. Noi da qui non ce ne andiamo”.
“Non dica stronzate. Ora la faccio portare via di peso”. Il tono della voce rifletteva sicurezza nei propri mezzi, riacquistata dopo lo scampato pericolo. Si sporse verso i piani inferiori e ordinò ai suoi uomini di salire.
“Ah, guardi, l’ho trovato”.
Si voltò di scatto e fissò l’accendino che stringevo tra le dita. Gli occhi gli si fecero sottili.
“Forse lei non mi conosce abbastanza bene e pensa che non sarei capace di dare fuoco a tutta la baracca”.
“Lei si sta mettendo in un mare di guai” mi ammonì acido.
Scoppiai a ridere.
“Un mare di guai. Lei non ha idea di cosa siano i guai, quelli veri. Lei ha un lavoro fisso, uno stipendio dignitoso, una moglie che l’aspetta a casa, probabilmente ha anche dei figli che l’adorano. Ma soprattutto, a differenza di coloro che vivono qui, ha una posizione sociale riconosciuta, rispettata. La gente la saluta quando passa per la strada, “Salve Comandante!”. Lei è qualcuno, la società non si è dimenticata di lei, non ancora almeno”.
Due poliziotti raggiunsero l’ultima rampa di scale, ma vennero prontamente fermati dal loro superiore con un gesto della mano.
“Bene, bene, abbiamo un pubblico numeroso” ripresi sarcastico. “Un pubblico certamente più interessato di lei, signor comandante. Le piace la metafora del mare?”. Indicai i due giovani. “Loro sono emersi in superficie, per il momento sono salvi, hanno iniziato a nuotare, ma non hanno ancora raggiunto la terraferma. Basterebbe una dolorosa ma necessaria riduzione dell’organico e si ritroverebbero all’improvviso ad affogare nella merda. E pensare che le chiamano operazioni di razionalizzazione”.
I due poliziotti mi lanciarono un’occhiata stupita.
“Pensate che sia pazzo, vero?”.
Rimasero impassibili.
“Altro che benessere dei cittadini!” gli vomitai in faccia con amarezza. “Solo quelli che hanno i soldi contano, degli altri non gliene frega niente a nessuno”.
All’improvviso mi tornarono in mente le parole di Enrico. Il potere si interessa esclusivamente di chi è riuscito a trasformarsi in farfalla.
“Lo sanno anche i muri” continuai “che svenderanno queste case ai privati. Stanno privatizzando tutto, un giorno dovremo pagare anche per l’aria che respiriamo. Non sono pazzo, sono disgustato e disperato”.
Il tanfo di benzina era nauseante.
“Cosa vuole?” mi domandò il comandante.
“Entro due ore voglio un foglio firmato dal sindaco con scritto che il Comune rinuncia agli sgomberi, almeno fino a quando non avrà da offrirci una valida alternativa”.
“Altrimenti?”.
“Altrimenti i progetti che avete in mente, qualunque essi siano, si trasformeranno in cenere”.
Il capo dei vigili sbuffò rassegnato. Prese il cellulare, chiamò il sindaco e lo mise al corrente della situazione.
“D’accordo, avrà il suo pezzo di carta” disse non appena si concluse la telefonata.

Ritornò dopo un’ora.
“Ecco, ora sarà contento”.
Presi il foglio e dopo averlo letto lo piegai in quattro e me lo misi in tasca.
“Sono contento che abbia creduto che potessi dar fuoco a questo edificio”.
Mi guardò attonito.
“Non lo avrei mai fatto, non ora. Nel nostro appartamento c’è un bambino che sta dormendo, sarebbe stata una pazzia”.
Quando rientrai in casa e chiusi la porta era ancora inchiodato sul pianerottolo.

Diego Repetto
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