Capodanno 2014

Vedere l'argomento precedente Vedere l'argomento seguente Andare in basso

Capodanno 2014

Messaggio Da chri.beat il Ven 24 Gen 2014, 17:36

“CINQUE!! QUATTROO!! TREE!! DUEE!! UNOOO … YEHHHH! AUGURIII! AUGURI!! Auguri… Buon ANNOOO!! Buon anno a tutti ragazzi!!”

“Buon ANNO RAGAZZIII!!!” strappai lo spumante dalle mani di Riky e iniziai ad agitarlo con foga. Su e giù su e giù, impugnando con una mano il fondo e l’altra il collo della bottiglia. E via che il tappo stantuffò nell’aria come un fuoco d’artificio e un getto di bevanda esplose come un orgasmo, spruzzando e innaffiando le mattonelle del giardino di casa di Lory. “CAZZO fai coglione! Vai a imbrattare casa tua scemo!” Lory mi ringhiò in faccia minaccioso, e sporse il corpo ossuto e esile tutto nervi verso di me. Prese a fissarmi intensamente e le sue pupille bianche e fiammeggianti sembravano sul punto di catapultarsi fuori dalle loro cavità. “Oh Lo scusa. Stavo festeggiando, stavamo festeggiando. Non c’ho pensato dai”. Tutti gli altri lì intorno, distratti dalle loro grida e i festeggiamenti e la gioia, si zittirono e ci fissarono per un secondo. Lory indugiò ancora con il suo sguardo su di me, come per spaventarmi. Poi la sua minacciosa aggressività si convertì in una fragorosa risata. “Dai coglione che stavo scherzando! Vieni facciamoci un drink insieme. Cazzo me ne frega del pavimento del giardino” e ci prendemmo a braccetto, esultanti e rientrammo nella piccola bassa tavernetta.
Il tavolo era un casino, bottiglie e bicchieri sparsi dappertutto, alcuni ribaltati e gocciolanti. Grasso che era colato dalla graticola su cui avevamo cotto la carne e si era indurito sul ripiano di marmo della cucina. Resti di cibo, salsicce smangiucchiate, maccheroni alla panna un po’ dovunque. Ci affiancammo al tavolino-bar con tutte le bottiglie. “Credo proprio che mi farò un Cuba Libre perché questo cazzo di White Russian non riesco proprio a prepararlo. Non riesco a trovare il dosaggio perfetto di Vodka e Kaluah” dissi io e allungai la mano sulla bottiglia di Rum. “Bella allora fammene uno anche a me. Forte mi raccomando che già non sto capendo più un cazzo”.
Massi entrò nella stanza urlando con un andamento ondeggiante da ubriaco. “Massi alza la MUSICA!! Chi cazzo l’ha abbassata!” gridò Lory indiavolato. Massi si avvicinò al grosso impianto stereo che avevamo montato per la serata e diede un piccolo giro alla levetta del volume. I bassi di una Goa potente, elettrica, energetica, liquida incalzarono nella stanza, e tutto prese a vibrare di musica. “Alza ancora cazzo, non si sente niente!”. “Già! Ha ragione Lory! Non si sente niente qui dentro” gli feci eco. Massi sogghignò, la tavernetta rimbombava come la saletta di una disco e la musica rintronava martellante e altissima. Ma noi volevamo più musica, le nostre orecchie non dovevano solamente sentire. La musica doveva entrarci nel corpo proprio come una qualsiasi sostanza, e alterare la percezione di noi stessi, rilassando la mente, scuotendo il corpo e tirandolo su verso le stelle; quando si sfasa una buona dose di musica è la prima cosa di cui farsi. A Massi non è che piacesse troppo quel genere lì, aggressivo e tossico, ma si divertiva a vederci contenti, e anche lui ormai era bello sbronzo. Venne anche lui a farsi un drink. Mentre beveva, trangugiando il liquido, un goccio gli colò e macchiò la giacca blu elegante che aveva indosso. Ma se ne infischiò e ondeggiò la testa nell’aria ad occhi chiusi, come se galleggiasse a pelo dell’acqua della musica.
Dopo un attimo anche Ricky con la sua stravagante bombetta da jazzista sopra i lunghi capelli raccolti in un codino, e un gilet nero e pantaloni lucidi con bretelle penzolanti, entrò nella tavernetta, abbracciato alla Debby, la sua ragazza, noiosa e petulante e affamata di sesso, che di solito lo tiene legato alla corda dei suoi capricci e dei suoi piagnistei isterici da dominatrice, e lo vuole tutto per lei, impedendogli di divertirsi e spassarsela alla grande come vorrebbe lui – però lui l’ama da impazzire e non riuscirebbe a vivere senza di lei. Ma quella sera anche lei aveva messo da parte la sua rigidità e aveva bevuto qualche bicchiere ed era sciolta, tutta garriti e striduli risolini civettuoli. “Allora ragazzi andiamo!” Chiese Ricky. “Certo!” rispondemmo noi tre “Finiamo di bere questo e partiamo”. “Con cosa avete intenzione di muovervi voi?” chiese Ricky “in queste condizioni è un rischio guidare, se ci fermano ci spaccano il culo”. Io e Lory ci fissammo, consapevoli che la stessa idea avesse toccato le menti di entrambi “Bicicletta!” gridammo contemporaneamente “Bella!! Schiaccia amico!” e ci schioccammo un cinque divertito. Quella sera eravamo legati da un’intesa speciale e irrazionale. “D’accordo, allora noi chiamiamo un taxi e ci vediamo giù in città. Se voi volete partire intanto poi ci incontriamo laggiù!” disse Ricky ragionevole - sembrava l’unico che avesse conservato un po’ di senno. “Si si. Però prima voglio far su un grosso razzo gigante! Una signora bomba per festeggiare!” rispose Lory esaltatissimo e scatenato e tirò sul tavolino una busta piena d’erba, ne sbriciolò un po’ rapidissimo, l’impastò con del tabacco e l’arrotolò sulla cartina con una manualità d’artista. Era una mago a rollare le canne. “Vieni a fumartelo con me Cri?” mi chiese. Io indugiai, l’alcool teneva a bada la paranoia ma io ero eccitatissimo e carico come un ordigno e quella roba rischiava solo di cappottarmi. “No amico. Stasera non mi va.” “Eddai dioppooo!” “Nahh niente da fare” “Vaffanculo. Allora me la fumo tutto da solooo!” e si fiondò in giardino schizzando e facendo scintille.
“Deby che fai vuoi un altro bicchiere?” le chiesi ridacchiando. “EHH? Cosa? Non ho capito, la musica e troppo alta non capisco niente!”. Misi le mani a coppa davanti alla bocca e urlai cercando di spaccare la barriera di suono di bassi della Goa “Sei sempre la solitaaa!! Cerca di divertirti anche te ogni tanto!” e barcollante, fuori di testa, ubriaco perso mi diressi a cercare Marco perché anche lui doveva venire in bici con noi. Uscii e mi accesi una sigaretta. La notte era limpida adesso e i fuochi d’artificio erano cessati.
Marco era con Jo e Lory seduto sul dondolo nel giardino, stavano facendo girare la bomba e chiacchieravano dondolandosi pacatamente, raccontando storie di erba… L’erba più buona mai fumata; a quanto andava adesso sul mercato “Dovete sentire che roba è la Lemon Haze che ho fumato ad Amsterdam…” “Già già ma anche sta bazza di casereccia al 4 che ho rimediato è un gran affare…” e via su questa linea.
Marco, seduto a gambe incrociate, indossava un pullover rosso bordeaux sopra una camicia bianca e cravatta nera, ai piedi lucide scarpe eleganti. Aveva una grossa massa di capelli lunghi e slegati, rozzi, e la barba lunga e ispida – l’abbigliamento contrastava con la capigliatura selvaggia e incurata da giovane ribelle dei ’70. Una miscela dal fascino incantevole che fa cadere tutte le donne ai suoi piedi. Sbarellato e duro di testa, un grosso e amichevole ragazzone.
Jo invece è il grassoccio sudamericano della compagnia, in Italia da così tanto tempo da aver dimenticato le sue origini. Basso come un indio della sua antica terra. E’ un amante della Techno e dell’M – ma anche Ketch speed e coca le ingurgita volentieri, qualsiasi cosa che gli faccia girare il cervello a duemila. Tiene sempre in testa uno di quei cappellini con visiera rigida da baseball che indossano generalmente i rapper e gli sballati. Sa essere un duro perché è così che ci si deve mostrare negli ambienti e nelle disco che frequenta di solito, e in effetti con la cresta da mohicano, il baffo scuro, la barba pungente e il dilatatore nel lobo dell’orecchio ha proprio l’aspetto di uno spietato narcotrafficante colombiano, ma in realtà sotto le apparenze è buono e generoso e timido come tutti i tristi ragazzi della notte.
Mi avvicinai a loro soffiando fumo nell’aria umida e fredda. “Marquino! Dobbiamo andare che per arrivare in centro in bici ci vuole parecchio!”. “Che fretta c’haii?? Lasciami finire questa bombetta in pace!” mi disse languidamente, strascicato. Aveva gli occhi innervati di un rossore fumoso e appannato. “AHAHAH sballato di merda! Muoviti dai” cosa potevo rimproverargli?
Così, poco dopo, nel giro vorticoso di un attimo ci alzammo tutti in piedi, ci infilammo i grossi cappotti, chiudemmo la tavernetta che era ormai rivoltata, sudicia, ridotta un macello, infilammo delle bottiglie nei tasconi ed eravamo tutti pronti a partire. Io e Lory e Marco saltammo sulle nostre biciclette sconquassate, e iniziammo a pedalare come matti nelle strade grigie e brumose della notte d’inverno, inondate di luce arancione dei lampioni. Jo, Massi, la Debby e Ricky, chiamarono un taxi e aspettarono lì una decina di minuti. (Arrivò a raccoglierli un certo Franco detto “Franchetiello” tassista privato di professione. Che - mi raccontò dopo Massi - era un grasso meridionale bizzarro che dava grosse manate amichevoli sulle gambe dei suoi passeggeri, e lanciava risate rauche e tabaccose. Mi disse Massi che nell’arco della breve corsa da casa di Lory al centro aveva ricevuto ben sette chiamate e si liberava dei suoi clienti con eleganti scappatoie del tipo: “Oh ciao cara. Carissima. Mi dispiace, mi dispiace molto. Ma questa sera sto a Ravenna e non scendo a faticà a Rimini. Mi dispiace. Si si… Baaci baaci cara. Alla prossima” e tutta la recitazione si svolgeva con languide dongiovannesche enfatizzazioni delle parole cara e baci e carissima e con occhiolini allusivi di chi la sa lunga in direzione degli sconosciuti passeggeri.)  
In venti minuti di pedalata io Lory e Marco giungemmo in Piazza Malatesta.  Qui, ci infilammo nell’aiuola davanti al bar Malatesta, sbandanti, e incatenammo le nostre biciclette scassate ad un albero. “Evvai ragazzi! è stata una passeggiata!” gridai io che adesso ero al massimo dell’eccitazione – si vedeva un’aurora di luci occhieggianti e luminose e si sentiva la musica rimbombare, irrefrenabile, ruggente da piazza Cavour e dall’intero cuore della città a pochi passi da noi, e una moltitudine indicibile di gente che parlava, rideva a squarciagola verso le stelle, brindava con foga, si abbracciava augurandosi il meglio per l’anno in arrivo. Solo dentro al bar Malatesta ci saranno state almeno duecento persone, accalcate e sudanti, accorse per il famoso Spritz gigante da 3 euro servito in un grosso calice traboccante e ghiacciato, che dovevano sgomitare per raggiungere il bancone in una marea da stadio di corpi.
“Dove andiamo?” domandò Lory frenetico “Andiamo in piazza! Andiamo verso la musica!” dissi io. “Cri aspetta. Dobbiamo aspettare gli altri. Intanto fumiamoci una bomba, non ci metteranno molto” disse Marquino. “C’è un problema grosso” imprecò Lory preoccupato “cazzo ho finito l’erba! Aspettate qua, ci penso io” e scomparve improvvisamente, lanciandosi verso bar Malatesta  e amalgamandosi alla calca di gente.
“Ha! Scommetto che in cinque minuti è qui con una canna in bocca” ci scherzai su. “Cinque? DUEE!!”. “AHAHAHA già–. Comunque hai visto quanta gente c’è la dentro e quanta giù per le strade! Cazzo è incredibile, un capodanno migliore non lo potevano organizzare, complimenti all’amministrazione!” . “Complimenti a Gnassi! Tutto merito suo. Quell’idiota non capisce un cazzo di politica ma è il migliore quando c’è da far serata!” disse Marco divertito. “L’ho sempre detto io, sindaco migliore per questa città non lo si poteva eleggere” dissi io “comunista o no, io lo voto anche alle prossime elezioni!” “Ah perché io no?” “AHAH Bella!” e ci schiacciammo il pugno ridendo, pensando che i problemi del cazzo della città nessuno avrebbe potuto risolverli, e che la politica del divertimento e della notte soddisfaceva tutte le esigenze civiche di cui noi avevamo bisogno. “Marquino. Dove l’hai lasciata la Mary questa sera?” chiesi. “Usciva a cena con le sue amiche. Poi andavano al Coconuts a ballare. L’ho chiamata prima, era già ubriaca e se la stava spassando. Ha detto che il Coconuts era pieno, PIENO! Sai cosa vuol dire vero? Ci saranno state un macello di fighe!”. Ridacchiai. “Incredibile! Ma anche qua è un delirio e anche qua guarda che fighe” accennai con la testa a due ragazze che passavano, addentrandosi verso la città, tiratissime, rutilanti di trucco, con tacchi e minigonne cortissime. Entrambi ci incantammo a goderci lo spettacolo, poi Marco urlò “Che FIGHE!” e quelle si girarono guardando verso di noi e sorrisero maliziosamente, continuando però a camminare.
“Oh! Cazzo fate!” Lory ricomparve da dietro. Dal sorrisino soddisfatto e l’umore lanciato nello spazio doveva aver rimediato dell’erba ottima.
“Ehi! Ecco gli altri!” dissi. Ricky, la Debby, Jo e Massi erano scesi dal taxi e stavano risalendo la strada, ci raggiunsero schiamazzanti e felici – Ricky con la sua bombetta jazz in testa agitava il pugno in aria, contorcendosi, e mormorava una specie di bizzarro beat box cercando di seguire l’House che rimbombava da Piazza Cavour, e poi rise “Bella ragazzi!”. Il gruppo adesso era al completo.
Scendemmo giù verso Piazza Cavour che era piena di gente in festa. Un capannello di persone, una massa rimbalzante e frenetica e convulsa si stava dimenando ai piedi del Teatro Galli, immersa in uno schizzante bagno di luci colorate e pulsanti, rosa azzurro verde - laser da disco sparati da non so dove che disegnavano traiettorie impazzite e colpivano le mura di mattoni di tutta la piazza. Ragazzi e ragazze sciamavano e gridavano come una strana oscura fauna della foresta e facevano da sottofondo alla potente musica House con un chiacchiericcio mormorante e diffuso. C’era una bolgia eccitante e scatenata. Nella zona dei pub davanti a Teatro Galli, sotto i portici della vecchia pescheria, c’era una vera e propria muraglia di persone, con bicchieri in mano, scalpitanti, accaldati e del tutto indifferenti al freddo d’inverno.
Noi ci lanciammo in gruppo in direzione della consolle che era ai piedi del Teatro Galli, protetta da una serie di transenne proprio sopra le scalette che conducono al palazzo. Massi tirò fuori la bottiglia di Rum dalla tasca e ne ingurgitò un rivolo, poi si mise a ballare, ubriaco, travolto dalle onde della musica. Gli dissi di allungarmi la bottiglia e ne ingollai una sorsata profonda e infuocata e sentii tutti gli elettrizzanti effetti dell’alcool salirmi in testa, e adesso mi sentivo proprio da dio.
Mi rollai una sigaretta e me la accesi e iniziai a ballare freneticamente, scuotendomi e agitando le braccia e le gambe in movimenti scomposti e indiavolati. E come me facevano tutti. La musica continuava a pompare e chiusi gli occhi per un attimo e mi godetti quell’immensa sensazione di estasi che trasmettono la musica e l’altezza dell’ebbrezza, e stavo salendo in orbita, verso le stelle e la luna e oltre - in paradiso. Continuai così per un po’, immerso nella mia pace interiore, completamente indifferente a tutto quello che avveniva intorno, ma consapevole che tutti noi ragazzi lì, contribuivamo insieme a generare un’energia splendida e meravigliosa e che tale energia riscaldava l’Anima di tutti e trascinava tutti nella stessa Estasi. Pensate se lì, sotto la musica, fossi stato da solo, senza nessun’altro che ballava e sprizzava scintille - nemmeno lontanamente avrei percepito la stessa emozione.
Dopo un po’ però la musica iniziò a stancarmi. Il cazzo di deejay non ci sapeva fare per niente. E allora mi venne un’idea geniale e idiota. Cercai Marquino e lo trovai esattamente nello stesso stato mentale in cui mi trovavo io pochi istanti prima. “Marquino ho un’idea” gli dissi “te sapevi suonare non è vero? Te la cavavi alla consolle giusto?”. Lui ci pensò su un secondo “Si… Qualche giochetto lo so fare”. “Insomma ci sai mettere le mani sopra? senza il rischio di far saltare tutto come me” chiesi. “Dovrei vedere la consolle, se la conosco”. “Ok allora vieni con me”.
Salimmo le scalette in assoluta padronanza di noi stessi, senza dare nell’occhio. Sbirciai un secondo in giro, poi spostai le transenne e passammo dall’altro lato dove c’erano tutti i cavi e l’impianto e le casse vibranti e la consolle. Nessun addetto alla sicurezza si era accorto di niente. “Lascia fare a me” dissi a Marco.
Andammo dietro alla consolle a parlare con il deejay. Il tipo era un vecchio sulla quarantina vestito in abiti giovanili da disco, con i capelli radi a tratti sfumati di grigio. Il grugno tutto scavato e prosciugato. Sembrava contento del suo lavoro e agitava la mano in alto verso la massa danzante. “Ehi amico!” gli dissi. “Che c’è?”. “E’ finito il tuo turno devi andare tocca a noi adesso”. “EH? Che cazzo stai dicendo? Chi siete voi?” biascicò con la voce nasale e raschiante da aspirapolvere. “Deejay Marquino e dj Cri. Dobbiamo suonare dopo di te. Puoi andare. Sono le 3 e un quarto. Vai pure a divertirti e lascia fare a noi adesso”. Quello ci guardò con un’espressione meravigliata, contrasse le labbra pensoso, come a dire ‘che cazzo sta succedendo qui’. “Beh ragazzi vi sbagliate io finisco alle 3 e mezza. Quindi andate a farvi un giro. E tornate tra un po’”.
Allora io e Marquino ci mettemmo a ballare un po’ dietro la consolle, ridendo come idioti e pensando che l’avevamo fregato in pieno. Ma dopo un attimo si avvicinò a noi una guardia, un colosso vestito di nero, con una berretta di lana e un auricolare all’orecchio. “Voi chi siete ragazzi? Che ci fate qua” chiese autoritario e deferente. “Come chi siamo? Siamo i deejay. Dobbiamo suonare dopo di lui”. Mi ero calato talmente tanto nella parte che riuscivo di una sincerità assurda. Il coglione ci squadrò un attimo sgomento e disse “Ah. I deejay. Tutto a posto allora” e se ne andò via, lasciandoci lì.
Eravamo eccitatissimi dall’idea di suonare, non vedevamo l’ora che passasse quel quarto d’ora e il vecchio lasciasse a noi il compito di incendiare l’ambiente. ( )
Quando il vecchio finì ci avvicinammo alla consolle “Buon anno amico e ottimo lavoro!” gli dissi. Ma lui iniziò a spingerci e ci strinse con forza le braccia, cercando di trascinarci via. “Ragazzi, voi non potete stare qua, andatevene forza, non mi fate incazzare”. E continuava a spingerci con rabbia, come un toro imbestialito. Mi divincolai dalla sua presa strattonando il braccio e gli urlai contro “Cazzo fai! Come cazzo ti permetti! Tieni giù le mani” gli piantai il muso davanti alla faccia “cosa credi di fare? Dobbiamo suonare noi adesso. Quindi levati dalle palle”. Quello si calmò un attimo e divenne più tranquillo e ammorbidì la voce. Evidentemente aveva capito che gli conveniva tenere a freno le mani. “E va bene stiamo tranquilli. Lasciate che vi spieghi. Suonate pure se volete. Ma qui stanno già smontando tutto. E’ finita la serata. Guardate” e indicò un addetto che stava smontando tutta l’attrezzatura in fretta e furia “hanno già staccato l’audio. E’ finita”. E così raccolse le sue cuffie, il suo drink, la sua roba e se ne andò.
“Niente da fare Cri. Ci hanno fregato, lascia perdere” mi disse assennatamente Marquino. Ma io ormai mi ero messo in testa che volevo suonare, ed ero sbronzo e non capivo più niente, e per la mia testa bruciata era fuori discussione che la cosa finisse lì.
Mi avvicinai al colosso della sicurezza che era impegnato con un pugno di cavi. “Cosa state facendo, perché smontate tutto? Dobbiamo suonare noi adesso!” quello mi guardò spaesato e stupito, non sapeva cosa dirmi lui, era del tutto estraneo al programma della serata, e stava solo svolgendo solertemente il suo lavoro. “Beh, ma veramente ci hanno detto di smontare tutto… Ehm non so niente io ragazzi… eseguo solo le disposizioni che mi danno”. “E chi ti ha detto di smontare tutto?” domandai ferocemente “Il responsabile. Era qui un attimo fa, non so dove sia andato adesso”. “Beh chiamalo subito! Voglio parlare con lui”. “Ma veramente…” e in quel momento due ragazze si sporsero dalle transenne verso di noi e iniziarono anche loro a chiedere spiegazioni, implorando di riattivare la musica e l’incantesimo notturno dentro il quale eravamo immersi tutti fino a un secondo fa. “Perché avete spento? Riattivate la musica” sembravano sul punto di piangere. Marquino mi stava dicendo di desistere perché tutti i nostri sforzi non sarebbero serviti a niente. Ma quelle due ragazze giocavano indubbiamente a nostro favore e io insistetti “E allora? Hai visto? Qui vogliamo tutti la musica. La festa non può finire alle 3 e mezza, lo diceva anche Fitzgerald se non sbaglio, è alle 3 di notte che inizia la vera notte dell’anima, o qualcosa del genere. Deejay Marquino e dj Cri. I più promettenti Dj dell’avanguardia musicale del panorama della riviera. Devi farci suonare la nostra roba”. Avevo decisamente iniziato a sbarellare, l’alcool mi aveva alterato i meccanismi cerebrali. Ma quello balbettò: non aveva la minima idea di come comportarsi davanti a un affare del genere e così decisi di incalzarlo, come un buon pugile che dopo due colpi messi a segno entra dentro la guardia dell’avversario per sganciare il destro del k.o. “Ora basta” sbroccai “adesso chiamo io un responsabile. L’assessor Flavia. Ti dice niente il nome? Una mia amica. Poi vedi te che fare”.
Telefonai immediatamente al mio contatto in comune, proprio lì davanti a lui. “Pronto Flavia. Qua in piazza Cavour stanno già spegnendo tutto! Non ci fanno suonare! Cosa diavolo sta succedendo, sono solo le 3 di notte … Come chi sono? Sono Cri! … Si un bacio anche a te! Buon anno Flavia! … Si ma non stai afferrando il problema. Niente più musica! Non ci fanno suonare! Fine della festa! Com’è possibile, cosa avete combinato voialtri? … Come? Come hai detto? Latino Americano… e dov’è questa festa?... Teatro degli Atti… Perfetto! Grandioso!... Grazie Flavia… Buon anno Flavia sii Buon Anno anche a te!”. Quando chiusi la telefonata tutto il nervosismo e la collera e gli effetti velenosi che avevano stregato il mio corpo erano stati ripuliti di colpo. Mi ero ripreso. C’era una nuova festa dove dirigersi e una nuova luce ci indicava il sentiero nell’incerto, cieco cammino della notte. E forse è anche per quello che me l’ero presa tanto perché non ci avevano concesso di suonare. Perché se non suonavamo noi non avrebbe suonato nessuno. La musica non si sarebbe più innalzata come un inno nelle fredde strade della città. Non avremmo più avuto niente da fare, nessuna meta mentale da raggiungere. Dove saremmo potuti andare quella notte? Ero forse l’unico a pormi queste domande? A riflettere sull’incerta, brancolante, sensazione dell’esistenza?  
Mi sentii in dovere di rincuorare la guardia. “Tutto risolto capo! Potete sbaraccare! Ottimo lavoro comunque” dissi al colosso della sicurezza, che mi guardò con una faccia offesa e lievemente screziata di rabbia. Si accorse che la mia era stata tutta una colossale pagliacciata ma alla fin fine non disse nulla – capì qualcosa - e con fare premuroso ci augurò buon anno e ci disse di badare a noi stessi.
“Andiamo Marquino! Andiamo gente! So dove dobbiamo andare. Al Teatro degli Atti danno musica latina” dissi agli altri. “Cri io non sto capendo più un cazzo. Ma andiamo!” disse Marquino. Poi guardai Massi, era seduto sugli scalini del palazzo con le braccia schiacciate sulle gambe e la testa abbattuta sul sostegno delle braccia, il cervello disattivato. Si era addormentato, alla fine il troppo alcool aveva avuto la meglio su di lui. E Lory e Jo dove erano andati? Non c’era più traccia di loro. Mi guardai in giro ma c’era troppa gente e in quella confusione rumoreggiante non riuscii a riconoscere i loro volti da nessuna parte. E Ricky e la Debby si stavano baciando con gusto. Non vedevano l’ora di trovare un letto in cui infilarsi. Ero l’unico con ancora energie sufficienti per vedere il sorgere dell’alba. “Ricky”. “Dimmi Cri”. “Che intenzioni avete voi? Ci state a farvi un giro?”. “Non lo so Cri noi tra poco pensavamo di andare sono già le 4”. “E va bene. Ci sta. Ascolta allora, è un problema se chiamate Franchetiello e ci pensate voi a scaricare Massi a casa?” La Debby, abbracciata a Ricky, si girò verso Massi e si mise a ridere. Le sorrisi. “Va bene Debby?”. “Sisi non c’è nessun problema Cri. Ci pensiamo noi due andate pure voi ci sentiamo domani!” “Grande Ricky!” ci schiacciammo il cinque. Diedi un bacio sulla guancia alla Debby e la salutai.
Così eravamo rimasti solo io e Marco, ma quando arrivammo al Teatro degli Atti in via Cairoli, rimanemmo delusi e amareggiati e sconfitti. La musica era stata spenta anche lì, fine della festa. Il capodanno più lungo d’Italia era giunto al capolinea.
I camion dei netturbini avevano già preso a circolare per le strade e gli spazzini con le tute fluorescenti, assonnati, stavano ripulendo le strade sbadigliando e racimolando mucchi di cartacce e spazzatura al bordo delle strade. La gente, stanca, soddisfatta, divertita, felice, si stava dirigendo verso le proprie automobili, le proprie case, i propri letti.
Misi le mani in tasca e chinai la testa. Sospirai, diedi un calcio a una bottiglia di birra vuota gettata per terra. “Marquino è finita, andiamocene”. “Si andiamocene va. Sono stanco morto. Non ce la faccio più. Non vedo l’ora di andare a dormire”.
Intanto, mentre ritornavamo verso la strada di casa, beccammo Lory e Jo che erano proprio lì all’angolo tra via Cairoli e via Sigismondo, nell’oscurità, nascosti dietro il piccolo edicola che si stavano rollando una bomba. Erano su di giri e non riuscivano a stare fermi. E urlavano e ridevano stravolti, strafatti, con gli occhi luccicanti, allucinati. “Oh Lo, fratello ce ne andiamo?” gli dissi. “EHH? Andiamo? E dove?” mi domandò riluttante. “Marco se ne va a casa, abita dall’altra parte della città lui, siamo rimasti noi tre. Cosa vogliamo fare…”. Lory tirò su una boccata di fumo crepitante, poi soffiò fuori una nuvola bianca e aromatica, con fare volutamente lento, come per creare suspense attorno a quello che doveva comunicarmi. Ed ecco che esplose gridando “Te non hai capito un CAZZO! Io ‘mo me ne vado al Classic! A BALLARE! A casa… te si scemo”. Lo guardai e iniziai e iniziai a sorridere, solleticato dall’idea. “Pure tu Jo?” “Certo che si, chi guida altrimenti? Sto sballato qua?” “Che fai vieni?” mi chiese Lory. “Non lo so, si credo di si. Tu Marquino che fai?”. Marquino sbadigliò “io me ne vado a casa a dormire”. “E va bene allora! Vamos che sono solo le 4 di notte!” “Bella Cri! Schiaccia!” io e Lory ci schioccammo un cinque violentissimo e eccitato, riecheggiante, e iniziammo a meditare freneticamente, convulsamente su quanto era grandiosa l’idea di andare al Classic per l’after.
Salutammo Marquino e ci dirigemmo alle nostre biciclette. Jo era piedi ma non fu un problema per lui raggiungerci perché gli altri erano ancora laggiù, nel bel mezzo di piazza Malatesta. Disperati, abbandonati come un branco di vagabondi. Stavano aspettando un nuovo tassista. Franchetiello, già impegnato, si era inventato una delle sue eleganti scuse anche con loro e li aveva lasciati a piedi. Ci ridemmo su tutti assieme. Poi dicemmo a Jo che il ritrovo era al bar Solari, vicino a casa di Lory.
Arrivammo dopo una trentina di minuti e trovammo Jo seduto ad aspettarci a uno dei tavolini del bar nella veranda esterna, stava fumando una sigaretta. La sua macchina era già stata recuperata e posteggiata lì davanti. Ci aveva pure fatto un regalo. Prima di arrivare lì era sgattaiolato furtivamente nella tavernetta di casa di Lory, come un vero ladro, e si era caricato in macchina una cassa di birra rimasta. “Bella Jo!” gridai “sei un fenomeno, adesso abbiamo tutto quello di cui c’è bisogno”. Aprii lo sportello della macchina, mi presi una birra, la stappai con l’accendino e andai a sedermi al tavolino della veranda. “Ti sbagli Cri. Manca ancora una cosa…” Lory mise una mano di fianco alla bocca, sporse indietro la sua testa ossuta per potenziare la voce e poi urlò “una bella PIPPATA!”.
Io non ci credevo. Che cazzo sta dicendo pensai. Jo ridacchiava, complice, con gli occhi ridotti a fessure. Posai lo sguardo prima su uno e poi sull’altro, alternativamente. E poi iniziò a fuoriuscirmi dalla gola una risata lieve, strabiliata, assoluta. “Che cazzo state dicendo…” mormorai “ecco perché in centro eravate scomparsi”. Non potevo crederci, era una cosa incredibile, la cosa più incredibile che fosse potuta accadere. Quei due ragazzi facevano sul serio, avevano intenzioni folli, non avevano la minima idea di fermarsi. Saremmo andati avanti tutta la notte e anche il giorno seguente e nella sbronza, sfasata, estatica condizione in cui mi trovavo iniziai a persuadermi che non avremmo mai smesso di vivere. Loro avevano la loro benzina e io la mia. E la notte ci aspettava.
Jo tirò fuori una bustina dalla tasca e iniziò a stendere un paio di strisce di neve sul suo cellulare. Poi arrotolò una banconota da cinquanta, l’avvicinò alla narice, chinò la testa vicino al cellulare e aspirò tutto  la sua riga Fuuuum. Subito dopo iniziò a tirar su con il naso nervosamente, torturandosi il naso con le dita, per aspirare i residui di polvere rimasti intrappolati nella narice. Lory fece lo stesso. Fuuuum. Entrambi iniziarono a muoversi agitatamente, e nervosamente e via. “Andiamoooo!” gridò Lory vibrante d’euforia. “Siii” urlai io, eccitato, meravigliato, incredulo per quello che avevo visto.
Non era certo la prima volta che della neve mi scompariva davanti alla faccia in una tirata. Ma tutte le volte erano state tirate squallide, sotterranee, deprimenti, in cantine umide e gocciolanti, gentaglia intrappolata negli scuri, cupi bassifondi della droga. Credo che anche Lory e Jo alcune volte dovessero essere caduti nella trappola di quelle tirate, richieste dal corpo per squallida noia, per il bisogno di non rimanerne senza. Ma quella sera era diverso, faceva tutto parte di un unico mistico, avventuroso viaggio nel sogno della notte. E tutto serviva per nutrire il nostro corpo di energia.
Così salimmo in macchina, io mi piazzai dietro, Jo al volante. Iniziammo a procedere in direzione di Riccione. Avevamo cambiato idea sui nostri piani. Nell’incredibile eccitazione del momento Lory aveva proposto di fare un salto al Cocoricò, sperando di riuscire a entrare, perché secondo lui c’erano buone probabilità di farcela – disse che non era la prima volta che sgusciava dentro senza pagare – e perché Caterina, la sua amica napoletana che avrebbe dovuto farci imbucare al Classic era persa in chissà quale delirio e non rispondeva al telefono.
E così ci lanciammo attraverso le campagne, ubriachi, strafatti, a mezz’ora di strada da Riccione, seguendo un groviglio di stradine secondarie e buie per evitare spiacevoli posti di blocco. Jo alla guida era un asso in queste condizioni, teneva il volante con leggerezza e lucidità, affrontava le curve come se la sua auto fosse una piccola barca a vela che beccheggia in acque calme, cullandoci sull’asfalto. Lory invece conosceva tutte quelle stradine come se stesso, le aveva percorse miliardi di volte in serate come questa, involandosi verso la collina riccionese della musica, o semplicemente girovagando a zonzo per il puro piacere di farlo.
Fissai fuori dal finestrino la notte immensa scura, blu, che ricopriva adesso le case e le campagne e avvolgeva tutto come una grande coperta. Tutta la gente stava ormai riposando, e invece noi eravamo là fuori ed era bellissimo. Continuai a blaterare per tutto il viaggio quanto fosse tutto incredibile per me, sperando che Jo e Lory mi capissero. E in effetti capivano e pure loro vivevano lo stesso incredibile, magico sogno di follia. Lory si rollò una bomba e la fece girare, io buttai giù la mia birra e ne stappai un’altra. Spalancammo tutti i finestrini e lasciamo che l’aria della notte entrasse nella macchina, rinfrescandoci e scompigliandoci i capelli. E via che andammo.
Giungemmo al Cocco verso le 5 e mezza. La grande piramide pulsava di luci viola e blu e rimbombava, tuonava, lanciando una pioggia di scoppi di musica verso il cielo stellato. Il parcheggio era gremito di macchine. Scendemmo dall’auto e ci dirigemmo verso l’ingresso. Lory fermò un ragazzo e iniziò a indagare sulla possibilità di superare i buttafuori senza pagare. Nessuno di noi aveva un soldo. “Fra, c’è gente dentro?”. Il tipo era un ragazzo muscoloso, con una camicia a mezze maniche a scacchi, pantaloni attillati, calvo, napoletano. “Fratè. E’ pieno di gente. E’ nu burdell esagerat!”. Lory chiese se per favore gli mostrava il timbro. Il tipo allungò il dorso della mano. Era uno strano segno contorto e impossibile da ricopiare. “Ah, grazie. E quanto si paga?”. “E chist’ è nu fatt’ e’ merda. 30 per i residenti e 55 per chi viene da fuori. Infatti scusatemi ragazzi ma agg’ a entrà”. Lo vedemmo dirigersi all’entrata e scomparire dentro la grande piramide dei nostri desideri.
Ci consultammo poco speranzosi, un po’ afflitti. Lory disse che si poteva tentare, ma era un bel guaio, il timbro era complesso, e c’era troppa gente, non avrebbero permesso casini. “Seguitemi”.
Al piccolo ingresso, la porticina laterale sotto la piramide, un bestione di buttafuori controllava l’entrata esaminando i timbri di tutti. Lory si avvicinò, cercando di sgattaiolare alle spalle di un altro ragazzo. Ma il buttafuori se ne accorse e lo fermò. “Ehi tu dove credi di andare. Fammi vedere il timbro”. Lory distese la mano, fingendo di avere il timbro, e continuò ad entrare sperando che quello, disattento, non si accorgesse di nulla. Ma il tipo lo prese per il braccio e gli guardò bene il polso. “Non fare il furbo con me. Vattene a casa”.
E così sconsolati ce ne tornammo alla macchina e salimmo, sbattendoci dietro le portiere. “E va bene andiamo al Classic” dissi io “cazzo ce ne frega”. Lory però era perplesso e indugiante. “Possiamo andare a fare un salto, ma secondo me anche là entrare è impossibile”.
Decidemmo di tentare e partimmo. Purtroppo però lui ne sapeva più di noi e il suo presagio si rivelò corretto. Anche al Classic, ci ritrovammo nella stessa identica situazione di partenza: sbattuti fuori, solitari in mezzo al parcheggio di terra e di fango, guardando gruppetti di facce sconvolte e fulminate solcare l’ingresso.
La notte era sempre più nera, sempre più pesante. Eravamo tutti e tre stanchi, afflitti, depressi, e stavamo planando a rotta di collo, disperdendo nell’atterraggio tutta la nostra riserva di energie. Nel giro di un’ora al massimo ci saremmo trovati a dover faticare come bestie per reggerci in piedi e tenere gli occhi aperti. Lory e Jo volevano farsi un’ultima tirata e ascoltarsi un po’ di musica in pace. Io non avevo più idee e l’unica cosa che potevo fare era seguirli.
Volteggiammo in mezzo a qualcuna di quelle stradine di campagna, e andammo a finire nella fabbrica cadente, sperduta, isolata dove lavorava Jo. Era un grosso squallido capannone nel mezzo delle terre riminesi, circondato da campi scuri tetri e incolti, protetto da un muricciolo e da un lucchettone rugginoso agganciato alla porticina laterale dell’edificio. Jo aveva le chiavi.
Entrammo, dentro era tutto buio, Jo accese una piccola lampadina appesa al soffitto che illuminava una rampetta di scale di ferro sulla destra dell’ingresso, salimmo e ci ritrovammo in un buco d’ufficio freddo e desolato, con due scrivanie, due computer obsoleti, e fogli e documenti sparsi un po’ dovunque. “E così è qui che lavori Jo” dissi io. “Sì, una gran merda vero?”.
Jo e Lory distesero la coca e si spararono un’altra tirata. Poi Jo accese il suo computer e mise su della musica che aveva un volume bassissimo e insulso. Non faceva più nessun effetto.
Ero disgustato, rabbrividente, a pezzi, non ce la facevo più a stare in piedi e mi sedetti su una sedia lì nell’angolo. “Ragazzi sono distrutto, voi fumate pure con calma. Io riposo un attimo gli occhi”. Tremavo di stanchezza, di freddo, di paura, sensazioni sgradevoli, stucchevoli mi perforavano la testa come fantasmi. Era tutto finito, alla fine il mio corpo aveva ceduto, era inevitabile, ma aveva ceduto anche la mente. Mi sentivo come se fossi stato travolto da una frana di rocce pesanti, e fossi rimasto spiaccicato al suolo, agonizzante. La notte mi aveva trascinato nel suo inferno, nelle profondità più inspiegabili. Avevo ormai perso del tutto la condizione del tempo - da quant’ero la fuori, da quanto era buio? Capii che l’unica cosa che potevo fare era andarmene a dormire.
Pure Jo e Lory erano malconci e stanchi(sinonimo di stanco) come me e decidemmo di tornarcene a casa.

chri.beat
Inchiostro Bianco
Inchiostro Bianco

Messaggi : 4

Vedi il profilo dell'utente

Tornare in alto Andare in basso

Re: Capodanno 2014

Messaggio Da chri.beat il Ven 24 Gen 2014, 17:38

Ciao a tutti sono nuovo del forum.
Il racconto è scritto di getto e parecchio lungo e ovviamente non ancora revisionato ne aggiustato ne terminato.
Se qualcuno a voglia di leggere anche solo un pezzetto mi farebbe piacere e soprattutto mi farebbe piacere essere bombardato di critiche e commenti perchè da solo non riesco proprio a capire se la mia scrittura funziona o è lenta o arrancante o imprecisa ecc ecc
grazie mille!

chri.beat
Inchiostro Bianco
Inchiostro Bianco

Messaggi : 4

Vedi il profilo dell'utente

Tornare in alto Andare in basso

Vedere l'argomento precedente Vedere l'argomento seguente Tornare in alto


 
Permessi di questa sezione del forum:
Non puoi rispondere agli argomenti in questo forum