Il baco e la farfalla (capitolo 33)

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Il baco e la farfalla (capitolo 33)

Messaggio Da Diego Repetto il Mar 17 Dic 2013, 16:50

Marzo 1978

Ancora oggi non so spiegarmi come mai decisi di andare. Deve essere per quel legame che unisce nell’inconscio un figlio a una madre e che nessuna vicenda, anche la più dolorosa, può arrivare mai a spezzare del tutto. Giovanna era riuscita a rintracciarmi tramite Lomellini e mi aveva detto che Costanza stava morendo. Lì per lì la notizia mi aveva lasciato indifferente, in fondo negli ultimi vent’anni avevo trascorso insieme a mia madre solamente qualche ora e da quell’unico incontro erano ormai trascorsi più di due lustri. In quell’occasione avevo anche giurato a me stesso che non l’avrei mai più rivista. Avevo capito che mi aveva fatto soffrire a sufficienza e non le avrei permesso di rovinarmi oltre la vita. Per me Costanza era un capitolo chiuso, almeno così credevo. Le erano rimaste poche settimane da vivere, forse meno. Era malata da tempo e in fondo era meglio così, avrebbe smesso di soffrire. Così aveva detto Giovanna al telefono, con voce triste, ma non disperata.
Quante sentenze di colpevolezza avevo emesso nel corso della mia vita nei confronti di mia madre! Alcune prima ancora di conoscerla, altre dopo averla ritrovata. Tutte sentenze definitive, senza appello. A nulla erano valse le sue spiegazioni, le sue giustificazioni, le sue scuse. Alcune mi avevano fatto traballare, altre avevano dato luogo a ripensamenti, ma si era sempre trattato di una condizione temporanea, alla fine non mi ero fatto impietosire e mi ero dimostrato inflessibile. La decisione che avevo preso alla conclusione del processo personale a cui l’avevo sottoposta era stata univoca. Era colpevole di abbandono del proprio figlio, colpevole di non averlo in seguito cercato, colpevole di mancanza d’affetto materno, colpevole di reiterato tradimento del proprio compagno, colpevole di occultamento di lettere indirizzate ad altri. Senza alcun rimorso l’avevo condannata alla peggiore delle pene, l’assenza perpetua. Ora, con la condannata in punto di morte, inerme, incapace di difendersi, ora che la sentenza poteva essere consegnata alla Storia, ecco che proprio ora sopraggiungeva il dubbio. Si intrufolava nella mente, esile ma inarrestabile, come un rivolo d’acqua sottile che filtra attraverso una roccia all’apparenza impenetrabile. E se avesse avuto ragione lei? Magari non sempre, magari solo in alcuni casi. Se davvero non avesse abbandonato il figlio ma le fosse stato sottratto? Se il tradimento fosse stato giustificato a sua volta da un altro tradimento? Forse la pena era stata troppo severa, forse dieci anni erano stati sufficienti e la pena poteva essere sospesa. O era forse la pietà a spingermi verso il letto di mia madre morente? Pietà che si prova anche nei confronti del peggior nemico, una volta che questi è definitivamente sconfitto e non invoca altro che il perdono. Era quello che ricercavo? La richiesta di Costanza di perdonarla? Era quello che non mi faceva dormire la notte, da quando avevo parlato con Giovanna, e che tormentava i miei pensieri? Cosa mi aspettavo da quell’ennesimo incontro? La riconciliazione finale? Forse niente di tutto ciò. Forse mi ero solamente illuso di aver spezzato il vincolo genetico che ci univa, mentre le emozioni che avevamo vissuto nei periodi comuni, sia quelle positive che quelle negative, avevano contribuito a renderlo ancora più saldo. Era come se con gli sguardi che ci eravamo scambiati, anche quelli carichi d’odio, avessimo unito le nostre anime, come se ci fossimo ulteriormente avvicinati l’uno all’altro. Costanza stava morendo. Eravamo due entità distinte o con lei moriva anche una parte di me? Non riuscivo a capire l’origine del mio turbamento, la ragione ultima che mi sospingeva verso colei che per anni non avevo fatto altro che odiare in modo viscerale, con tutto me stesso. Non me lo spiegavo allora, non sono mai riuscito a spiegarmelo in seguito. So solo che una mattina, alcuni giorni dopo avere ricevuto la notizia, mi imbarcai sul traghetto per Piombino e da lì presi un treno diretto a Genova.
Secondo il parere dei medici non c’era più nulla da fare e Costanza era stata dimessa dall’ospedale per darle la possibilità di spegnersi nel proprio letto, alleviata nel dolore dall’affetto dei suoi famigliari. La situazione era peggiorata più rapidamente del previsto e quando entrai nella stanza ebbi l’impressione che Costanza non fosse in grado di riconoscermi. Le presi la mano e restai ad osservarla, in silenzio. Dopo cinque minuti mi alzai, uscii dalla stanza e me ne andai a passeggiare senza una meta ben precisa. Provai a capire se ero dispiaciuto per essere arrivato tardi, per non avere avuto la possibilità di parlarle. Con mia sorpresa mi resi conto che non lo ero, anzi, ero quasi sollevato. Se fosse stata in grado di ascoltarmi, non avrei saputo cosa dirle.
Costanza spirò il mattino dopo. Per quanto mi sforzassi, sentivo che non ero in grado di condividere il dispiacere di Giovanna. O quello di Giacomo, che aveva sposato Costanza quando era già malata. E neppure quello, forse più lieve, di parenti e amici. Ero semplicemente estraneo al dolore, alieno alle condoglianze, insensibile agli abbracci, ostile alle pacche sulle spalle, refrattario alle lacrime. Nonostante ciò, decisi di rimanere fino al rito funebre. Costanza, comunista convinta, aveva dato disposizione affinché venisse celebrato un funerale laico.
Due giorni dopo, una lunga processione di bandiere rosse accompagnò il feretro dalla casa al cimitero. Più che un corteo funebre sembrava una manifestazione del partito o uno sciopero del sindacato. La bara era ricoperta da una bandiera rossa con la falce e il martello bene in evidenza. Una folla numerosa avanzò composta e silenziosa per le strade del paese. Restai ai margini, diminuendo e accelerando il passo per poter osservare interamente i volti di coloro che avevano sacrificato due ore del loro tempo per venire a dare l’ultimo saluto a mia madre. Ero curioso di vedere in viso chi aveva condiviso con lei parte della propria vita. Dietro al carro funebre, Giovanna procedeva stretta tra il marito e Giacomo. Le prime file erano occupate dai parenti. Poi venivano gli amici più cari e i compagni del partito, infine conoscenti e compaesani. Lungo il percorso si affacciarono dalle finestre e dagli ingressi dei negozi e dei bar decine di persone. C’era chi si faceva un segno della croce rapido e spariva, chi invece seguiva con gli occhi il corteo fino alla fine. Una colonna lunga e lenta che impiegò più di un’ora per percorrere i due chilometri che separavano la casa dal cimitero. Attesi che l’ultima persona oltrepassasse il grande cancello verde e osservai immobile la coda del corteo allontanarsi lungo il viale di cipressi. Ancora oggi non so con esattezza dove sia sepolta mia madre.

Incontrai Giovanna poco prima di ripartire per la Toscana.
“Tieni, questa l’ho trovata nel portafoglio di Costanza” disse porgendomi un pezzo di carta che stringeva tra pollice e indice. Era una mia vecchia fotografia in bianco e nero di quando ero ragazzo. Era stata scattata sul molo di Camogli. Sorridevo all’obiettivo. Costanza l’aveva conservata e la portava con sé. Mia madre non finiva di stupirmi nemmeno da morta.
“Tienila tu, così ti ricorderai di me” le dissi.
Prese la foto, la fissò un attimo, poi alzò lo sguardo.
“Abbi cura di te, Guido”.
“Anche tu, sorellina”.
“Fammi avere tue notizie, ogni tanto”.
“Cercherò. Ma tu scrivimi, chiamami, non aspettare che lo faccia io”.

Passarono due anni nei quali nessuno dei due si fece vivo. Nel settembre del 1980 mi telefonò per dirmi che all’inizio di agosto era nata la sua secondogenita, Valeria. Poi un grigio silenzio spezzò nuovamente il debole vincolo di sangue che ci teneva legati.

Diego Repetto
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