Il baco e la farfalla (capitolo 32)

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Il baco e la farfalla (capitolo 32)

Messaggio Da Diego Repetto il Ven 29 Nov 2013, 12:51

Ottobre 1975

Erano trascorsi sessantacinque giorni. Per motivi a me ignoti e che nemmeno l’avvocato Saponaro riusciva a spiegare il magistrato incaricato delle indagini era stato sostituito altre due volte. Sara non si era fatta viva, non era venuta a trovarmi e non aveva lasciato a Saponaro nulla di scritto da darmi. Ignoravo come stessero lei e i bambini.
All’inizio di settembre era invece apparsa Giovanna. Aveva ricevuto la mia lettera e appena possibile si era messa su un treno per Milano. Non la vedevo da sette anni. Mi aveva raccontato che si era sposata con un camogliese nel ’71, nonostante Costanza avesse insistito affinché terminasse l’università prima di sposarsi. Il matrimonio l’aveva distratta dagli studi per un breve periodo, ma alcuni anni dopo aveva conseguito finalmente la laurea in ingegneria chimica. Aveva rinunciato a un lavoro da ingegnere perché era rimasta incinta e a fine maggio era nato il suo primogenito. Aveva appena tre mesi e mezzo e per venire a trovarmi lo aveva lasciato per la prima volta con la baby-sitter, una tedesca che aveva sposato un suo caro amico di Camogli. Anche Costanza e Giacomo si erano sposati, alcuni mesi prima di Giovanna, coronando il sogno di una vita, quello di potersi finalmente amare alla luce del sole dopo venticinque anni di passione clandestina.

“Svegliati, il magistrato vuole vederti” brontolò la guardia sbattendo il manganello sulle sbarre della cella.
Mi avviai all’incontro pensieroso. Non era mai capitato che un colloquio avvenisse di prima mattina. Entrai nella stanza e notai con disappunto che il mio avvocato non era presente. Il magistrato mi sorrise con aria soddisfatta.
“Oggi lei torna ad essere un uomo libero”.
Stavo sognando?
“Ieri sera abbiamo ritrovato l’ingegnere Camorati. Vivo, s’intende. Aveva ragione lei, sa, si era preso una vacanza. Così, all’improvviso. Desiderio di evasione, fuga dalla quotidianità che lo stava consumando poco a poco. Queste sono state le sue prime dichiarazioni per giustificare la sua scomparsa senza avvisare nessuno. Nemmeno la moglie, si rende conto? Dopo aver cenato con lei, invece di tornare a casa ha raggiunto Santa Margherita Ligure, dove era attraccato il suo piccolo yacht. Ha trascorso la notte a bordo e il giorno dopo, all’alba, è salpato da solo, senza una meta, senza sapere quando sarebbe tornato. Ha navigato per oltre due mesi, fermandosi di tanto in tanto in qualche porto per acquistare qualche provvista, senza però parlare con nessuno o comprare un giornale per restare in contatto col mondo. Aveva bisogno di staccare la spina. Non era a conoscenza del suo arresto. Era letteralmente sconvolto quando glielo abbiamo comunicato. Se lo avesse saputo, ha detto, si sarebbe fatto vivo immediatamente”.
Chi mi avrebbe restituito i sessantacinque giorni trascorsi in prigione? Infilai la lingua tra i pochi denti che mi erano rimasti, solleticandomi le gengive. Chi mi avrebbe restituito un sorriso di cui non vergognarsi? Pensai al volto rasato e profumato di Camorati, al suo modo di vestire impeccabile, alla sua collezione infinita di cravatte che gli permetteva sempre un accostamento cromatico perfetto con la camicia che aveva indosso. Pensai al suo cronico sorriso, alla sua erre moscia, al suo incedere caracollante che lo faceva costantemente sembrare in equilibrio precario. Pensai ai problemi di cui mi aveva parlato e alla pena che avevo provato per lui quella sera ormai lontana di fine luglio. Ora la pena era scomparsa. Ora me ne strafottevo dei suoi maledettissimi problemi. Mi sentii scosso da un odio violento, cieco, verso Camorati, ma non solo. Sentii che odiavo anche Sara per non essere venuta a trovarmi nemmeno una volta, per essere sparita anche lei nel nulla. Odiavo infine la galera, diabolico marchingegno concepito per umiliare prima e smantellare poi, pezzo dopo pezzo, la dignità umana dei detenuti.
“Non posso scarcerarla oggi. È sabato e l’ufficio è chiuso. Dovrà aspettare lunedì, mi dispiace”.
“Non importa. Con la bella notizia che mi ha portato non la denuncerò certo per sequestro di persona”.
Il lunedì alle otto del mattino il magistrato venne a prendermi di persona insieme alla sua scorta e mi accompagnò a casa.
Sara non era in casa, a quell’ora era ancora al lavoro, e i bambini erano all’asilo. Le chiavi dell’appartamento erano fortunatamente tra gli oggetti che mi erano stati restituiti all’uscita del carcere. Entrai in ogni stanza con aria circospetta, sentendomi come un ladro in casa mia. Nulla era cambiato. Presi una sedia in cucina, la trascinai in camera, vi montai sopra e tirai giù due grosse valige che giacevano dimenticate sopra l’armadio. Le spalancai sul letto e iniziai a riempirle con i miei vestiti, senza badare a sistemarli con cura, gettandoli con rabbia uno sull’altro. L’interno delle valigie rifletté ben presto la confusione che avevo in testa. Andai poi in sala, prelevai alcuni libri dalla libreria e una cornice d’argento con una foto di Paola e Luca. Sapevo che Sara avrebbe fatto il possibile per non farmeli più rivedere. Aprii un cassetto dove eravamo soliti custodire un po’ di soldi. Era vuoto. Richiusi le valige, mi guardai intorno un’ultima volta e uscii di casa, sbattendo la porta. Trascinai con fatica le valigie giù dalle scale e mi ritrovai in mezzo alla strada, indeciso su dove andare. Non potevo chiedere ospitalità a Lomellini, ogni volta che gli avevo manifestato la possibilità di lasciare Sara si era detto contrario e aveva insistito affinché provassimo a superare i nostri problemi. Pensai che per il momento avrei chiesto ospitalità a un amico. Poi, non appena avessi trovato un lavoro, mi sarei trasferito in affitto da qualche parte.

Il presunto omicidio dell’ingegnere Camorati era finito su tutti i quotidiani. L’avvocato Saponaro aveva ritagliato gli articoli che parlavano del caso e me li aveva portati in carcere. Uno in particolare, uscito sulle pagine del Corriere della Sera, mi aveva fatto infuriare. Tale Mauro Biffa, giovane cronista rampante, mi aveva descritto come un pericoloso criminale, uno di quelli che mettono a repentaglio la sicurezza dei cittadini e che dovrebbero stare in prigione per far sì che i cittadini onesti possano vivere tranquilli. Nella sua accorata analisi si dilungava inoltre sull’assoluta mancanza di valori che caratterizzava la mia persona, su quanto mi fossi dimostrato infido nel sopprimere la vita di una persona con la quale avevo appena condiviso il piacere di una deliziosa cena. Due colonne sul più importante quotidiano italiano che contenevano una raffica mortale di giudizi, sparata con l’arroganza di chi non teme di essere smentito, un vero e proprio linciaggio pubblico senza diritto di replica del diretto interessato. Era giunto il momento di conoscere di persona l’autore dell’articolo.
All’ingresso della redazione del Corriere domandai dove potevo trovare il signor Biffa. La signorina controllò con una chiamata interna e con un sorriso mi informò che il giornalista si trovava nel suo ufficio, al quinto piano, nel corridoio di sinistra appena uscito dall’ascensore. Avrei trovato il nome sulla targhetta di fianco alla porta. Quando mi aveva chiesto il nome per annunciarmi gliene avevo dato uno falso, il primo che mi era venuto in mente. Bussai e una voce leggermente nasale dal forte accento milanese mi invitò ad entrare.
La stanza era luminosa, l’arredamento sobrio. Sulla scrivania, tra una miriade di fogli e ritagli di giornale, emergeva una vecchia Olivetti. Un tizio piuttosto giovane con una calvizie precoce e un paio di occhiali dalla montatura quadrata mi venne incontro porgendomi la mano. A stento superava il metro e sessanta.
“Mauro Biffa”.
“Michele Santacroce”.
“In che cosa posso esserle utile?”.
Non mi aveva riconosciuto. Quello stronzo non aveva fatto nessuno sforzo per fissare nella sua memoria la fotografia di scarsa qualità che mi ritraeva e che era apparsa sui giornali.
“Ho avuto modo di leggere un suo articolo sul caso Camorati in cui sparava a zero sull’uomo accusato dell’omicidio”.
“Ah sì, ricordo, quel tale di nome Tommasi”.
Il tono era quello di chi accennava a qualcosa di poca importanza, appartenente al passato e di nessun interesse per il presente. Mi trattenni dal chiudere la questione dando sfogo alla violenza che mi ispirava quell’uomo.
“Immagino che sarà al corrente della sua scarcerazione. Le accuse si sono rivelate infondate, quel povero cristo era innocente e si è fatto ingiustamente due mesi di galera”.
Biffa mi fissò sorpreso.
“Scusi, ma lei chi è?”.
“Sono un amico del Tommasi”.
S’irrigidì all’improvviso e s’inumidì le labbra.
“E cosa posso fare per lei?” domandò con una sfumatura di insicurezza nella voce.
Non avevo ancora intenzione di svelargli la mia identità.
“Dall’articolo che ha scritto pare che lei lo conosca molto bene. Ne ha fatto una descrizione accuratissima, dipingendolo come un pericoloso criminale. Posso farle una domanda?”.
“Mi dica”.
“Lei lo ha mai visto di persona? Lo conosce?”.
“Veramente no” rispose imbarazzato.
“Quindi lei si diletta a massacrare una persona di fronte all’opinione pubblica senza mai averla vista in faccia”.
“Senta...”.
“No, mi ascolti lei. Quando il caso si è risolto il suo giornale ne ha dato notizia, ma sono apparse appena due righe che dicevano che il sospettato era stato liberato. Due righe, non una parola di più. E non le ha nemmeno scritte lei, le ha scritte un suo collega. A lei non è nemmeno saltato per la testa di scrivere un articolo di scuse per riabilitare il Tommasi di fronte all’opinione pubblica. Tanto a lei non gliene frega niente se alla gente sono rimasti impressi i giudizi che aveva espresso su di ME dopo il MIO arresto!”.
In un crescendo, gli avevo vomitato addosso tutta la mia ira e rivelato la mia vera identità. Biffa lanciò un’occhiata alla porta chiusa dell’ufficio. Il volto si fece pallido e crollò sulla sedia.
“Sono... sono desolato” balbettò spaventato. “Cerchi di capire, in agosto Milano si svuota. Noi siamo costretti a riempire le pagine di cronaca e per tutto il mese è accaduto poco o niente”.
“E ha ben pensato di riempirle sputtanandomi senza conoscermi con un sacco di balle”.
“Mi dispiace...”.
“Dispiace anche a me” replicai dopo aver recuperato un po’ di calma. “Ora lei, se vuole continuare in futuro a riconoscersi allo specchio, si mette lì e scrive un bell’articolo di scuse in cui ammette di essersi sbagliato sul mio conto e di aver scritto una marea di stronzate. Lo voglio almeno della stessa lunghezza dell’altro articolo“.
L’idea me l’aveva data l’avvocato Saponaro mettendomi a conoscenza di un articolo del codice civile secondo cui la diffamazione poteva essere risarcita attraverso una riabilitazione a mezzo stampa. Il processo di risarcimento, mi aveva spiegato, risultava in questo modo più rapido rispetto a un’azione legale nei confronti dei responsabili della diffamazione e possedeva inoltre il vantaggio di un impatto immediato nei confronti dell’opinione pubblica. I tempi per un processo per diffamazione erano lunghi e un’eventuale condanna, a distanza di mesi dall’episodio incriminato, sarebbe passata inosservata ai più.
“D’accordo, non c’è problema. Guardi, mi ci metto subito” si affrettò a dire il giornalista inserendo un foglio bianco nella macchina da scrivere, evidentemente sollevato per poter uscire da quell’imbarazzante situazione non facendo altro che il suo mestiere.
“Mi aspetto che esca domani stesso. Altrimenti saremo costretti a rivederci” lo minacciai prima di lasciare la stanza.
Il giorno dopo comprai il giornale e l’articolo di Mauro Biffa era riportato in terza pagina. Per quanto riguardava Il Corriere della Sera mi ritenni soddisfatto.
Nei giorni seguenti contattai le redazioni di altri quotidiani che avevano trattato il caso Camorati, danneggiando la mia immagine. Articoli che mi risarcivano del torto subito apparvero nell’arco di una settimana su quasi tutti i giornali.

Lomellini, pur non comprendendo la mia scelta di lasciare Sara, si preoccupò come al solito per la situazione in cui mi trovavo e mi disse che era disponibile ad aiutarmi. Gli confessai che ero stufo di vivere a Milano e che mi sarebbe piaciuto provare a mettermi in proprio. Non avevo ancora bene idea di cosa fare, ma sapevo almeno dove sarei voluto andare. Quando avevo fatto il bagnino a Viareggio, alcuni turisti mi avevano parlato dell’Isola d’Elba, descrivendola come un posto meraviglioso, con un mare molto più azzurro e cristallino di quello della Versilia. Mi mancava però il capitale. A mia insaputa, Marco trasferì sul mio conto in banca cinquanta milioni di lire, una cifra enorme per quegli anni. Quei soldi mi erano senza dubbio utili, ma non avevo certo bisogno dell’intera somma per avviare i miei progetti, mi bastava molto meno. Presi quarantacinque milioni e andai ad Arese. In quell’istituto, che si occupava dell’assistenza a ragazzi adolescenti, c’erano persone, per lo più volontari, che avrebbero speso quel denaro per fini sociali molto più importanti. Lo spiegai al direttore, incredulo di fronte alla mia volontà di donare all’istituto gran parte dei soldi che Marco mi aveva regalato. Non poteva accettare, non prima di essersi consultato con Lomellini. Prese il telefono e compose il numero. Marco, solamente in parte stupito dal mio gesto, gli disse che quei soldi non erano più suoi, erano miei e ne potevo disporre come volevo. Al direttore non restò altro che ringraziarmi e prendersi la valigetta.

Prima di partire chiamai Sara e le dissi che volevo vedere i bambini. Solamente di fronte alla mia insistenza e alla promessa che non glielo avrei più chiesto accettò di incontrarmi un pomeriggio in un parco del centro. Desideravo trascorrere in pace con i miei figli quell’ora che mi era stata concessa, decisi quindi di non parlare con Sara di noi due. Giocai con Luca e Paola, prima a rincorrerci, poi con una palla che avevo comprato per loro prima di andare all’appuntamento. Sara non disse nulla per tutto il tempo che trascorremmo insieme. Quando stavamo per separarci mi domandò:
“Cosa pensi di fare ora?”.
“Non lo so. Andrò in Toscana, là mi inventerò qualcosa”.
Nei suoi occhi freddi non vidi compassione.
“Mi lasci con un affitto da pagare e due figli da sfamare, spero che te ne renda conto”.
“Non preoccuparti, ti farò avere ogni mese dei soldi. Saranno più che sufficienti per prenderti cura dei bambini”.
Non aggiunse altro. Richiamò i suoi figli, i nostri figli, e si allontanò tenendoli per mano. Luca e Paola si voltarono un paio di volte. Avevano sette e cinque anni. Alzai la mano per salutarli, con un groppo in gola. Poi le lacrime mi velarono gli occhi, la vista mi si offuscò e le loro esili figure si dissolsero con il resto della città in un’unica, grande macchia grigia.

Sbarcai a Portoferraio in una tiepida giornata di fine ottobre. La stagione turistica era ormai finita e l’isola mi accolse spoglia e solitaria in tutta la sua genuina bellezza.
Comprai un appezzamento di terra coltivato a vite e con il sostegno di un contadino indigeno iniziai a lavorare come agricoltore. Gli ettari a nostra disposizione non erano molti e non permisero una produzione massiccia, ma la qualità del prodotto era buona e l’attività si rivelò quindi particolarmente redditizia. L’investimento iniziale era stato notevole. Oltre all’acquisto della terra, avevo dovuto comprare i tini e le damigiane, alcuni attrezzi e un piccolo trattore, ma gli introiti provenienti dalla vendita del vino nell’ottobre successivo ammortizzarono i soldi spesi e si rivelarono più che sufficienti per condurre una vita sobria ma dignitosa e contribuire al mantenimento a distanza dei miei figli. A trentasette anni, dopo più di dieci trascorsi a guidare automobili, furgoni e camion, avevo finalmente riscoperto il piacere della campagna, in parte già assaporato durante il periodo in cui ero stato custode della villa di Lomellini a Piacenza. Qui comunque era diverso e il contatto con la terra e la natura era ancora più diretto e intenso. Con il denaro ricavato dal primo raccolto acquistai una vespa di seconda mano e iniziai a muovermi per l’isola. Ne scoprii così i luoghi più selvaggi, le baie più nascoste e le spiagge meno frequentate, godendo di odori fino ad allora sconosciuti, silenzi totali e panorami mozzafiato.

Diego Repetto
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