Il baco e la farfalla (capitolo 31)

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Il baco e la farfalla (capitolo 31)

Messaggio Da Diego Repetto il Gio 14 Nov 2013, 10:47

Luglio 1975

Negli ultimi cinque anni la relazione con Sara si era gradualmente deteriorata fino a farsi, negli ultimi tempi, insopportabile. Non erano ragioni economiche a tenerci legati. Sara era riuscita infatti a diplomarsi e, con l’aiuto di Marco, aveva trovato un impiego come segretaria in Provincia. Nonostante ci costasse ammetterlo, Luca e Paola rappresentavano l’unica ragione per la quale vivevamo ancora sotto lo stesso tetto. Una ragione alla quale chissà per quanto tempo ancora avremmo potuto appigliarci. Il nostro rapporto era talmente peggiorato che ciascuno non perdeva occasione per umiliare e ferire l’altro, a parole ma non solo. Un giorno, mentre ritornavo a casa, ero stato aggredito da cinque individui che non avevo mai visto in precedenza. Prima che si dessero alla fuga ero riuscito a leggere la targa della loro auto. Dopo essere risalito al proprietario grazie a un piccolo compenso elargito all’impiegato della motorizzazione, con un amico lo avevamo aspettato sotto casa. Dopo averlo portato in un parco e minacciato, eravamo entrati in possesso dei nomi e degli indirizzi degli altri quattro aggressori e, acchiappati uno a uno, avevamo dato loro una lezione. Il sospetto che fosse stata Sara a spingerli ad aggredirmi per vendicarsi di una lite particolarmente violenta che avevamo avuto alcune sere prima non mi ha mai abbandonato, pur non potendolo provare in alcun modo. La sera del litigio avevo colpito Sara con uno schiaffo. Non era mai accaduto prima. L’avevo accusata di avere un amante e di scoparselo nel nostro letto. Lei aveva negato tutto, l’uomo che il giornalaio di fronte a casa vedeva entrare nel palazzo in mia assenza e con il quale l’aveva vista uscire alcune volte non era altro che un caro amico. Spinto più dall’orgoglio ferito che dalla gelosia, decisi che gli avrei fatto passare la voglia di incontrare mia moglie. Da poco più di un anno avevo iniziato a lavorare per una ditta di trasporti. L’ingresso e l’uscita dall’autostrada venivano regolarmente registrati su un dispositivo nella cabina del camion. Per costruirmi un alibi convinsi il solito amico a seguirmi in autostrada con la sua macchina. In una piazzola di sosta parcheggiai il camion, montai sull’auto e lasciammo l’autostrada all’uscita successiva. In poco meno di due ore avevamo rintracciato il presunto amante di Sara, lo avevamo portato in un luogo isolato, lo avevamo picchiato e avevo recuperato il camion. Ero stato risucchiato in una spirale di violenza da cui faticavo a venir fuori. La mia vita passata non era certo paragonabile a quella di un missionario francescano, ma episodi del genere appartenevano esclusivamente a un presente nel quale, guardandomi allo specchio, non ero più in grado di riconoscermi.
Ne parlai con Marco, che continuavo a frequentare abitualmente e con il quale spesso uscivo fuori a cena, occultandogli alcuni dettagli, ma presentandogli nel complesso la situazione, sempre più catastrofica, tra me e Sara.
“Forse dovremmo separarci. Non ha più senso continuare così”.
Scosse la testa con un gesto di disapprovazione.
“Ciò che è stato unito da Dio non può essere separato dall’uomo”.
Non ero d’accordo, ma dopo quell’incontro feci il possibile per instaurare una tregua con Sara. La situazione migliorò leggermente, almeno riuscimmo a sradicare la violenza dalla nostra relazione, senza far sì però che tornasse un’accettabile armonia.

Nell’estate del ‘75 decidemmo di affittare un appartamento in un paesino sull’appennino ligure, vicino a Busalla, con l’idea di fermarci una quindicina di giorni.
Il terzo giorno dal nostro arrivo era il compleanno di Paola. Nel bel mezzo dei preparativi per il pranzo, con la cucina invasa dall’odore di torta al cioccolato, dissi a Sara che andavo a telefonare alla signora incaricata di ritirare la posta e bagnare le piante della casa di Milano.
La cabina nella piazza centrale, l’unica in tutto il paese, era libera.
“Buongiorno, sono Guido. Volevo sapere se è tutto a posto”.
“Oh buongiorno! Meno male che mi ha chiamato. Ieri, quando ero in casa e stavo innaffiando le piante, hanno suonato alla porta. Erano i carabinieri, hanno chiesto di lei. Io mi sono subito preoccupata, ho chiesto perché la stessero cercando ma non mi hanno detto nulla, solo di dirle, se l’avessi sentita, di presentarsi al più presto al comando... quello.... mi spiace non mi ricordo la via, ma è quello qui vicino, dietro al mercato, ha presente?”.
“Sì, in via Moncova. Continui a pensare alle piante e non si crucci che non ho ammazzato nessuno” le dissi ridendo. “Comunque grazie. Ne parlerò con Sara e vedrò se anticipare il ritorno. La richiamerò per farle sapere, arrivederci”.
Riagganciai la cornetta. Non ero allarmato, era sicuramente un errore, forse uno scambio di persona. Mi preoccupava invece la reazione che avrebbe avuto Sara. Non avrebbe accettato di tornare prima del previsto al caldo afoso e soffocante della città.

Non mi ero sbagliato.
“Io non torno, tu fai quello che vuoi”.
Dal tono della voce era lampante che la frase non era stata terminata, mancava un però io non sono d’accordo.
Non la sopportavo quando faceva così. Questa falsa libertà che mi lasciava, quelle parole non dette con lo scopo di apparire democratica e allo stesso tempo alimentare il senso di colpa per abbandonarla con i bambini durante le vacanze. Da impazzirci. E quasi sempre otteneva l’effetto opposto, facevo il contrario di quanto avrebbe desiderato facessi. Decisi che sarei partito l’indomani.

Arrivai alla caserma dei carabinieri di via Moncova subito dopo pranzo, con la spensieratezza di chi ha la coscienza a posto e non ha nulla da temere. Non immaginavo nemmeno lontanamente l’inferno che mi aspettava.
Non sapevo di chi chiedere, all’entrata dissi semplicemente che mi avevano cercato a casa.
“Mi ripeta il suo nome”.
“Guido Tommasi, con due emme”.
“Attenda, per cortesia”.
Il carabiniere sparì dietro a una porta a vetri. Ritornò poco dopo e per un attimo mi parve di scorgere sulle labbra un leggero sorriso.
“Salga pure, primo piano, la stanno aspettando”.
Salii le scale e, per una ragione che non riuscivo bene a identificare, non ero più tranquillo come al mio arrivo. Quel sorriso, invece che rassicurarmi, aveva avuto l’effetto opposto.
In cima alle scale mi attendeva un uomo basso, con un paio di baffi folti. Dimostrava una sessantina d’anni, anche se forse i pochi capelli grigi e un volto marcato da rughe profonde lo facevano apparire più vecchio di quanto in realtà fosse. Mi sorrise, mi strinse energeticamente la mano e, con fare eccessivamente cordiale, mi invitò a seguirlo. L’accento non lasciava dubbi sulle sue origini pugliesi.
Entrammo in una stanza piccola e buia, con una sola finestra. L’ambiente era piuttosto squallido. Sulle pareti erano appesi una stampa di un quadro di Monet, un crocefisso, un tricolore sbiadito e una foto del maresciallo che sorridente stringeva la mano a Rivera.
Mi fece accomodare su una sedia e fu a sedersi dall’altro lato della scrivania. Si accese una sigaretta, fece un paio di tiri, sospirò e scosse la testa.
“Signor Tommasi, lei è nei pasticci. Mercoledì sera, esattamente quattro giorni fa, lei ha cenato con l’ingegnere Camorati in un ristorante di Corso Venezia. Pare che l’ingegnere non sia più tornato a casa. La moglie ha denunciato la scomparsa del marito giovedì pomeriggio. Lei è l’ultima persona ad averlo visto vivo. Oddio, il cadavere non lo abbiamo ancora trovato, ma sospettiamo che l’ingegnere sia già passato a miglior vita. Negli ultimi mesi in città sono stati rapiti un antiquario e la figlia di un facoltoso imprenditore. Se però si trattasse di un sequestro, a quest’ora si sarebbero già fatti vivi per chiedere un riscatto. Non crede?”.
Non risposi alla domanda, anche se era ovvio che il maresciallo non attendeva una risposta. Camorati era un caro amico di Lomellini con il quale più volte mi era capitato di cenare insieme, alcune volte insieme a Marco, altre volte da soli. Ricordavo perfettamente la serata, mi aveva telefonato poco prima di cena chiedendomi di mangiare qualcosa insieme. Il tono della voce era agitato e, nonostante il giorno dopo dovessimo partire per le vacanze, avevo acconsentito e ci eravamo dati appuntamento dopo un’ora.
Non capivo. Pasticci? Sequestro? Cadavere? Dopo un attimo la situazione mi fu chiara, terribilmente e incredibilmente chiara. Mi stavano accusando di omicidio.
Cercai di restare calmo.
“Guardi, deve esserci un equivoco. Siamo usciti dal ristorante, gli ho offerto un passaggio, ma mi ha detto che era venuto in macchina”.
Dal sorriso ironico del maresciallo mi resi conto che non credeva alle mie parole.
“Sarebbe così gentile da riferirmi di cosa parlarono durante la cena?”.
“Niente in particolare. Mi ha parlato dei problemi che ha con il padre. È arteriosclerotico e peggiora in continuazione. Mi ha detto che anche con la moglie le cose non andavano granché bene, aveva il sospetto che avesse un amante. Mi ha detto che era a pezzi, nervoso e stressato. Senta, non voglio intromettermi nel suo lavoro, ma forse l’ingegnere ha deciso di prendersi una vacanza”.
“Una vacanza, eh? Così, all’improvviso. Senza avvisare nessuno, nemmeno la moglie. Questa stronzata, signor Tommasi, poteva risparmiarcela. Senta, non ho tempo da perdere, io. Già ci abbiamo messo quattro giorni per rintracciarla. Cerchi di rinfrescarsi la memoria, mi dica cosa è successo quando siete usciti dal ristorante e la smetta di prendermi per il culo!”.
Non era più calmo e aveva alzato il tono della voce.
“Glielo ripeto, maresciallo, non c’entro niente, non so nulla”.
“Vedremo...”.
Quel vedremo non preannunciava nulla di buono. Conoscevo bene i metodi delle forze dell’ordine. Li avevo sperimentati sulla mia pelle in carcere. Il maresciallo aveva fretta e non avrebbe perso tempo.
In quell’istante, come se li avesse chiamati, entrarono due carabinieri. Uno basso e tarchiato, l’altro invece sembrava il pilone della nazionale australiana di rugby. Un tempo li avrei sfidati fissandoli negli occhi. Ma non ero più quello di una volta, queste prove di forza ormai mi nauseavano. Distolsi lo sguardo, non volevo far vedere che avevo paura. Sì, avevo paura. Una dannata e fottutissima paura perché sapevo esattamente cosa mi aspettava. Avrei voluto essere altrove. Ero già pentito di essermi presentato spontaneamente in caserma. Per un attimo pensai di scappare. Mi resi conto immediatamente che sarebbe stata un’idiozia. Avrei dato loro il pretesto per darmi una lezione. Ma sapevo anche che non ne cercavano uno, non ne avevano bisogno.
Chiusi gli occhi e mi ritrovai a pregare un Dio che non sarebbe giunto in mio soccorso. Il primo colpo mi centrò sulla bocca. Non feci nulla per schivarlo. Ogni mia reazione avrebbe peggiorato la situazione. Non mi ricordo se provai prima un dolore atroce o sentii il suono dell’incisivo che non aveva retto al pugno ben assestato. Ci sapevano fare. Era chiaro che non era la prima volta che rinfrescavano la memoria a qualcuno. Al secondo colpo cedette il canino destro. Avrei voluto svenire, e invece no. Ogni tanto farebbe comodo. Svenire a comando. Quanti furono i colpi? Dieci? Venti? Il tempo spesso scorre alla velocità sbagliata. Quel giorno troppo lentamente e un paio di minuti mi sembrarono un’eternità. Mi parve di udire la voce del maresciallo che li invitava a smettere, che bastava così, per il momento. Sputai sangue e pezzi di denti, senza liberarmi però dal disgustoso sapore metallico che mi aveva invaso la bocca.
“Allora? Non ha nulla da dirci?”.
Non risposi. Avrei voluto urlargli che era un grandissimo figlio di puttana, ma per mia fortuna non riuscii a liberare le parole.
“Signor Tommasi, chissà se un po’ di prigione la aiuterà a ritrovare la memoria. Portatelo a San Vittore”.
Ascoltai in silenzio, pervaso da un miscuglio di rabbia e disperazione. Avrei voluto piangere, ma dagli occhi gonfi non uscirono lacrime. All’improvviso e inaspettatamente si aprivano nuovamente davanti a me le porte del carcere e si chiudevano quelle di un futuro tranquillo da libero cittadino. Il destino, dopo una lunga pausa di riflessione, aveva ripreso ad accanirsi contro di me. Il doloroso ricordo della galera esplose violento, cancellando in un istante tutto ciò che occupava in quel momento la mia mente. Sprofondai in una melma viscida e oscura, risucchiato dai fantasmi di un passato che, malgrado gli ultimi dieci anni di pace, non ero riuscito a dimenticare del tutto. Mi sentii improvvisamente triste e solo, come mai forse mi ero sentito. Mi vennero in mente nitide le parole di mio padre poco prima che venisse ucciso, piuttosto che farmi sbattere dentro mi faccio ammazzare. Provai a consolarmi, in fondo ero ancora vivo ed ero contento di esserlo. All’aldilà preferivo la prigione, per quanto dura sapessi che fosse. E poi ero innocente ed ero sicuro che presto avrei riacquistato la libertà.

Lomellini mi mise a disposizione l’avvocato Saponaro, il migliore sulla piazza. Al magistrato incaricato delle indagini ripetei ciò che avevo già detto al maresciallo che mi aveva arrestato, che ero estraneo ai fatti e non avevo idea di cosa fosse successo all’ingegnere Camorati dopo che ci eravamo salutati all’uscita del ristorante. Passarono i giorni e l’avvocato mi informò che non c’erano nuovi sviluppi nelle indagini. La moglie di Camorati non aveva ricevuto notizie del marito, non erano giunte richieste di riscatto e il corpo non era stato trovato. Aveva inoltrato una richiesta di scarcerazione, ma il giudice l’aveva rifiutata a causa dei miei precedenti penali. Anche la denuncia per le percosse subite durante l’interrogatorio non aveva avuto alcun seguito. La parola di un maresciallo dei carabinieri valeva molto di più di quella di un sospettato di omicidio. I denti, probabilmente, me li ero rotti da solo cadendo.
“Purtroppo” mi disse Saponaro contrito “non c’è molto altro che possa fare, per ora”.
L’avvicinarsi del mese di agosto non giocava a nostro favore, le indagini avrebbero subito un rallentamento in seguito alla riduzione dell’organico in servizio. Le ferie erano sacre e poco importava se c’era un innocente a marcire in galera.
Dietro alle sbarre ritrovai la stessa vergognosa situazione che avevo vissuto nel carcere di Viterbo. Sovraffollamento, condizioni igieniche disastrose, vitto scarso e di pessima qualità.
Verso metà agosto il magistrato incaricato venne sostituito. Il nuovo, non appena nominato, si presentò per un colloquio. Chiesi che fosse presente anche il mio avvocato.
Quando mi ebbe di fronte emise un sonoro sospiro.
“Lei mi ha rovinato il Ferragosto, signor....”.
“Lei è un imbecille” lo aggredii. “Lei mi sta rovinando la vita. Sono tre settimane che sono rinchiuso qui dentro e non sa nemmeno il mio nome!”.
L’avvocato Saponaro fece di tutto per calmarmi.
“Mi hanno informato solamente ieri che mi sarei dovuto occupare del suo caso” provò a giustificarsi il magistrato, colto di sorpresa dalla mia reazione “e come vede non ho perso tempo. Il mio personale interesse, che credo coincida con il suo, è che questa faccenda si risolva il prima possibile. Per questo le chiedo la sua collaborazione, ogni dettaglio può risultare fondamentale per le indagini”.
Avevo i nervi a fior di pelle. La tensione accumulata nelle ultime settimane mi stava soffocando.
“Non ho niente da dire che non sia già stato detto. Si legga il fascicolo, contiene tutte le informazioni che vuole sapere. Se siete degli incapaci non è colpa mia”.
Il magistrato richiuse la cartellina e si rivolse al mio avvocato:
“Se il suo cliente vorrà aggiungere qualcosa, sa dove trovarmi. La terrò informata su eventuali novità. Arrivederci”.
L’avvocato Saponaro mi lanciò un’occhiata di rimprovero.
“Dovrebbe essere più paziente e mostrarsi più collaborativo. In questo modo non fa altro che rendere più difficile il mio compito”.
“Ha parlato con Sara?”.
“Sì, mi ha detto che appena avrà tempo verrà a trovarla”.
“Avvocato, non ce la faccio più. Mi tiri fuori di qui” lo supplicai.
“Sto facendo il possibile, mi creda, sto facendo il possibile”.

Diego Repetto
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