Il baco e la farfalla (capitolo 30)

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Il baco e la farfalla (capitolo 30)

Messaggio Da Diego Repetto il Mar 05 Nov 2013, 12:11

Luglio 1970

La prima giornata di lavoro non era andata male. Certo, guidare un furgoncino nei magazzini di un’azienda di legumi in scatola non era la stessa cosa che scaricare sull’asfalto i centoquindici cavalli dell’Alfa 1750, ma il nuovo impiego mi avrebbe permesso di avere un orario fisso, il fine settimana libero e soprattutto di poter rientrare a casa la sera. In fondo ero stato io a insistere con Marco affinché si trovasse un altro autista. Volevo provare a salvare il mio matrimonio. Per mesi aveva temporeggiato, ripeteva che di me si poteva fidare ciecamente e che sarebbe stato difficile se non impossibile trovare un degno sostituto. Era più forte di me, quelle parole mi inorgoglivano e mi spingevano a proseguire al suo fianco procrastinando indefinitamente la ricerca di una soluzione ai miei problemi con Sara. Quando però era nata Paola e gli avevo chiesto, come per Luca, due settimane di pausa, si era convinto che fosse meglio sostituirmi in via definitiva. Era stata una decisione sofferta, mi aveva confessato, e comunque per il mio futuro non dovevo preoccuparmi. Aveva parlato di me al proprietario di una piccola azienda situata alla periferia di Milano che gli aveva detto di avere bisogno di una persona che guidasse il furgone e il montacarichi all’interno dei magazzini. Era esattamente ciò che faceva al caso mio.
Uscii dalla doccia affamato. Sara stava allattando la piccola, Luca le saltellava intorno provando di tanto in tanto ad accarezzare maldestramente la sorellina. Aprii il frigo in cerca di qualcosa per riempire lo stomaco.
Squillò il telefono. Mi avviai sbuffando verso l’apparecchio.
“Pronto?”.
La voce calda di Marco risuonò nel ricevitore.
“Ho bisogno di te”.
“Dimmi”.
“Devi andare in Svizzera”.
Per un attimo avevo sperato che non si trattasse di quello.
“Non puoi chiedermelo, Marco. In passato era diverso, ma ora ho due bambini. È troppo rischioso, non me la sento”.
“L’ultimo viaggio, Guido. Ti prometto che non ce ne saranno altri”.
“Dammi un po’ di tempo per pensarci, ti chiamo domani”.
“Va bene, mi trovi in ufficio. Ciao”.
Restai alcuni secondi in piedi con l’apparecchio attaccato all’orecchio ad ascoltare il silenzio dall’altro capo, incapace di reagire. Raggiunsi la sala e sprofondai nella poltrona. Mi era passata la fame. Ripensai ai viaggi in Svizzera. Ne avevo fatti quattro o cinque, non mi ricordavo il numero esatto, ma ricordavo esattamente le sensazioni provate in ogni viaggio. Brutte. Mi accorsi che stavo tremando. Avevo paura. Sara era a conoscenza dei viaggi, non le avevo mai nascosto la destinazione, ma ne aveva sempre ignorato la vera ragione. Cosa le avrei potuto dire adesso per giustificare un altro viaggio, proprio ora che avevo trovato un lavoro stabile a mezz’ora da casa? Potevo però rifiutare un favore a Lomellini, dopo tutto quello che aveva fatto per me? No, non potevo. Non c’era bisogno di aspettare domani, sapevo già che avrei accettato, e probabilmente lo sapeva anche lui.
Quella stessa sera, a letto, comunicai a Sara la mia decisione.
“Lomellini mi ha chiesto un favore, sai che non posso dirgli di no”.
“Di che si tratta?”.
“Devo andare in Svizzera. C’è da incontrare un cliente importante e consegnargli dei documenti riservati. Marco non può andare e del nuovo autista non si fida ancora. Partirò al mattino e la sera sarò già di ritorno”.
“Ma come farai col nuovo lavoro?”.
“Prenderò una giornata di malattia”.
“Ma non puoi andare il fine settimana?”.
Il sabato e la domenica le banche erano chiuse.
“No, non posso, devo andare di giorno feriale”.
Sara sapeva che non le stavo chiedendo né il suo parere né il suo permesso, la stavo semplicemente mettendo al corrente di un compito che avrei svolto e che non era in discussione. Parlarne oltre, col rischio di litigare, avrebbe avuto come unico risultato quello di rendere più amara e più corta la notte. Stare dietro a due bambini piccoli le succhiava gran parte delle energie, in quel periodo arrivava alla sera esausta. Si voltò dall’altra parte e spense la luce sul comodino. La imitai dopo pochi minuti e ci addormentammo così, con le schiene a fronteggiarsi a pochi centimetri, ma lontani l’uno dall’altro, ognuno perso nei propri sogni.

Il mattino dopo chiamai Lomellini. La macchina era in garage da lui, già pronta. Come sulla vecchia Alfa, anche sulla nuova era stato creato un doppiofondo nel portabagagli nel quale poteva essere nascosta una piccola ventiquattrore. In entrambi i casi era stato Marco ad occuparsi personalmente della modifica. Voleva mantenere il più possibile segreti i trasferimenti illegali di denaro in Svizzera. Le banche del piccolo paese alpino garantivano la massima riservatezza sui movimenti in entrata e in uscita dai vari conti e, particolare ancora più rilevante, sull’identità degli intestatari dei medesimi. Offrivano inoltre degli ottimi interessi, ma soprattutto permettevano ai clienti stranieri di accumulare ingenti capitali sui quali non venivano pagate imposte nei paesi d’origine. Lomellini non era certo l’unico a trasferire i guadagni della propria azienda al sicuro in una banca svizzera. A partire dagli anni del boom economico si era formata una sempre più vasta rete di imprenditori disonesti e finanzieri corrotti, una vera e propria falla all’interno del sistema finanziario italiano, attraverso cui fuoriuscivano enormi somme di denaro che da un lato venivano sottratte all’erario nazionale e dall’altro andavano ad ingrassare le già ricche riserve d’oltralpe. Il tutto era possibile perché i controlli della finanza alla dogana non avvenivano sempre con la stessa accuratezza. Alcuni giorni, scelti a caso, i veicoli venivano esaminati con la massima attenzione, altri invece veniva data loro una semplice e rapida occhiata. La chiave stava proprio lì, nel sapere in anticipo in quali giorni sarebbe stato possibile attraversare la frontiera senza essere controllati a fondo. Una chiave che veniva fornita dall’avidità di alcuni finanzieri e che permetteva di spalancare le porte all’esportazione illegale di capitali. D’altro canto, gli enormi interessi che stavano dietro a questo traffico spingevano gli imprenditori a sacrificare una piccola parte del guadagno per entrare in possesso della lista dei cosiddetti “giorni sicuri”. Non sempre comunque le informazioni venivano ricompensate in contanti. Spesso il favore veniva restituito sotto forma di nuove automobili, vacanze in barca o fine settimana da trascorrere in alberghi di lusso in compagnia di ragazze avvenenti e disinibite.
“Puoi andare venerdì di questa settimana o martedì della prossima” mi informò Marco.
Non ero affatto tranquillo. Con i miei precedenti penali rischiavo grosso. Se mi avessero beccato mi sarei fatto parecchi anni di galera. Avrei lasciato Sara, senza un lavoro, sola con i piccoli.
“Chi ti ha passato l’informazione? Ti puoi fidare?”.
“È sempre andata bene, no?”.
Era vero, era sempre filato via tutto liscio come l’olio. Lomellini non solo possedeva un intuito eccezionale nel settore delle costruzioni, ma aveva dimostrato di saperci fare anche quando si era trattato di corrompere qualche ufficiale della Guardia di Finanza.
“Sì, ma non so perché questa volta non sono sereno”.
“Non ci saranno inconvenienti, vedrai”.
“Va bene, Marco, mi fido di te. Andrò venerdì, prima mi levo il pensiero e meglio è”.
Avevamo finito, non avevo bisogno di altro. Sapevo dove andare, la banca era sempre la stessa. Una volta arrivato, avrei chiesto di essere ricevuto dal direttore. Il giorno prima, come al solito, Lomellini lo avrebbe avvisato telefonicamente dell’operazione.

Trascorsi i due giorni successivi con il presentimento che qualcosa sarebbe andato storto.

Il venerdì mattina entrai nel garage di Lomellini, controllai che la valigetta fosse al suo posto e iniziai la mia missione, diretto verso il confine. Dovevo raggiungere Lugano, evitando però di attraversare il confine a Chiasso. Lì era impossibile sapere quando i controlli sarebbero stati più o meno accurati. Arrivato a Como costeggiai il lago sul lato sinistro fino a Menaggio, per poi proseguire verso Porlezza. Mancavano una decina di chilometri appena alla frontiera quando si scatenò un temporale. Pioveva così forte che non potevo superare i trenta all’ora. Mano a mano che mi avvicinavo al confine sentivo crescere la tensione e quell’acquazzone improvviso aumentò ulteriormente il mio nervosismo. Presi una sigaretta dal pacchetto, ma non trovai i fiammiferi. Iniziai ad imprecare. Nello specchietto retrovisore notai che una macchina rossa era comparsa alle mie spalle. Era vicina, appena pochi metri separavano le due vetture. Troppo vicina, pensai. Con la strada bagnata avrebbe dovuto mantenersi più lontana, se avessi frenato all’improvviso mi sarebbe certamente venuta addosso. Accelerai leggermente per distanziarla. Niente da fare, l’auto rossa aumentò anche lei la velocità e si piazzò nuovamente a pochi metri di distanza. Diedi una seconda accelerata e anche questa volta, con disappunto, osservai nello specchietto la macchia rossa attaccata dietro all’Alfa. La pioggia non diminuiva d’intensità. In quelle condizioni non era il caso di mettersi a fare le gare, un incidente avrebbe compromesso l’intera missione. Rallentai. Mancavano ormai pochi chilometri alla frontiera, era meglio procedere a velocità ridotta ed essere certi di giungere a destinazione sani e salvi. In un breve tratto rettilineo l’auto rossa mi sorpassò e non appena rientrò in carreggiata, rallentò gradualmente fino a rimanere bloccata in mezzo alla strada.
“Che cazzo fa questo” esclamai seccato.
Mi ero avvicinato troppo e non avevo spazio sufficiente per sorpassarla. Ingranai la retromarcia per allontanarmi un po’. In quell’istante le portiere dell’auto rossa si spalancarono e ne uscirono due individui con il volto coperto da un passamontagna. In pochi secondi raggiunsero l’Alfa, puntandomi contro una pistola.
“Scendi dalla macchina e non fare stronzate!” urlò quello che si era avvicinato alla mia portiera.
Ero paralizzato sul sedile, le mani strette sul volante.
“Ti ho detto di scendere!” sbraitò l’uomo appoggiando la canna al finestrino.
Alzai il palmo della mano per indicargli che avevo capito, aprii la portiera e scesi dall’Alfa con le mani ben in vista.
“Sappiamo cosa stai trasportando”. Era impossibile. Doveva esserci un errore. Solamente Lomellini, il direttore della banca ed io sapevamo del trasferimento dei soldi.
“Non credo di essere la persona che state cercando” balbettai. Il frastuono della pioggia sulla carrozzeria era assordante, più che gocce sembravano pietre. Avevo il viso fradicio, l’acqua mi colava dalla fronte e scivolava sugli occhi. A stento riuscivo a tenerli aperti. Battei le palpebre, inutilmente.
“Io invece credo proprio di sì”. Era sempre lo stesso a parlare. L’altro, a cui davo le spalle, non aveva ancora detto niente. “Non abbiamo tempo da perdere, consegnaci la valigetta se non vuoi che ti faccia saltare il cervello”.
Cercavano me, non si erano sbagliati. Un brivido mi attraversò la schiena. Non avevo molta scelta, dovevo dargli i soldi. Andai verso il portabagagli, incredulo. Era tutto così assurdo, come avrebbe reagito Lomellini? Notai che il secondo uomo si era allontanato verso la loro macchina. Avevo appena appoggiato la mano sull’Alfa quando udii il rumore di un motore. Stava sopraggiungendo un auto. Forse c’era ancora una speranza. Il malvivente con un rapido gesto si tolse il passamontagna e nascose alla vista la pistola, mantenendomi però sotto tiro. Era un ragazzo sulla trentina, con i capelli chiari e una voglia amaranto che gli copriva quasi interamente la metà sinistra del viso. Una Cinquecento bianca si fermò dietro l’Alfa. Un signore con gli occhiali si sporse dal finestrino.
“Serve aiuto?”.
“No, grazie. Abbiamo bucato, ma ce la caviamo da soli” rispose il ragazzo.
“Poveretti, con sto tempo”. Richiuse il finestrino, sorpassò le due vetture e sparì dietro a una curva.
“Sbrigati”.
Aprii il portellone e sollevai il doppiofondo, sfilai la valigetta e la porsi al ragazzo. L’afferrò con un gesto brusco e si volse verso il compagno che stava ritornando verso di noi, con il volto coperto.
“Che faccio con sto qui? Mi ha visto in faccia”.
Sentii il sangue gelarmi nelle vene.
“Merda, questa non ci voleva” imprecò l’altro.
Avevo già sentito quella voce, da qualche parte, in passato. Vagai nella memoria, sforzandomi di ricordare dove e quando. Il timbro riaffiorò all’improvviso dall’oblio. Avevo udito quella voce una decina di anni prima, in carcere. Non poteva essere vero.
“E... Enrico”.
L’uomo si avvicinò e mi fissò senza dire nulla. Poi lentamente si sfilò il passamontagna. Era invecchiato, ma lo riconobbi immediatamente. E lui me.
“Guido...”.
“Qualcuno mi può spiegare cosa cazzo sta succedendo” sbottò il ragazzo allargando le braccia.
“Siamo stati insieme in galera” disse Enrico, calmo.
“Avrei preferito rincontrarti in altre circostanze” intervenni. “Non ho più saputo nulla di te, ma speravo che con le rapine avessi chiuso”.
“Ricordi cosa ti dissi una volta in prigione? Siamo i reietti della società, un ladro resterà per sempre un ladro. Ho provato a trasformarmi in farfalla e a spiccare il volo, ma non ci sono riuscito”. Le sue parole erano cariche della stessa sconsolata amarezza di allora. “A te però sembra essere andata diversamente” aggiunse.
“È una lunga storia. Sono stato fortunato ad incontrare la persona giusta”.
“I soldi sono suoi, vero?” mi domandò Enrico.
“Sì”.
“Se spariscono immagino che passerai dei guai”.
“Non sarà facile fargli credere che sono stato rapinato”.
“Non voglio metterti nei casini”. Si girò verso il socio. “Restituiscigli la valigetta”.
“Ma Enrico...” protestò il giovane.
“Stai zitto. Tu non sai un cazzo dell’amicizia, non puoi capire. Fai come ti ho detto”.
Il ragazzo mi restituì di malavoglia la ventiquattrore. Strinsi la maniglia, frastornato dagli eventi, ma pur sempre sollevato per aver recuperato il denaro e, soprattutto, per essere ancora vivo. Risistemai la valigetta nel doppiofondo dell’Alfa. C’era ancora una cosa che non mi era chiara.
“Come facevate a sapere dei soldi?”.
Enrico sorrise scuotendo leggermente la testa. Non lo disse, ma intuii che la domanda gli era parsa ingenua.
“Davvero pensi che gli imprenditori riescano a soddisfare da soli la sete di denaro dei finanzieri corrotti? Quegli stronzi fanno il doppio gioco. Avvisano prima chi vuole portare in Svizzera i soldi, e poi noi, per intascarsi una doppia ricompensa. Ci forniscono il nome di chi ha chiesto informazioni e la lista dei giorni. Dal nome è facile risalire alla macchina che lo spallone utilizzerà per il trasporto. In questo modo sappiamo quando appostarci e chi seguire. È un lavoretto sicuro. Nessuno si sognerebbe infatti di denunciare il furto. A pochi chilometri dal confine sarebbe imbarazzante giustificare certe somme. Darebbero adito a sospetti e in ballo ci sono interessi troppo grandi per rischiare di mettersi la Finanza alle calcagna”.
Ero sconvolto. Facevo parte di un gioco molto più grande di quanto mai avessi potuto immaginare. Pensai all’ufficiale che aveva passato l’informazione a Lomellini, un tizio affidabile a sentire Marco, e sentii la rabbia montare dentro, inondarmi il cervello. Avrei convinto Lomellini a fargliela pagare cara. Enrico aveva lo sguardo perso lungo la strada. I radi capelli grigi, inzuppati, gli scendevano dal capo come frange argentate.
“Ora sono in debito con te. Come faccio a rintracciarti”.
“Non è necessario, lo sai. Comunque se vuoi incontrarmi chiedi di me al proprietario del bar Nicolini in via XXV Aprile, a Milano. Lui ti dirà dove trovarmi”.
Dopo un breve abbraccio, risalimmo ciascuno sulla propria macchina. Il ragazzo era già al riparo da tempo, da quando mi aveva ridato la valigetta. Aspettai che facessero inversione, dopodiché proseguii verso la frontiera, con il culo sul sedile e la testa da tutt’altra parte. Mi accorsi che stavo tremando.

Giunsi alla frontiera senza accorgermene.
“Documenti”.
Glieli porsi con un gesto meccanico.
...
“Sto parlando con lei”.
“Ehm... mi scusi, ero sovrappensiero. Cosa ha detto?”.
“Le ho chiesto come mai è così bagnato”.
Fortunatamente la risposta mi uscì pronta.
“Ho bucato alcuni chilometri fa e ho dovuto cambiare una ruota sotto la pioggia”.
Il doganiere mi osservò alcuni istanti, sembrava che ci fosse qualcosa che non lo convincesse.
“Tenga. Arrivederci”.
Presi il passaporto, lo ringraziai e partii. Ero in Svizzera, finalmente.

A Lugano comprai alcuni vestiti e mi cambiai. Arrivai alla banca con un paio d’ore di ritardo rispetto all’orario previsto. Il direttore mi accolse come sempre, con un sorriso falso e interessato stampato sulle labbra. Per non farmi aspettare, mi disse senza alcun risentimento nel tono della voce, aveva saltato la pausa pranzo e si era fatto portare un panino in ufficio. Gli consegnai la valigetta. Aveva la pelle ancora umida.
“Mi aspetti qui, faccio in fretta. Nel frattempo le farò portare qualcosa da bere”.
Il direttore uscì dall’ufficio con la ventiquattrore. Era l’unico ad avere libero accesso al caveau.
Ritornò dopo una decina di minuti, il sorriso ancora più accentuato, restituendomi la valigetta. Mi strinse la mano vigorosamente.
“Fatto. Tutto a posto. Dica all’ingegnere Lomellini che i suoi soldi sono al sicuro. Spero di rivederla presto, signor Tommasi. Arrivederci”.
Accennai un sorriso di cortesia. All’uscita constatai con piacere che era tornato il sole. Infilai le chiavi nella portiera . Prima di entrare mi voltai verso la banca. Immaginai il direttore seduto comodamente sulla sua poltrona di pelle nera, soddisfatto per l’affare appena concluso.
“Io spero invece di non vederla mai più”.
Misi in moto e, con la strada libera davanti, pigiai forte sull’acceleratore.

Marco non era ancora rientrato dall’ufficio. Ero troppo stanco per sentirlo per telefono e raccontargli come erano andate le cose. Su un bigliettino scrissi “tutto OK” e lo consegnai al maggiordomo.
Rientrai a casa stremato. Abbracciai Sara a lungo. Poi presi in braccio Luca e lo baciai più volte sulla testa e sul viso. Infine mi incantai a guardare la piccola Paola che dormiva beata nella culla.
“Stai bene?” mi domandò Sara, forse sorpresa da un’affettuosità a cui non era più abituata.
“Sì, sto bene. Sono solo molto stanco”.
“Come è andata con il cliente?”.
“Bene, benissimo”.

Il mattino dopo chiamai Marco a casa, per assicurarmi che non fosse in ufficio, dato che spesso andava a lavorare anche di sabato.
“Devo parlarti, urgentemente, e preferirei farlo di persona”.
“Ti aspetto qui”.

Giunto a casa sua, gli raccontai ciò che mi era successo il giorno prima. Era furioso, per essere stato fregato, e dispiaciuto, per aver messo a repentaglio la mia vita. Continuava a ripetere che a quel figlio di puttana gliela faceva passare lui la voglia di fare il doppio gioco. Quando finalmente si calmò, aprì la piccola cassaforte che aveva nello studio, prese alcune banconote e le infilò in una busta.
“Tieni, queste sono per il tuo amico. Digli di cambiare vita. E se per farlo ha bisogno di un lavoro, digli che non c’è problema, gliene trovo uno io”.

Diego Repetto
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