Il baco e la farfalla (capitolo 29)

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Il baco e la farfalla (capitolo 29)

Messaggio Da Diego Repetto il Lun 21 Ott 2013, 15:30

Dicembre 1969

Erano quasi le cinque, a quell’ora Lomellini sarebbe uscito dall’ufficio e mi aveva chiesto di riaccompagnarlo a casa. Avevo il tempo contato. Se passavo per Piazza Fontana allungavo leggermente ma avrei incontrato meno traffico. Svoltai a destra e trovai la strada sbarrata. Quattro o cinque veicoli fermi davanti a me e poco più avanti il lampeggiante blu di una macchina della polizia. Picchiai le mani sul volante.
“Merda, questa non ci voleva”.
L’ululato lacerante delle sirene giungeva dalla piazza come uno struggente lamento senza fine. Un poliziotto si avvicinava al fianco sinistro delle autovetture e sembrava spiegasse ai guidatori il motivo di quella sosta improvvisa. Quando raggiunse l’Alfa abbassai il finestrino.
“Mi scusi, quando potremo ripartire?”.
“Purtroppo non glielo so dire, ma temo che la strada resterà bloccata a lungo. Le conviene fare retromarcia”.
Diedi un’occhiata alle mie spalle e mi accorsi che altre macchine erano sopraggiunte nel frattempo, imprigionandomi di fatto nel posto in cui mi trovavo.
“Ma non posso!” esclamai innervosito.
“Stia calmo, ora ci attiveremo per liberare la via. Siamo appena arrivati”.
“Ma scusi, cosa è successo?”.
“C’è stato uno scoppio violentissimo all’interno della Banca dell’Agricoltura”.
Trasecolai.
“Uno scoppio?”
Il poliziotto annuì serio.
“Potrebbe trattarsi di una bomba”.
Restai a fissarlo imbambolato.
Quando mi ripresi dallo sconcerto, scesi dall’auto ed entrai in un bar per avvisare Marco. La voce dell’esplosione si era diffusa rapidamente e nell’intera zona regnava il caos. La polizia impiegò più di un’ora a liberare la strada e a far defluire il traffico.
Ero ancora scosso dagli eventi quando arrivai a casa. Sara stava preparando la cena mentre ascoltava il telegiornale.
“Hai sentito?”.
“Sì. Ho rischiato di passare davanti alla banca nel momento dell’esplosione”.
“Ci sono dei morti, una quindicina, forse di più”.
Luca entrò in cucina trotterellando. Lo acchiappai e lo sollevai in alto, con le braccia tese, come piaceva a lui. Emise alcuni gemiti striduli e iniziò a ridere. Nonostante Lomellini mi avesse manlevato dai viaggi più lunghi da oltre un anno, non era molto il tempo che trascorrevo a casa e ancora meno quello che dedicavo a giocare con mio figlio. Pensai a come sarebbe stato da lì a sei mesi, quando sarebbe nato il nostro secondo figlio. Nemmeno la notizia di una nuova gravidanza aveva contribuito in qualche modo a migliorare i rapporti tra me e Sara. Ogni argomento, anche il più futile e insignificante, era motivo di discussione. Una discrepanza di idee rappresentava il pretesto ideale per innescare diverbi che sfociavano spesso in accesi litigi. Vivevamo sotto lo stesso tetto, mangiavamo allo stesso tavolo, dormivamo nello stesso letto, ma spiritualmente era come se fossimo distanti anni luce. Erano trascorsi appena due anni, ma l’intesa e la passione che ci avevano fatto innamorare non erano altro che un lontano e sbiadito ricordo.
Appoggiai dolcemente Luca sul pavimento.
Quanto tempo ancora avremmo potuto resistere? Era possibile ritornare a stare bene o fuggendo precipitosamente dalla Puglia ci eravamo dimenticati di portare con noi la magia dei primi mesi? Di chi era la colpa? Eravamo noi che eravamo cambiati o erano il grigiore della città, il lavoro e la routine che avevano ucciso il nostro amore?
“Ha telefonato Giovanna”.
La voce di Sara mi riportò nella stanza.
“È morto Vincenzo. I funerali saranno dopodomani”.
Mi rividi quattordicenne scendere dal treno a Camogli. Vincenzo mi aveva accolto in casa sua come un figlio. Mi vennero in mente i regali che portava anche a me quando sbarcava, il bellissimo kimono con le frange dorate che mi aveva portato dal Giappone.
“Beh, non dici niente?”.
“La chiamerò. Non penso di andare”.
Non avevo alcuna intenzione di rivedere Costanza.

Diego Repetto
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