Il baco e la farfalla (capitolo 27)

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Il baco e la farfalla (capitolo 27)

Messaggio Da Diego Repetto il Lun 30 Set 2013, 11:51

Febbraio 1968

Mancava soltanto una settimana alla mia partenza. Il mite inverno pugliese era volato via senza lasciare traccia e minuscoli germogli sui rami spogli degli alberi annunciavano timidi l’arrivo della primavera, in largo anticipo rispetto al Nord, dove ad attendermi avrei trovato una nebbia fitta e pungente. Non era solamente il clima a trattenermi al Sud. Erano le mie dita, che si erano abituate a scorrere sul corpo levigato di Sara, a chiedermi di restare. Non erano ancora stanche di esplorare, di impregnarsi del suo odore aspro. Era la mia bocca a pregarmi di non partire, golosa del sapore inebriante delle sue labbra e della freschezza dei suoi seni piccoli e sodi. Era l’eco del concitato ansimare su ruvidi talami di paglia, nascosti in un fienile al riparo da sguardi indiscreti, a supplicarmi di rimandare il mio ritorno a Milano. Lomellini però era stato categorico. Il primo lunedì di marzo avrei dovuto presentarmi nel suo ufficio. Non farlo significava non solo rinunciare a un lavoro sicuro e a una vita al suo fianco fatta di agi e privilegi. Non rispettando l’accordo avrei tradito la sua fiducia. Erano trascorsi quasi cinque anni da quando mi aveva tirato fuori dalla strada. Fin dal primo giorno mi aveva trattato come un figlio, scontrandosi per questo con la sciocca gelosia dei suoi legittimi eredi, incapaci di percepire come l’affetto che provava per me non aveva minimamente intaccato quello incommensurabile che provava per loro. Mi sentivo ancora in debito nei suoi confronti. Marco si era ripreso perfettamente dall’operazione e l’ultima volta che lo avevo sentito al telefono aveva già ripreso a lavorare a pieno ritmo e mi aveva ricordato il nostro appuntamento. Trascorsi una notte insonne arrovellandomi per trovare una soluzione che prese finalmente forma con le prime luci dell’alba. Dovevo parlarne con Sara immediatamente, non potevo perdere due giorni aspettando di incontrarla al mercato.
Dal bancone del bar, mentre ingurgitavo un bicchiere di latte caldo, vidi passare sul marciapiede il fratello minore di Sara. Lo raggiunsi in un attimo, gli misi in mano alcuni spiccioli e gli chiesi di dire a Sara che avevo bisogno di vederla, urgentemente. L’avrei aspettata alle due, al solito posto.

Al lavoro simulai un forte mal di testa e bruciori di stomaco e dissi che avrei trascorso il resto della giornata a casa.
Parcheggiai il furgone dietro alla vecchia torre. Sara sopraggiunse in bicicletta, alcuni minuti dopo.
“Spero sia importante. Ho lasciato mia madre da sola con la cucina che era un disastro, con tutti i piatti e le pentole da lavare”.
Le presi le mani e gliele strinsi forte.
“Non voglio partire senza di te”.
“Allora non partire”.
“Non posso, devo andare, lo sai. Ma tu verrai con me”.
“Con te?”.
“Sì, con me. Mi occuperò io di te, non dovrai preoccuparti di nulla”.
Sospirò, più divertita che sorpresa.
“Anche se volessi, mio padre non mi darebbe mai il permesso”.
“Nemmeno se ci sposiamo?” domandai, per nulla scoraggiato.
Mi guardò incredula.
“Cosa hai detto?”.
“Ti sto chiedendo di sposarmi”.
Picchiettò l’indice contro la tempia.
“Tu sei pazzo”.
“Non sono mai stato così serio in vita mia”.
“Mio padre prima ammazza me, poi viene a cercarti e ammazza pure te”.
“Ho intenzione di chiedergli ufficialmente la tua mano”.
“Vorrà sapere chi sei, cosa fai, conoscere la tua famiglia”.
“Vuoi dire quel che resta della mia famiglia” la corressi con un velo di amarezza nella voce.
Scosse la testa.
“Non conosci mio padre. Non accetterà mai di concedere la sua unica figlia femmina a un forestiero. Il mio destino è legato a questa terra”.
Non sarebbero certo state delle antiche tradizioni famigliari, così aliene al mio mondo, a dissuadermi dal mettere in pratica i miei propositi.
“Lomellini garantirà per me”.
“Te lo ha detto lui?”.
“Non ancora, ma lo farà, non ho dubbi a riguardo”.
Ero sicuro che Marco, sapute le mie intenzioni, avrebbe fatto il possibile per convincere il padre di Sara. Confidavo nelle sue capacità di persuasione che aveva sviluppato e affinato negli anni nell’ambito professionale e dentro di me sapevo che sarebbe riuscito a fargli accettare che sua figlia sposasse uno del Nord.
Sara mi rovesciò addosso uno sguardo carico di compassione.
“Puoi provare, se vuoi”.
Fino a quel momento avevo dato per scontato che Sara sarebbe stata entusiasta dell’idea di trasferirsi al Nord insieme a me. Il tono indulgente delle sue parole, pronunciate senza alcuna enfasi, mi fecero all’improvviso sospettare del contrario.
“Ma tu ci vuoi venire via con me?”.
Una scintilla le accese gli occhi.
“Sì, certo. Mi piacerebbe” e mi abbracciò stretto. Dal contatto col suo corpo trassi nuovo vigore.
“Parlerò con tuo padre, lascia fare a me”.

Incontrai il padre di Sara quella stessa sera. Per l’occasione indossai il vestito più elegante che avevo e mi presentai alla porta di casa della mia futura sposa con un mazzo di rose rosse in una mano e nell’altra una bottiglia di vino che mi era costata una fortuna.
Fu un disastro. Mi scontrai con un uomo dal pensiero semplice ma inaccessibile, fortificato nelle sue convinzioni, per nulla disposto a rinunciare alle usanze tipiche della sua famiglia. Famiglia che, sottolineò, non avrebbe mai disonorato accettando la mia proposta. Incapace di trovare argomenti per ribattere a un’esibizione a tratti teatrale di anacronismo culturale, mi ritirai deriso e frastornato, con l’idea che, da solo, non ce l’avrei mai fatta. Dal bar sotto casa telefonai a Marco e lo misi al corrente degli ultimi accadimenti. Sulle prime si mostrò restio all’idea di un viaggio al Sud e solo di fronte alla mia insistenza accettò di incontrare il padre di Sara.

Lomellini non visitava spesso i luoghi in cui si svolgevano i lavori dell’azienda. Lasciava che fossero i propri collaboratori a svolgere i controlli periodici e si limitava ad analizzare le loro relazioni comodamente seduto nel suo ufficio. L’annuncio del suo arrivo sorprese quindi il direttore del cantiere, dato che erano trascorsi appena sette mesi dall’ultima visita dell’ingegnere. Convinto che il motivo fosse un interesse particolare del titolare dell’azienda per il progetto pugliese, decise di celebrare l’evento organizzando una cena di accoglienza a cui avrebbero partecipato tutti gli operai e le rispettive famiglie. La serata si sarebbe svolta nel cantiere stesso, nell’area adibita a mensa. Vennero ordinati due maialini da arrostire sulla brace e venne contattato un gruppo locale per rallegrare l’atmosfera con uno spettacolo di musica tradizionale.
Gli operai, rigorosamente in giacca e cravatta, giunsero alla spicciolata, accompagnati dalle mogli, agghindate a festa per l’occasione, e da bambini schiamazzanti ed eccitati. Le coppie varcavano a braccetto l’ingresso del cantiere e avanzavano in direzione della tavola imbandita come se stessero sfilando in passerella.
Alcuni volontari si incaricarono del fuoco, altri iniziarono a stappare le bottiglie e versare il vino, altri ancora disposero le sedie e le panche a semicerchio di fronte a tre sedie sulle quali presero posto i musicisti. In attesa della cena era previsto un assaggio di “pizzica”.
Il suono inconfondibile del violino risuonò stridulo nel cantiere, accompagnato da quello più dolce della chitarra, dall’allegro fischio del flauto e dal ritmico scampanellio del tamburello. Da posizioni diametralmente opposte, una coppia di giovani avanzò lentamente verso il centro, scrutandosi con sguardo fisso e intenso. Giunti a pochi passi l’uno dall’altra, la ragazza sventolò un fazzoletto e finse di avvicinarsi ulteriormente muovendo in avanti il busto e accennando un passo. Un istante dopo afferrò l’estremità della lunga gonna e, con uno scatto repentino, scartò prima di lato e indietreggiò poi con una rapida sequenza di balzi. Il ragazzo, tutt’altro che sorpreso dall’azione improvvisa della ragazza, distese le braccia e la inseguì alternando saltelli leggeri a uno sbattere vigoroso di piedi sul terreno. La ragazza sfuggì all’attacco del ragazzo con vorticosi giri su sé stessa, come una trottola impazzita. Una melodia incalzante e vivace accompagnava i frenetici movimenti dei ballerini, impegnati in una folle danza in cui alternavano brevi momenti di studio ad agili guizzi con i quali un po’ si inseguivano e un po’ si incrociavano, sfiorandosi. Il pubblico, visibilmente eccitato, partecipava con grida infervorate e battiti di mano, aumentando il ritmo quando il ballo si faceva particolarmente scatenato. Il cielo, scuro e stellato, faceva da contorno a quello spettacolo semplice e genuino che possedeva un non so che di magico.
“Secondo la leggenda” mi spiegò Antonio “un giovane marinaio, dopo aver sedotto una fanciulla di nome Arakne e aver trascorso insieme a lei una notte d’amore, partì per un lungo viaggio. La ragazza attese fedele per anni il suo ritorno e quando finalmente intravvide la barca all’orizzonte, essa fu affondata dai nemici, causando la morte di tutti coloro che si trovavano a bordo. Quando Arakne morì, Zeus la trasformò in ragno e la mandò sulla terra affinché potesse vendicarsi per l’amore che gli uomini le avevano rubato”.
Ascoltavo il suo racconto, ma non riuscivo a distogliere lo sguardo dai ballerini e ne seguivo incantato i movimenti.
“Le danze tipiche di queste terre sono nate così. Chi veniva morso dalla tarantola cadeva in un sonno ipnotico e si risvegliava solamente al suono del tamburello. Col tempo, però, la tradizione si è persa. Solo recentemente sono state riscoperte, soprattutto nel Salento. Nel nord della Puglia è ancora piuttosto raro assistere a uno spettacolo di “pizzica””.
Nel frattempo, un invitante profumo di carne arrostita si era sparso nell’aria. I giovani smisero di danzare tra uno scroscio prolungato di applausi. Lentamente gli astanti si alzarono e, trascinando ognuno la propria sedia, presero posto a tavola. Proprio in quel momento, il rombo conosciuto dell’Alfa annunciò l’arrivo dell’ospite d’onore. Il medico gli aveva sicuramente sconsigliato un viaggio così lungo in macchina, in fondo stava ancora recuperandosi dall’operazione e il ginocchio avrebbe risentito dello sforzo. Ma il viaggio in treno era più lungo, considerati i cambi, e Marco non aveva molto tempo da perdere, men che meno dietro alle mie vicende amorose. Quando lo vidi scendere dall’auto pensai che per nessun altro al mondo si sarebbe prodigato in quel modo. Gli andai incontro riconoscente e lo abbracciai. Mi salutò calorosamente e mi domandò come stavo. Quando ritornai verso la tavola notai che gli operai mi stavano osservando stupiti. Nessuno di loro era a conoscenza del rapporto speciale che mi univa a Marco. Neppure il direttore del cantiere, nonostante la lettera di raccomandazione, poteva immaginarsi veramente la realtà delle cose. Provai un certo imbarazzo di fronte a quegli sguardi interrogativi, come se avessi tutto d’un tratto tradito la semplicità e la generosità con cui mi avevano accolto nel gruppo fin dall’inizio. Sentii l’impulso di dar loro una spiegazione, ma non era quello il momento ideale per rivelare come e perché ero diventato l’autista del loro datore di lavoro. Il mio disagio crebbe a dismisura quando Lomellini, dopo essersi informato brevemente col direttore su come procedevano i lavori e ignorando la festa che era stata organizzata in suo onore, mi chiese di accompagnarlo a conoscere il padre di Sara. Salimmo in macchina accompagnati da un mormorio concitato, tra l’incredulità generale dei presenti, ben riassunta nell’espressione sgomenta del direttore, incapace di contrastare lo svolgersi degli eventi e accennare una protesta di fronte all’ingratitudine di Lomellini. Una volta soli, provai a persuaderlo che non era una buona idea presentarsi a quell’ora a casa di uno sconosciuto.
“Non si tratta di uno sconosciuto, si tratta del tuo futuro suocero” tagliò corto.
Quella frase rappresentava la perfetta sintesi del carattere di Marco. L’eventualità di un fallimento della nostra missione non veniva nemmeno presa in considerazione. Quando bussammo alla porta della casa di Sara erano le dieci passate. Ci aprì la madre, in vestaglia, e ci informò che suo marito era fuori, al bar di fronte alla chiesa. Marco la ringraziò per l’informazione senza scusarsi per il disturbo, visibilmente seccato per quel contrattempo inatteso. Sperai con tutto me stesso che ciò lo facesse desistere e rimandare l’incontro al giorno dopo.
“Andiamo al bar” disse, più risoluto che mai.

Il ritrovo era fumoso e affollato. Il padre di Sara stava chiacchierando allegramente con un paio di amici. Dal posto in cui era seduto si godeva un’ampia visione dell’intero locale, inclusa la porta d’ingresso. Quando mi vide entrare appoggiò sul tavolo il bicchiere e mi fulminò con un’occhiata ostile. Afferrai Marco per un braccio.
“Lasciamo perdere”.
“Ho fatto ottocento chilometri e tu mi chiedi di lasciar perdere?”.
“Almeno per stasera”.
Scosse la testa.
“I problemi prima si affrontano e prima si risolvono”.
“Dove si trova?” mi domandò dopo aver fatto scorrere lo sguardo per il locale.
Indicai il tavolo con un cenno del capo. Non fu necessario che gli specificassi chi fosse la persona che stavamo cercando. Il padre di Sara, che mi aveva fissato costantemente da quando eravamo entrati, ci indicò agli amici.
“Vi presento il Casanova del Nord” e proruppe in una risata sguaiata. Aveva esagerato con l’alcol. Se fargli cambiare idea da sobrio sarebbe stata un’impresa ardua, in quelle condizioni sarebbe stato praticamente impossibile, ma sapevo che Marco non si sarebbe dato per vinto facilmente.
“Michele Santacroce?” domandò infatti con tono affabile.
“In persona. Chi lo desidera?”.
“Ingegnere Lomellini” si presentò Marco porgendogli la mano. “Vorrei parlarle, se possibile in un posto più tranquillo”.
Marco non era solito utilizzare il titolo nelle presentazioni. Era chiaro che facesse parte di una precisa strategia, cercava evidentemente di guadagnare autorità agli occhi del padre di Sara. Santacroce scolò in un sorso ciò che restava del vino e strinse svogliatamente la mano di Marco.
“Andiamo”.
Si avviò con passo incerto verso l’uscita.
Si accomodò su una panchina nella piazza antistante e invitò Marco a sedersi al suo fianco. Restai in piedi, a qualche metro di distanza.
“Qui siamo in un posto tranquillo. L’ascolto”.
“Guido mi ha informato delle sue intenzioni di contrarre matrimonio con sua figlia Sara” esordì Lomellini, senza tanti giri di parole.
“Di nuovo questa storia” lo interruppe sbuffando Santacroce.
“Sono qui per garantire la rispettabilità della sua persona e la serietà della sua proposta”.
“E lei chi sarebbe, un parente?”.
“Sono il padre adottivo” mentì Marco. “Suo padre è mancato quando Guido era piccolo”.
“Sì, sì, lo so. Questo me l’ha già detto lui” ribatté il padre di Sara additandomi. “È possibile che la proposta sia seria, ma mia figlia sposerà un giovanotto di queste terre. Quando sarà il momento, tra qualche anno. È ancora troppo giovane”.
“Lei vuole bene a sua figlia, signor Santacroce?” lo incalzò Marco, per nulla scoraggiato.
“Ma che razza di domanda è questa! Certo che le voglio bene”.
“E non pensa che volerle bene significhi fare il possibile affinché possa essere felice?”.
“Sì, ed è per questo che non acconsentirò che sposi un forestiero. Mia figlia sposerà un giovane di qui, un pugliese. Sarà una moglie fedele e si prenderà cura della casa e dei figli. E sarà felice”.
“Ne è sicuro? Ne avete mai parlato?”
“Certe cose si sanno, non c’è bisogno di parlarne”.
“Guido si prenderà cura di sua figlia, l’amerà e la rispetterà”.
Un ghigno beffardo deformò il volto di Michele Santacroce.
“Ma non la capirà. Una persona per essere felice deve essere capita e voi del Nord a noi del Sud non ci capite”.
“Forse ha ragione, non la capisco, infatti. Lei, signor Santacroce, ha già deciso il futuro di sua figlia. Il fatto che Sara abbia manifestato il desiderio di sposare Guido non ha per lei nessuna importanza. La volontà di sua figlia non conta nulla e nemmeno conta qualcosa l’amore che Guido prova per lei”.
“Sara è poco più che una ragazzina, non ha idea di cosa voglia dire amare una persona”.
Lomellini abbassò lo sguardo e tacque. Sotto il peso di quel silenzio improvviso, appena scalfito da un vociare attutito e incomprensibile proveniente dal bar, sentii scricchiolare la speranza che avevo riposto in lui e nella sua capacità di persuasione.
“È probabile che sua figlia sappia molte più cose sull’amore di quanto lei si immagini”.
Ebbi la tentazione di intervenire per confermare quanto detto da Marco. Fu un attimo. Realizzai immediatamente che non si trattava di una buona idea, mi morsi il labbro senza dire nulla.
“Cosa vuole insinuare? Che mia figlia ha disonorato la famiglia? Stia attento a quello che dice” minacciò Santacroce con il volto paonazzo. L’atmosfera si faceva via via più tesa.
“Non voglio insinuare nulla e tanto meno offendere l’onore della sua famiglia. Lungi da me. Non mi riferisco alle azioni bensì alle emozioni. Sto parlando di sentimenti, signor Santacroce. Sono convinto che sua figlia Sara provi per Guido un profondo e sincero amore.”
“I sentimenti possono cambiare”.
Segni di impazienza affiorarono sul volto di Marco. Estrasse una Winston dal pacchetto e l’accese.
“Ma non sta a lei decidere come e quando. Non può opporsi alla forza che attrae questi due ragazzi. Impedendone il matrimonio, non farà altro che alimentare il loro desiderio di stare insieme”.
“Certo che posso, ed è esattamente quello che farò”. Era un’affermazione che non lasciava spazio a repliche.
“Lei sta commettendo un errore”. Era un ultimo e scomposto tentativo di far cambiare idea al padre di Sara e le parole uscirono dalla bocca di Marco cariche di stizza ma senza alcuna convinzione. Santacroce lo fissò torvo.
“Mi sembra che non abbiamo più niente da dirci”. Sollevò la sua possente mole e si congedò senza aggiungere altro.
“Stupido e ottuso ciccione” lo apostrofò Lomellini a bassa voce.
Lo osservai allontanarsi e svanire all’interno del locale, dopodiché mi rivolsi a Marco, facendo il possibile per mascherare la delusione:
“Grazie lo stesso”.
Non rispose. Si limitò a guardarmi, visibilmente contrariato.

Ripartì il giorno dopo all’alba, infuriato per il viaggio a vuoto, per fortuna più con il padre di Sara che con il sottoscritto. Mi diede appuntamento a Milano per il lunedì successivo. Mi restavano solamente quattro giorni.
Quella sera, in un istante di follia, decisi che la mia incoscienza sarebbe riuscita là dove la diplomazia di Marco aveva fallito. Ne parlai con Sara e con mia grande sorpresa non fu troppo difficile convincerla a fuggire insieme. Bisognava organizzare un piano. Trascorsi l’intero pomeriggio a studiare la cartina e ad analizzare le possibili vie di fuga. La più rapida consisteva nel prendere la corriera per Foggia e da lì un treno verso Ancona. Quando le domandai la sua opinione, Sara mi fece notare che, non appena si fossero accorti della nostra fuga, le ricerche sarebbero avvenute proprio verso est e difficilmente avremmo avuto il tempo di partire dalla stazione di Foggia prima che sopraggiungessero in macchina i nostri inseguitori. Per quanto più lunga, anzi, proprio perché più lunga e per questo meno logica, la via verso ovest sarebbe stata più sicura. Avremmo dovuto prendere la prima corriera del mattino per Benevento. Da lì raggiungere Napoli in treno o in corriera, per poi proseguire in treno per Roma. Era un piano semplice che basava la sua riuscita sull’ipotesi che il padre di Sara, colto alla sprovvista, avrebbe ordinato l’inseguimento verso Foggia. Prima che si accorgessero dell’errore, noi avremmo avuto il tempo di abbandonare Benevento e a quel punto sarebbe stato ormai impossibile raggiungerci. Avevamo il cinquanta per cento di possibilità di successo. Ad un pessimista sarebbe sembrato pochissimo. A noi due, con la ragione annebbiata dall’amore e l’ottimismo alimentato dalla passione, parve una percentuale altissima. Decidemmo di non parlarne con nessuno, nemmeno con le persone delle quali sapevamo poterci fidare. Il pomeriggio precedente il giorno prefissato, nascosti in un granaio, ripassammo il piano tra un bacio e l’altro. Saremmo andati a piedi, attraverso i campi, alla fermata del paesino successivo in modo che nessuno a Candela potesse vederci salire sulla corriera. Mi raccomandai con Sara di non preparare nessuna borsa, nemmeno una piccola, per non insospettire i suoi famigliari. Avevo soldi a sufficienza per comprare tutto ciò di cui aveva bisogno una volta in salvo. L’appuntamento era per le tre del mattino dietro alla torre. Ci sfiorammo l’uno la guancia dell’altro con una carezza e ci allontanammo in direzioni opposte.
Dopo cena scelsi le cose da portare via. Avremmo dovuto camminare parecchi chilometri e non volevo appesantire troppo la mia sacca. In ogni caso si trattava di pochi oggetti: qualche foto, alcuni libri, un po’ di vestiti e il denaro nascosto in una tasca interna della borsa. Appoggiai la sacca di fianco al letto, programmai la vecchia sveglia pregando che non si rompesse proprio quella notte e mi abbandonai sul materasso. Sentii l’eccitazione fluire lentamente dalla testa e impadronirsi poco a poco del mio corpo. Il mio pensiero corse a casa di Sara. Il suo compito era certamente più difficile del mio. Divideva la stanza con la sorella e non poteva mettere l’allarme. Sarebbe dovuta andare a letto e avrebbe dovuto fingere di addormentarsi, rimanendo invece desta fino all’ora prevista. Sarebbe poi sgattaiolata via facendo attenzione a non interrompere il sonno della sorella e degli altri componenti della famiglia. Se tutto fosse andato per il verso giusto, la sua assenza sarebbe stata notata solamente verso le sette. Sara rischiava molto più di me. Se qualcosa fosse andato storto, suo padre gliel’avrebbe fatta pagare carissima. Sara pensava addirittura che avrebbe potuto rinchiuderla in un convento. Pensai a quanto poco al confronto rischiassi io e mi sentii in colpa. Stavamo per compiere una pazzia, ma ormai era tardi per tornare indietro. Non chiusi occhio, eppure quando mi alzai dal letto alle due e mezza non ero affatto stanco. I muscoli vibravano impercettibilmente sotto l’effetto dell’adrenalina. Afferrai la borsa e uscii. Un cane randagio spelacchiato si aggirava per il paese deserto in cerca di cibo. La notte era nitida. Brillava Orione, dominando le altre costellazioni, e la luna sorrideva sottile nel cielo nero. Raggiunsi la torre e restai con l’animo in tormento in attesa di Sara. Dopo alcuni minuti la vidi arrivare di corsa.
“Andiamo, non c’è tempo da perdere” ansimò.
Ci precipitammo giù per i campi col cuore in gola, incuranti di inzupparci di rugiada i pantaloni e le scarpe, voltandoci di tanto in tanto per assicurarci che alle nostre spalle non ci fosse nessuno.
Giungemmo alla fermata in largo anticipo. Iniziai a guardare l’orologio ogni due minuti, maledicendo il tempo che sembrava essersi fermato. Sara scrutava nervosamente il buio circostante. Finalmente in lontananza si intravvidero i fari della corriera, dapprima due minuscoli puntini luminosi poco più grandi di una lucciola, poi sempre più grandi fino a quando la sagoma del veicolo emerse dall’oscurità.
“Due biglietti per Benevento”.
L’autista ci squadrò con aria interrogativa. Sorrisi, cercando di mantenere la calma, e gli porsi i soldi. Prese la banconota e mi diede in cambio due biglietti e il resto. Quando chiuse la porta e ripartì tirai un sospiro di sollievo. La prima parte del piano era riuscita alla perfezione.
Alla stazione di Benevento scoprimmo che il primo treno per Napoli sarebbe partito dopo quasi due ore. Un tizio ci informò che le due città erano collegate da una corriera che effettuava una sola corsa nel primo pomeriggio. Non potevamo fare altro che aspettare il treno. Sara iniziava a dare i primi segni di cedimento, sopraffatta dalla stanchezza. Ci sedemmo per terra in un angolo e si accasciò sulla mia spalla. Ero esausto e lottai strenuamente per tenere gli occhi aperti. Resistetti un’ora, poi, vinto dalla fatica, mi addormentai.
Uno stridore di freni sui binari mi fece sobbalzare. Impiegai un attimo per capire che il treno era arrivato. Risvegliai Sara, che mi seguì ancora mezza addormentata, e salimmo su un vagone a centro treno. Ci sistemammo in uno scompartimento vuoto, ci stringemmo le mani e restammo in attesa. Un fischio acuto e prolungato annunciò la partenza immediata del treno. Quando il convoglio si mosse con un sussulto capimmo che ce l’avevamo fatta. Ci scambiammo un sorriso con gli occhi lucidi e ci abbandonammo sfiniti l’uno nelle braccia dell’altro.
A Napoli mangiammo un piatto di pasta prima di ripartire per Roma. Giunti nella capitale, decidemmo di fare un giro per la città. Comprammo dei vestiti e un borsone per Sara. Percorremmo i Fori Imperiali, visitammo il Colosseo, attraversammo il Circo Massimo, salimmo e scendemmo due o tre volte la scalinata di Piazza di Spagna, sostammo in Piazza Navona, giungemmo infine di fronte alla fontana di Trevi.
“Qui è dove ha fatto il bagno Anita Ekberg ne La Dolce Vita” dissi.
Sara mi guardò commossa.
“Avevi ragione, amore mio. Ogni tanto i sogni diventano realtà”.

Chiamai Lomellini per metterlo al corrente della nostra fuga.
“Siete sempre intenzionati a sposarvi?”.
“Certo. Dopo tutto ’sto casino...”.
“Intorno alla metà di marzo resterò a Piacenza una settimana. Che ne dici di celebrare lì il matrimonio e festeggiare in villa?”.
“Mi sembra un’ottima idea”.

Erano trascorsi più di dieci anni dall’ultima volta che avevo visto mia madre. Avevamo cenato insieme una sera d’autunno. Il giorno dopo avevo lasciato Camogli per vendicare la morte di mio padre. L’odio maturato per il suo silenzio durante gli anni del carcere era via via scemato col passare del tempo. Forse per quello o forse perché Camogli si trovava sulla strada per Milano che ci fermammo nel paesino della riviera ligure.
Costanza, come era prevedibile, fu sorpresa di vedermi e nei suoi occhi notai anche un certo imbarazzo. La gentilezza e l’ospitalità con le quali accolse Sara contrastavano con la freddezza e il distacco che manteneva con me. Non ero andato a Camogli per ricevere la sua approvazione, ero stato spinto solamente dal desiderio che incontrasse la ragazza che sarebbe diventata mia moglie, eppure in un momento in cui eravamo soli le domandai:
“Ti piace?”.
“Sì”.
Mi raccontò che Vincenzo si era ammalato, lo avevano già operato sei volte, ma non si era mai ripreso completamente. Ogni giorno che passava stava sempre peggio, perdeva peso e si indeboliva. Le domandai di Giovanna. Dopo il liceo si era iscritta a ingegneria chimica. Nel 1966, quando aveva ventitré anni, anche lei era stata male per un addensamento ghiandolare al polmone. Era stata costretta a letto per un anno ed era ingrassata venticinque chili. Ora stava di nuovo bene, ma la malattia aveva ritardato gli studi e le mancava ancora qualche anno per laurearsi.
Entrai nella sua stanza. Era seduta alla scrivania, china su un libro.
“Stamattina mi hai detto che volevi parlarmi” dissi per giustificare la mia intrusione.
“Voglio mostrarti una cosa”.
Aprì un cassetto del comodino ed estrasse alcune lettere.
“Guarda”.
Riconobbi immediatamente la calligrafia. Erano le lettere che le avevo scritto dal carcere. Per un attimo fu come se Enrico fosse lì nella stanza insieme a noi. Il ritmo della loro vita è scandito dai loro problemi, non dai nostri.
Le restituii le lettere.
“Non mi hai mai risposto”.
“Non le ho mai ricevute. Le ho trovate per caso un paio di anni fa. Erano nascoste in una scatola in un cassetto in camera di Costanza. Quando le ho chiesto spiegazioni mi ha detto che quando il postino gliele consegnava, lei prontamente le faceva sparire. Non giustificava la tua vendetta e non voleva quindi che mantenessi un contatto con te. Lo ha fatto per proteggermi, mi ha confessato, non per cattiveria nei tuoi confronti. Io non sapevo nulla, non sapevo cosa avevi fatto, non sapevo che eri in carcere. Dopo che sei sparito le ho chiesto di te, diceva che eri via per lavoro. Ho continuato per un po’ a domandarle tue notizie, poi ho smesso. Quando ho trovato le lettere ho telefonato al carcere di Viterbo e mi hanno detto che eri ormai fuori da tre anni e che non sapevano come aiutarmi a ritrovarti”.
Costanza, ancora lei. Il destino voleva che odiassi quella donna.
A cena non dissi nulla, per non litigare in presenza di Sara, ma decisi che in futuro non avrei mai più rivisto mia madre.
La mattina dopo partimmo diretti a Milano.

Arrivammo in villa il 15 marzo, quattro giorni prima della data prescelta per il matrimonio. Lomellini aveva dato disposizioni affinché venisse organizzato un banchetto in grande stile nel giardino della villa. Si incaricò personalmente di scegliere il menù e la carta dei vini. C’era però un ultimo problema da affrontare. Sara era minorenne e la legge permetteva il matrimonio di minori solamente in presenza dei genitori. Grazie ad un amico avvocato, Marco venne a conoscenza di un articolo del codice grazie al quale, in caso di pericolo di morte di almeno uno degli sposi, quella legge poteva essere aggirata. Lomellini in persona comunicò al prete che ero afflitto da una grave malattia. In realtà stavo benissimo e non mostravo alcun segno di qualche infermità incurabile, pensai quindi che, per convincere il prete, Lomellini avesse messo mano al portafoglio. Marco si prodigò in modo incredibile per far sì che il matrimonio tra me e Sara fosse possibile. L’affetto che provava nei miei confronti mi era ben noto, ma non potei fare a meno di sospettare, e la cosa mi faceva sorridere, che tutto quell’impegno nascesse anche da un suo personale sentimento di rivalsa nei confronti di Michele Santacroce.
Sara scelse un abito bianco di raso di seta che le fasciava il busto e si apriva all’altezza della vita per continuare poi in un lungo strascico. Il mio era invece un vestito scuro con i gemelli d’oro, una camicia bianca e una cravatta grigio argento. Il tutto ovviamente a spese di Lomellini.
La cerimonia fu semplice e breve, celebrata alla presenza di una cinquantina di invitati, tra i quali nessun parente della sposa e uno solo dello sposo, Giovanna, accompagnata per l’occasione da Davide, un amico intimo dell’università. Il pranzo, costituito da innumerevoli portate, si protrasse fino a pomeriggio inoltrato. La giornata di festa si concluse con una sorpresa inaspettata organizzata da Marco. Non appena calò il buio, uno spettacolo di fuochi artificiali colorò il cielo sopra la villa.
Restammo alcuni giorni in Emilia Romagna, in attesa che l’appartamento che avevamo preso in affitto a Milano fosse pronto per andarci ad abitare. La sera prima di trasferirci decidemmo di trascorrere qualche ora in giardino, sulle sdraio, per respirare fino all’ultimo l’aria pulita della campagna.
“Guido”.
“Sì”.
“Devo dirti una cosa”.
“Ti ascolto”.
“Sono incinta”.

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