Gli Dèi del cielo

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Gli Dèi del cielo

Messaggio Da Il Sognatore Pazzo il Ven 13 Set 2013, 19:55

È quasi arrivato il mio turno. Finalmente.
Sono rimaste solo due persone davanti a me. Sento chiaramente le domande che pongono al soldato. In fin dei conti la domanda è una sola, ed è quella che fanno tutti.
«Cosa troverò dall’altra parte?» chiede intimorito l’uomo col giubbotto di jeans, mentre guarda come ipnotizzato la strana lastra bianca e luminosa che si erge dinanzi a lui.
«Il Nuovo Mondo. Non lo sa?» risponde infastidito il soldato in uniforme mimetica.
«Ovvio che lo so. Ma come dovrebbe essere esattamente questo Nuovo Mondo?»
«Senta, se ha dei dubbi giri subito i tacchi e faccia ritorno da dove è venuto! Non possiamo aspettare tutto il giorno che lei si decida!»
La verità è che neanche i militari hanno la più pallida idea di cosa ci sia dall’altra parte.
L’uomo fissa ancora una volta il portale alieno. Poi si ritrae di scatto, come se qualcuno dall’altra parte gli avesse fatto boo! facendogli prendere uno spavento.
«N… no. Non credo di… Non me la sento. Mi dispiace. Devo tornare dalla mia famiglia» conclude. Dopodiché scavalca la transenna e prende a correre nella direzione opposta.
Lo guardo allontanarsi. Dietro di me la fila è talmente lunga da non poterne vedere la fine. Sento alcune persone fare commenti riguardo l’uomo in fuga, e su quanto sia stato stupido a ritirarsi all’ultimo istante.
«Dove vai, razza d’imbecille!?» gli urla dietro l’altro tizio davanti a me. «Domani a quest’ora sarai già morto!»
Proprio così. Morto.
Tra meno di ventiquattr’ore saremo tutti morti. Un asteroide del diametro di ben 257 kilometri sta per schiantarsi sulla Terra, e nessuno potrà farci niente. La NASA già un po’ di tempo fa ha lanciato due spedizioni verso l’asteroide, con l’intento di piazzarvi sopra due cariche esplosive nucleari. Entrambe le missioni sono state miracolosamente portate a termine, ma meno miracoloso è stato l’esito: come si temeva, le esplosioni hanno appena scalfito lo strato di roccia esterno.
Per cui, ci estingueremo come accadde ai dinosauri milioni di anni fa. I Maya ancora una volta ci avevano azzeccato: domani, 21 dicembre 2012, il mondo vedrà il suo epilogo, e non sarà un lieto fine come molti avevano sperato.
Ma questa volta, a differenza dei dinosauri noi abbiamo una scelta: restare qui a morire, o attraversare il portale.
Il passaggio si presenta come un lastrone emanante un biancore luminescente che è racchiuso in una sorta di cornice quadrangolare, lungo la quale sono impressi degli strani e indecifrabili simboli di evidente matrice aliena. Mi ricorda un po’ quello del film Stargate, eccezion fatta per la forma, che lo rende un po’ più simile a un grosso specchio. In cima, proprio al centro dell’asse orizzontale, compare una chiave di volta che riporta una curiosa incisione fatta di simboli appuntiti e triangolari, diversi da tutti gli altri, e che i maggiori esperti di lingue antiche sono riusciti a ricollegare alla scrittura cuneiforme sumera, ed hanno così tradotto: “Questa è la porta che vi condurrà al Nuovo Mondo.”
Di portali come quello ce ne sono tanti altri, sparsi in tutto il mondo. Sono comparsi contemporaneamente dal nulla una settimana fa. Ma soltanto ieri si sono realmente “attivati”. Come sia fatto questo fantomatico Nuovo Mondo e quali siano le reali intenzioni di questi alieni non ci è dato saperlo. Ma dal momento che restando qui moriremo comunque, il gioco vale la candela.
«Forse bastava solo fidarsi un po’ di più di quegli omini grigi dalla testa grossa» prende a parlare ad alta voce una signora che sta qualche metro più indietro, come se avesse ascoltato i miei pensieri. Mi giro per dire qualcosa, ma poi capisco che non si sta rivolgendo a me, bensì ad un altro tizio vicino a lei, probabilmente suo marito.
«Forse non sono la minaccia che credevamo» prosegue la donna. «Forse il loro intento non è mai stato quello di controllarci, ma semplicemente di vegliare su di noi. Di proteggerci. Ed ora ci stanno dando una possibilità di salvezza. Non credi, Gianfranco?»
«Io continuo a non fidarmi di loro» le risponde l’uomo al suo fianco. «Questa è la prova definitiva che hanno il totale controllo su di noi. Chissà cosa ci faranno là dentro. Ci legheranno a un tavolo da laboratorio e ci sezioneranno dalla testa ai piedi!»
«Ma caro! Perché devi farla sempre tanto tragica!?»
Odio doverlo ammettere – penso tra me e me –, ma Gianfranco potrebbe aver ragione. Non è esattamente quello che ho pensato anche io, ma ho sempre immaginato la specie aliena come delle creature intelligenti, fredde e calcolatrici, che non provano sentimenti né si lasciano intenerire in alcun modo.
Ovviamente potrei anche sbagliarmi. Tutti potremmo sbagliarci. Ma sarebbe inutile scatenare un dibattito proprio adesso. Tra pochi minuti ci ritroveremo chissà dove, e magari la verità riusciremo a vederla con i nostri occhi.
Il soldato di guardia al portale cerca sul suo palmare il nome dell’uomo che mi precede (Eugenio qualcosa), e lo depenna. Una formalità completamente inutile, come inutile è stato dover firmare un documento col quale si dichiara la rinuncia di tutti i propri beni e possedimenti terreni.
Come se qualcuno potesse tornare a reclamarli. Come se potesse esserci ancora ‘qualcosa’ da reclamare.
Completate le ultime – e ultime in tutti i sensi – formalità, l’uomo in divisa solleva il gancio che tiene la catena tesa tra le transenne, e lascia passare Eugenio, che senza indugiare troppo si immerge in quella superficie biancastra, che si muove al suo passaggio come se fosse liquida.
Faccio un passo avanti. Quegli ultimi minuti mi sono sembrati interminabili.
Il soldato mi fissa per qualche istante, senza parlare. Forse perché si aspetta la solita domanda, che non arriva. Non so per quante ore sono stato in fila; ho la bocca asciutta e non ho nessuna voglia di interloquire. Voglio solo andarmene.
«Nome?» chiede dunque.
«Mauro Ferano.»
Dà la solita controllatina al palmare. «Effe… Fe… Fer… Ah, eccola qui. Passi pure. Le auguro buon viaggio.»
Avrei preferisto che fosse stata una hostess a dirmelo, ma mi accontento.
Eccomi qui, faccia a faccia con il mio destino. Il momento della verità è giunto.
Mi avvicino a quella patina luminosa. Il bagliore è quasi accecante. D’un tratto, quando sono abbastanza vicino, la superficie diviene riflettente e la mia immagine speculare compare su di essa facendomi leggermente sussultare. È stato probabilmente quello a spaventare l’uomo che è fuggito poco fa.
Con una mano tocco la lastra che ora sembra fatta di vetro, e invece mi accorgo che è ancora liquida, perché dalla punta del mio dito si allargano subito dei cerchi concentrici. Ma non la sento umida al tatto. L’unica sensazione che mi dà è un piacevole formicolio.
Chiudo gli occhi e faccio un passo avanti.
Il formicolio mi attraversa tutto il corpo. Un attimo dopo cessa.
Sono già dall’altra parte?
Riapro gli occhi, e ciò che vedo è una risposta affermativa alla mia domanda.
Vedo un’enorme distesa erbosa, dove qua e là spuntano degli alberi di un tipo che non riconosco. Ma la cosa ancor più strana è che alcuni tronchi sono spezzati, abbattuti, sradicati, e nel terreno compaiono diverse crepe, anche abbastanza ampie, e poco rassicuranti.
Più avanti ci sono un gruppo di persone, tra le quali riconosco Eugenio e qualcun altro che ha attraversato il portale prima di me. Ma non sembrano per niente felici. Anzi, se ne stanno inginocchiati o distesi per terra con le mani tra i capelli, a piangere e disperarsi. C’è chi si abbraccia. E c’è chi strappa fili d’erba e prende a pugni il suolo.
Non capisco cosa succede. Ma non mi piace. Non mi piace per niente.
Io me ne torno indietro!
Ma non appena mi volto, scopro che non c’è più nessun portale ad aspettarmi. Avrei dovuto immaginarlo che il viaggio sarebbe stato di sola andata.
Però c’è qualcos’altro in quella direzione. Qualcosa che stona con il resto del paesaggio. Un enorme complesso megalitico costituito da strane rocce nere come la pece, talune dalle forme davvero bizzarre. Ce n’è una che si innalza a spirale verso l’altro. Un’altra perfettamente sferica. Un’altra ancora a forma di fuso, che mi fa venire in mente un pallone da rugby.
Altre invece sembrano proprio dei… grattacieli. Ma certo!
È una città! Una stramaledetta città aliena!
Quelle costruzioni mi fanno venire i brividi. Sono persino prive di finestre. Ma dove diavolo vivono quelle creature? E dov’è il nostro comitato di benvenuto?
Alcune persone si stanno incamminando verso la città. Decido di seguirle. Devo assolutamente far luce su tutta questa strana faccenda. Mentre mi sposto noto che alcuni palazzi sono addossati l’uno contro l’altro. Uno stile architettonico davvero particolare, non c’è che dire.
Ma quando d’un tratto la terra comincia a tremare violentemente sotto i miei piedi, mi rendo conto che non c’è nulla di architettonico in quelle strutture diagonali. Come a darmi conferma di ciò, una delle costruzioni esterne prende ad oscillare pericolosamente. Il terreno poco lontano da me si sta letteralmente aprendo in due, e lo squarcio ha già inghiottito alcuni malcapitati.
Mi sa che non è il momento migliore per fare un tour della città. Devo trovare un riparo, e subito!
Maledizione! Abbiamo evitato un’apocalisse per incontrarne subito un’altra! Si direbbe proprio un giorno fortunato per gli abitanti della Terra.
Mentre me la do a gambe, vedo un’ombra allungarsi sul suolo davanti a me. Il grattacielo sta precipitando! Credevo di essere abbastanza lontano, e invece temo che quella cosa mi schiaccerà come un insetto.
Continuo a correre facendo ricorso a tutte le mie forze, quando d’un tratto vengo investito dal fragore di uno schianto alle mie spalle che mi sbalza in aria nella direzione opposta, facendomi volare per diverse decine di metri.
E poi… buio.
Dovrei essere morto?
«Benvenuto alla tua nuova dimora, esemplare ZGHY3957340267483…»
«Eh?» Spalanco gli occhi. «Chi ha parlato?» chiedo, mentre mi tiro su a sedere e lancio rapide occhiate intorno a me. Ma non riesco ad individuare il mio interlocutore.
Sono vivo, e mi trovo ancora su questo assurdo pianeta. Il grattacielo se ne sta disteso ad un centinaio di metri da me, con un angolo sprofondato nello squarcio nel terreno, ma ancora perfettamente intatto. Ma di che razza di materiale è fatto?
«Non puoi vedermi, perché non sono qui. Non fisicamente, almeno. Ti sto contattando telepaticamente, così come abbiamo fatto con gli altri terrestri che hanno attraversato il portale, e così come faremo con gli altri che verranno.»
«E tu chi dovresti essere?»
«Puoi considerarmi il tuo Dio. O il tuo Creatore. Come meglio preferisci.»
«Continuo a non capire.»
L’alieno emette una risatina «Certo che no. Voi terrestri non avete mai capito nulla.»
«Questa è la vostra casa?»
«Sì, sei sul nostro pianeta natale.»
«Come mai riesco a capire la tua lingua?»
Di nuovo quel risolino irritante. «Noi non facciamo uso di quella che voi chiamate lingua. La telepatia è un metodo di comunicazione universale, che non conosce limiti né confini. Quindi puoi anche smetterla di parlare a voce alta. Posso sentire ogni tuo pensiero.»
«Va bene così?»
«Ben fatto, umano.»
«Perché prima mi hai chiamato con quel nome strano? ‘Esemplare’… più una serie di lettere e cifre.»
«Perché non siete altro che questo: esemplari, numeri di serie. Come ti accennavo prima, noi siamo i vostri creatori, o meglio i vostri progenitori, e voi terrestri non siete altro che un esperimento generato attraverso l’ausilio delle nostre cellule. Un esperimento che possiamo considerare completamente fallito, visti i pessimi risultati raggiunti.»
«Un esperimento? Ma di che diamine stai parlando?»
«Per te sarà difficile comprendere, poiché la tua piccola mente come quella dei tuoi simili è regredita ad uno stato primitivo. I vostri antenati invece erano molto più evoluti. Ci conoscevano come ‘Anunnaki’, ovvero, dei discesi dal cielo. Ci rispettavano e ci adoravano. Ed erano in grado di comunicare con noi attraverso il cielo e le stelle. Gli Assiri, i Babilonesi, gli Egizi, gli Inca, gli Aztechi, i Maya: sono solo alcuni dei popoli che hanno lasciato innumerevoli testimonianze ai posteri. Informazioni chiare e preziose che voi non siete stati nemmeno in grado di decifrare. Loro lo sapevano, ed erano ben consapevoli che questo giorno prima o poi sarebbe giunto. Perciò, sono andati incontro alla loro prematura fine senza rimpianti.»
«Quindi mi stai dicendo che la specie umana ha avuto origine da voi?»
«Non solo la specie umana, bensì tutte le forme di vita di questo Universo. Noi siamo il principio e la fine di tutto. Doniamo la vita e la sottraiamo ogniqualvolta lo riteniamo necessario. Siamo la civiltà primordiale e l’apice dell’evoluzione.»
«Chi vi da questo diritto?»
«Nessuno. Perché nessuno è al di sopra di noi. Perciò, la nostra responsabilità nei confronti dell’Universo non ha confini, e le azioni che compiamo ne garantiscono la stabilità e il giusto equilibrio. Ma nonostante ciò, non sempre conosciamo gli esiti a lungo termine dei nostri esperimenti. Le prime forme di vita del pianeta Terra contaminate con le nostre cellule sembravano evolversi rapidamente, ma le dimensioni tendevano a svilupparsi maggiormente a discapito dell’intelletto.»
«Le dimensioni?»
«Voi non li avete conosciuti direttamente, ma ne conservate i resti ancora oggi.»
«Cosa? Stai parlando dei dinosauri?»
«Precisamente. Impiantammo le nostre cellule nei primi organismi pluricellulari terrestri, ma il risultato fu deludente.»
«Quindi… Oh, mio Dio!» esclamo nella mia testa, sbalordito e terrorizzato allo stesso tempo. «Credo di cominciare a capire! Ne avete causato l’estinzione! Ed ora tocca a noi!»
Ecco perché le persone che ho visto prima erano in preda alla disperazione. Anche loro sono stati contattati dagli Anunnaki, e hanno scoperto la verità che ci riguarda.
«Vedo che finalmente sei riuscito a stabilire un collegamento tra due neuroni.»
Sarcasmo. Pensavo fosse una peculiarità degli esseri umani. E invece ce l’hanno anche loro.
«Quando ci fu chiaro che i dinosauri non avrebbero mai raggiunto un livello di intelligenza sufficiente, prelevammo due campioni di scimmia – che rispetto alle altre creature erano anatomicamente più simili a noi – e le conservammo in criostasi. Dopodiché lanciammo un asteroide contro il pianeta Terra con lo scopo di ‘resettarlo’. Quando il nuovo processo di ‘Terraforming’ fu completato rianimammo le scimmie, e dopo averle trattate con le nostre cellule le rimandammo sul pianeta. Non ti nascondo che quella volta eravamo ottimisti. Ed in effetti avevamo motivo di esserlo. I primi homo sapiens come ti dicevo erano praticamente perfetti, ma ad un certo punto qualcosa è cambiato nel vostro DNA. Siete diventati aggressivi. Avete cominciato a combattervi l’un l’altro, a creare fazioni e a costituire gerarchie. La vostra fame di potere e di conquista è cresciuta in modo esponenziale.»
«E questo basta a condannarci tutti?»
«La tua presunzione non mi meraviglia affatto; anch’essa è tipica della tua specie. Avevate un mondo meraviglioso a vostra completa disposizione, e non siete stati nemmeno capaci di preservarlo. Anzi, avete completamente perso il controllo di voi stessi, e siete stati ad un passo dal distruggere il vostro stesso pianeta! Quindi, la risposta alla tua domanda è ‘sì’: questo basta a cancellarvi una volta per tutte!»
«Non siamo tutti malvagi! Esistono anche persone buone! Voi che ci avete osservati per tutto questo tempo dovreste saperlo!»
«C’è del bene così come c’è del male in ognuno di voi. Siete insicuri. E questo vi rende troppo instabili. Vi rende sacrificabili.»
«Certo, come topi da laboratorio! Come carne da macello!» rispondo indignato. «Perché non siete intervenuti prima? Perché non avete cercato di rimediare in altri modi prima di considerare la nostra estinzione come unica soluzione?»
«Ci abbiamo provato. Abbiamo continuato a inviarvi segnali. Ma non avete mai imparato ad interpretarli. E c’era da aspettarselo, dal momento che vi siete frammentati in talmente tante culture diverse, da non riuscire nemmeno a capirvi tra di voi. Inoltre, non potevamo interagire con voi fisicamente, per il semplice fatto che avremmo compromesso tutto. Dovevamo continuare a studiarvi, e capire fin dove sareste stati capaci di spingervi da soli, senza condizionamenti esterni. Questi dati ci aiuteranno ad evitare errori simili in futuro.»
«C’è ancora una cosa che non riesco a spiegarmi: se avete intenzione di resettare la Terra, perché ci avete condotti sul vostro pianeta prima che l’asteroide la colpisse?»
«Volevamo concedervi un ultimo dono: farvi conoscere il nostro pianeta natale, Nibiru. È un pianeta molto antico – più antico persino di noi – che ormai ha fatto il suo tempo, ed è giunto alla fine del suo cammino. Perciò siamo stati costretti a dirgli addio e a lasciarlo al suo destino. Il suo nucleo collasserà nell’esatto momento in cui la vostra Terra vedrà una nuova alba. Ed abbiamo scelto proprio quest’ultima come nuova dimora. Come vedi è il ciclo della vita che si ripete. Un pianeta muore, un altro rinasce. E viceversa.»
«Ciclo della vita un corno! Voi create forme di vita in provetta e uccidete i vostri figli! Non c’è niente di naturale in questo! Potete praticare il vostro giudizio universale quanto vi pare e piace, ma di certo il vostro atteggiarvi a divinità da strapazzo non vi renderà mai migliori di noi! Almeno noi sappiamo cosa significa avere un cuore! E se proprio vuoi saperlo, del tuo merdoso pianeta natale non me ne può fregare un fico secco!»
«Volevate un mondo nuovo, e vi abbiamo concesso l’onore di ricevere il nostro, anche se per pochi attimi. In ogni caso abbiamo preferito donarvi qualcosa che non avreste potuto nuovamente distruggere con le vostre mani.»
«Ah, sì? Perché, secondo te far impattare un asteroide contro la Terra significherebbe guarirla?»
«Sicuramente la guarirà da un male ben più grande, che è l’umanità. Per il resto, nessuno è mai morto per un pugno in faccia. La Terra sopravvivrà anche a questo, e con il nostro supporto rinascerà più forte e sana di prima.»
«Bene, allora vi auguro che anche la nostra casa, pardon, ex-casa diventi la vostra tomba! Così, tanto per dare all’Universo il giusto equilibrio.»
«Il tempo delle parole è finito, piccolo uomo. Ora sai tutto quello che volevi sapere. C’è qualcos’altro che vuoi dirmi prima di salutarci?»
«Sì, in realtà ci sarebbe un’ultima cosa che vorrei aggiungere. E sarò breve.»
«Ti ascolto.»
«VAFFANCULO!!!» grido, questa volta non solo per via telepatica, ma con tutta l’aria che ho nei polmoni. «Ti va bene come ultimo saluto, schifoso di un alieno che non sei altro!?»
«Già, vaffanculo!» ripete un altro uomo non molto distante da me.
«E vaffanculo a Nibiru!» aggiunge una donna.
Dopodiché vedo avvicinarsi altre persone, che attirate dalle nostre imprecazioni decidono di fare lo stesso, e come un coro da stadio lanciano il loro vaffanculo collettivo contro il nostro nemico comune. Una, due, tre volte e anche più. Prima in maniera disordinata, e poi in perfetta sincronia.
E poi vengono a dirci che tra di noi non ci intendiamo…
Mi unisco a loro. Non mi sono mai sentito così bene in tutta la mia vita, e voglio godermeli davvero tutti questi ultimi istanti, insieme alla mia gente.
Non sento più l’Anunnako. Deve avere appena interrotto la connessione telepatica.
Poco male. Un ultimo sfizio ce lo siamo tolto.
Almeno, sui libri di storia di quei mostri verremo ricordati come gli ‘esemplari’ terrestri che mandarono a quel paese i loro creatori.
Non male come uscita di scena.
No?
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