Il baco e la farfalla (capitolo 24)

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Il baco e la farfalla (capitolo 24)

Messaggio Da Diego Repetto il Ven 30 Ago 2013, 16:45

Gennaio 1966

La visibilità era pessima. Ero proteso in avanti, il mento che sfiorava il volante e il collo allungato verso il parabrezza, come quello di una tartaruga che spinge la testa fuori dal guscio. Il tentativo di ridurre la distanza tra me e la strada era ridicolo e inutile e l’Alfa penetrava incerta la densa coltre di nebbia. Lomellini fumava nervosamente, una sigaretta dopo l’altra, controllando in continuazione sul Rolex d’oro l’inevitabile scorrere del tempo. Sembrava non rendersi conto che il fumo che riempiva l’interno della macchina comprometteva ulteriormente la visuale, obbligandomi a procedere a velocità ridotta. Farglielo presente sarebbe equivalso a scoperchiare un contenitore ad alta pressione, decisi quindi di non infrangere il silenzio e mi limitai a sollevare leggermente il piede dall’acceleratore. Fu una precauzione inutile.
“Con questa andatura da lumaca arriveremo a Torino fra una settimana” sbottò.
“L’alternativa è non arrivarci affatto” replicai piccato, deciso a difendere il mio operato.
“Lo so, lo so, non possiamo andare più veloce. Non ce l’ho con te. Succede sempre così, quando uno ha fretta, spunta la nebbia. È una riunione importante, ci sarà anche l’assessore regionale. Mi hanno detto che non è convinto del nostro progetto, farlo aspettare non aiuterà certo a fugare le sue perplessità”.
In realtà nell’inverno padano la nebbia non era certo un evento eccezionale. Marco se la prendeva con il destino, ma ciò che veramente lo infastidiva era non essere riuscito ad annullare un altro impegno a Milano la mattina di quello stesso giorno. Avevamo posticipato la partenza di due ore e il tempo a disposizione per raggiungere il capoluogo piemontese si era ridotto al minimo necessario nel caso in cui avessimo trovato condizioni climatiche ideali. Invece la nebbia non accennava a diradarsi, di quel passo saremmo giunti a destinazione solamente a metà pomeriggio. Alla fine Marco si arrese all’evidenza e decise di avvisare per telefono che non saremmo arrivati in tempo. Ma poco prima di giungere all’area di servizio, la nebbia svanì come d’incanto.
“Prosegui, non ti fermare. Ce la possiamo ancora fare” esclamò con rinnovato entusiasmo.
Scalai la marcia e diedi gas. Torino distava ancora una settantina di chilometri.

Inchiodai l’Alfa di fronte agli uffici della Regione cinque minuti prima dell’orario previsto per l’inizio della riunione.
“Ne avrò almeno per un paio d’ore. Fatti pure un giro” mi avvisò Marco, e prima di richiudere la portiera aggiunse: “Hai guidato alla grande, Guido, oggi avresti stracciato anche Fangio”.
Non ero mai stato a Torino. Girovagai senza meta per le vie del centro prima di inoltrarmi in un parco ai margini della città. Camminai per un po’ con i piedi che affondavano leggermente nel terriccio umido. Mi guardai intorno. Non c’era anima viva e gli alberi nudi si ergevano spettrali a protezione di un silenzio freddo e surreale. Rimasi a fissarli, quasi intimorito, fino a quando un rombo sempre più forte riecheggiò in alto sopra di me. Una lunga scia bianca squarciava a metà il cielo. All’improvviso venni catapultato indietro nel tempo, su una spiaggia della riviera ligure. Un mio compagno di istituto mi aveva passato un giornale. L’intera prima pagina era occupata dalla notizia dello schianto sulla collina di Superga dell’aereo su cui viaggiava il Grande Torino, l’imbattibile squadra di calcio degli anni quaranta. Il luogo dell’incidente non doveva trovarsi molto lontano dalla città, pensai. L’episodio mi aveva colpito e l’elenco della formazione mi era rimasto impresso nella memoria. Nella quiete del parco ripetei i nomi uno a uno, a voce alta, in una grottesca commemorazione solitaria.
Il frullio di due volatili che amoreggiavano mi riportò al presente. Guardai l’ora e calcolai che la riunione sarebbe terminata di lì a poco. Ritornai alla macchina e, dopo essermi perso un paio di volte, giunsi nuovamente davanti al palazzo della Regione. Non c’era traccia di Marco. Sentii la stanchezza del viaggio affiorare rapidamente. Parcheggiai di fronte all’uscita, reclinai il sedile e cedetti al sonno senza opporre resistenza.

Qualcuno stava bussando sul finestrino. Schiusi gli occhi mezzo intontito. Era Marco, scuro in volto. La riunione non doveva essere andata come sperava. Spalancò la portiera, si accomodò sul sedile e colpì il cruscotto con un gesto di stizza.
“Chi cazzo si crede di essere quello!”.
Non l’avevo mai visto così fuori di sé. L’affare andato in fumo doveva essere di quelli grassi, come era solito chiamare Lomellini gli accordi con in ballo cifre al di sopra di un certo numero di zeri. Ignorando la mia presenza, proseguì il suo sfogo.
“Un filosofo assessore all’urbanistica. Vorrei proprio sapere chi è il genio che l’ha pensato. Ma se crede di averla vinta si sbaglia. Oggi ha fatto il duro, ma qualcuno deve ricordargli che non conta nulla. Una telefonata al segretario del suo partito gli farà cambiare idea sul progetto”.
Un altro nodo importante della rete aziendale, il segretario del partito.
Marco espirò profondamente.
“Scusami, è che ho dovuto discutere quasi tre ore con un’idiota circondato da tecnici capaci solamente di leccargli il culo. E io che ho perfino saltato il pranzo. E tu? Hai mangiato qualcosa nel frattempo?”.
“No”.
“Allora andiamo dai, ti porto in un’osteria dove si mangia che è una meraviglia. Ho bisogno di distrarmi con un po’ di cibo e del buon vino”.
Non aveva ancora finito di parlare che già mi si era aperta una voragine nello stomaco.

Il giorno dopo partimmo per Roma. Quando un paio d’anni prima aveva deciso di allargare i suoi interessi al di fuori dell’Italia, Lomellini aveva creato un ufficio nella capitale che si occupava esclusivamente dei progetti all’estero. La scelta del posto non era affatto casuale. Era ubicato a due isolati dalla sede del Ministero degli Esteri.
La sera cenammo nel ristorante dell’albergo.
“Ti va di partecipare alla riunione di domani?” mi chiese Marco prima che ci alzassimo da tavola.
Non mi aspettavo quella domanda, lo guardai stupito.
“È un incontro interno in cui verranno affrontate questioni tecniche, sarà presente solamente personale dell’azienda. Ti ha sempre incuriosito il mio lavoro, non è vero? Domani è una buona occasione per vedere con i tuoi occhi e ascoltare con le tue orecchie”.
“Beh, sì, grazie”.
Quella sera faticai a prendere sonno. Ero nervoso, come se all’improvviso l’esito della riunione dipendesse da me, come se non sapessi che il mio ruolo sarebbe stato esclusivamente quello di spettatore. Non sapevo nemmeno di cosa si sarebbe discusso. Non ero tenuto a saperlo. Eppure mi sentii stupidamente impreparato.

Quando entrammo nell’ufficio i tre collaboratori di Lomellini erano già tutti al loro posto intorno a un tavolo rotondo di cristallo. Lanciarono tutti simultaneamente un’occhiata interrogativa a Marco che si limitò a una scarna presentazione.
“Lui è Guido”.
Il più giovane dei presenti, un trentenne con la testa ricoperta da folti riccioli neri, si affrettò ad aggiungere una sedia di fianco all’unica rimasta libera.
“Bene, direi che possiamo incominciare. Partirei con il programma di gestione delle acque nel Basutoland” disse Marco dopo essersi seduto.
“Come già sapete siamo stati costretti a rinunciare all’idea iniziale di sviluppare il progetto in Sudafrica” attaccò un tizio con gli occhiali alla mia destra. “L’affare sarebbe stato decisamente più interessante, ma, dopo il processo di Ruvania e l’incarcerazione dei capi dell’Mk, le indicazioni della comunità internazionale e delle Nazioni Unite sono state chiare. Fino a quando Mandela e soci resteranno in carcere e il presidente Swart e il governo non rinunceranno all’Apartheid, i rapporti economici con lo stato africano sono interrotti”.
“Sembra che Cina, Brasile e Israele se ne fregheranno delle indicazioni dell’ONU” lo interruppe il riccioluto “e, mentre gli altri paesi rispetteranno l’embargo, loro faranno affari d’oro”.
“Noi siamo un’azienda, non uno stato” lo zittì il più anziano. “Il nostro governo ha accettato le direttive provenienti dal Palazzo di Vetro. Fare di testa nostra sarebbe del tutto controproducente”.
“Abbiamo già preso una decisione” intervenne Lomellini spazientito. “Non perdiamo tempo in inutili discussioni”.
Il tizio con gli occhiali riprese il discorso.
“Il Basutoland non va comunque considerato un ripiego, la scelta presenta almeno un paio di aspetti positivi. In primo luogo, l’analisi idrogeografica effettuata per il Sudafrica comprendeva anche il territorio della piccola enclave. La base di dati da cui attingere per sviluppare il programma è già pronta. Inoltre, date le dimensioni ridotte dell’area coinvolta, il progetto da un punto di vista tecnico è notevolmente più semplice e i lavori potrebbero partire entro la fine dell’anno. È già stata affittata un’intera palazzina di tre piani nel centro di Maseru che farà da quartier generale in loco”.
“Bene. C’è dell’altro?” domandò Marco.
“Sì. La situazione politica potrebbe cambiare. Il Basutoland vuole staccarsi dal Commonwealth. Sembra comunque che l’Inghilterra sia disposta a concedere l’indipendenza e, a differenza di altri stati africani, c’è un’unica fazione in lizza per il potere, il Partito Nazionale del Basotho. Il cambio dovrebbe quindi avvenire senza spargimenti di sangue. Il nuovo stato dovrebbe chiamarsi Lesotho”.
Un’espressione corrucciata apparve sul volto di Lomellini.
“Il futuro governo, almeno all’inizio, non baderà a spese” lo rassicurò l’altro. “Vorranno dimostrare che l’indipendenza non influirà negativamente sullo sviluppo del paese. Al contrario, investiranno in grandi opere le montagne di dollari provenienti dal traffico dei diamanti, e noi dovremo essere laggiù, pronti a riempirci le tasche”.
“Speriamo che le tue previsioni siano esatte. In ogni caso segui costantemente l’evolversi della situazione politica e tienimi informato. A che punto è il progetto?”.
“La bozza iniziale è praticamente pronta. I contatti con i partner commerciali sono già stati avviati. In un paio di mesi sarà pronta la versione finale da sottoporre a chi di dovere. I preventivi saranno come al solito gonfiati per godere di ampio margine nella trattativa. È un buon progetto, non saranno necessari troppi soldi per convincere il futuro primo ministro ad accettarlo”.
Lomellini apparve soddisfatto.
“Bene, direi che possiamo passare al progetto della diga sullo Minjiang”.
Il responsabile del progetto africano si tolse gli occhiali e si asciugò il viso imperlato di sudore. Il collaboratore più anziano si schiarì la voce.
“La nostra azienda non è mai stata coinvolta in un progetto di tali dimensioni. Si tratta delle terza diga più grande al mondo. Per la sua costruzione verranno utilizzati sessanta milioni di metri cubi di calcestruzzo. Secondo le stime dei tecnici, verranno invasati cinque miliardi di metri cubi d’acqua e la centrale avrà una potenza di un gigawatt. Una gigantesca opera di ingegneria idraulica. Ci sono però tre questioni da affrontare: la prima tecnica, la seconda economica e la terza sociale. La relazione dei periti è tutt’altro che positiva. Secondo gli studi geologici, nella zona in cui sorgerà il bacino il peso dell’acqua e le infiltrazioni nel terreno potrebbero dar luogo a fratture e a uno spostamento di placche che, nel peggiore dei casi, potrebbero essere la causa di futuri terremoti. La diga inoltre determinerebbe una notevole riduzione del flusso idrico. Le acque dello Minjang rappresentano l’unica fonte per l’irrigazione delle risaie che si estendono per migliaia di chilometri quadrati lungo il corso del fiume. L’attività di migliaia di contadini a valle della diga è a rischio. Infine c’è un problema storico-sociale”.
Fece una pausa. Lomellini e gli altri due collaboratori attesero in silenzio che si dissetasse. Prima di continuare, aprì una cartina sul tavolo e vi appoggiò sopra l’indice.
“Ecco, qui è il punto dove dovrebbe sorgere la diga. E questi sono i villaggi e la città che verrebbero sommersi dal lago artificiale. Si tratta di evacuare un totale di ottantamila persone. Operazione, come ben capite, non affatto semplice. E poi dobbiamo considerare che sono zone abitate fin dall’antichità in cui sorgono numerosi siti archeologici. Oltre alle case, verrebbero ricoperti d’acqua cinquemila anni di storia e di cultura”.
“Sì, ma in cambio gli portiamo modernità e lavoro. La costruzione della diga richiederà un enorme impiego di manodopera, se non sbaglio almeno diecimila operai” fece notare il giovane dai capelli ricci.
“Le ripercussioni sull’economia, la storia e la vita sociale locali non ci riguardano. Se ne occuperà il governo cinese” sentenziò Lomellini. “Mi preoccupa invece il rapporto dei periti. La tragedia del Vajont è ancora viva nella memoria di tutti. Trovare i finanziamenti per la costruzione di nuove dighe è diventato molto più difficile. Senza il finanziamento della Banca Mondiale il progetto della diga sullo Minjiang non sarebbe mai partito. Un nuovo incidente avrebbe conseguenze catastrofiche per l’intero settore idroelettrico”.
“Il governo cinese ha criticato il lavoro dei nostri tecnici e ha già incaricato dei periti di fiducia di ripetere gli studi. I risultati dovrebbero essere noti in aprile” lo informò il collaboratore responsabile del progetto.
“Non c’è bisogno di aspettare tre mesi” sorrise ironico Lomellini. “Il governo ha bisogno di quella diga, gli studi evidenzieranno sicuramente che non c’è alcun pericolo di fratture nel terreno”.
Il tizio con gli occhiali prese la parola.
“Sarà difficile tirarsi indietro di fronte a una valutazione positiva del progetto. E poi credo che sia una scommessa che valga la pena giocare. Per l’azienda si spalancherebbero le porte del successo a livello internazionale. Dopo un progetto del genere, riceveremmo nuove commesse da tutto il mondo”.
“Hai ragione” concordò Lomellini. “Non abbandoneremo l’obiettivo, ma non possiamo sempre farci carico noi imprenditori di tutti i rischi. Da quando abbiamo iniziato a lavorare all’estero c’è sempre andata bene, ma la maggior parte dei lavori in futuro si svolgeranno in paesi dalla forte instabilità politica. Il fallimento di un progetto non dipenderà solamente dalla bontà dello stesso e dalle nostre capacità. Le compagnie di assicurazione private non si assumeranno mai l’onere di risarcimento per progetti di tali dimensioni con in ballo delle cifre così grandi. Dovrebbe intervenire lo stato”.
“Scusa?” domandò il giovane, sobbalzando sulla sedia.
“Sì, hai capito bene, lo stato italiano” ribadì Lomellini. “Solamente il governo di un paese ha a disposizione certe somme di denaro”.
“Ma sono soldi pubblici. Come può lo stato assicurare l’attività di un privato?” domandò il collaboratore più anziano.
“Rispetto al bilancio annuo sarebbero comunque cifre irrisorie. E poi non è detto che debba essere un meccanismo reso pubblico. La riservatezza eviterebbe eventuali proteste dei cittadini. Senza dimenticare, infine, che ciò che esportiamo è pur sempre un prodotto “made in Italy”. Anche lo stato italiano, indirettamente, ha il suo guadagno, se non altro a livello di immagine. Ne parlerò con il ministro”.
I tre assistenti annuirono contemporaneamente.
“Bene signori” concluse Lomellini “avete svolto un buon lavoro. Se non c’è altro, direi che possiamo dichiarare terminata la riunione. Ci siamo meritati un bel pranzo. Oggi invito io”.

La riunione mi era parsa interessante e aveva soddisfatto in parte la mia curiosità per un mondo fino allora sconosciuto. Dissi a Marco che non mi sarebbe dispiaciuto in futuro partecipare ad altri incontri di lavoro.
“Quelli istituzionali no, ma per gli altri non c’è problema”. Poi aggiunse scherzoso: “Sfrutterò la tua memoria ed eviterò di deconcentrarmi per prendere appunti durante le riunioni”.

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