Il baco e la farfalla (capitolo 23)

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Il baco e la farfalla (capitolo 23)

Messaggio Da Diego Repetto il Lun 26 Ago 2013, 17:48

Luglio 1964

Entrai nello studio alla ricerca di una busta. Ne trovai una nel primo cassetto della scrivania. Estrassi dalla tasca dei pantaloni il pezzo di carta ingiallita su cui era annotato l’indirizzo e lo copiai in bella calligrafia sul retro della busta. Non ero sicuro che fosse ancora attuale, ma era l’unico in mio possesso. In ogni caso, pensai, se la famiglia di Francesco aveva nel frattempo cambiato indirizzo la lettera sarebbe ritornata indietro. Su un foglio bianco scrissi due righe scarne di spiegazione. Presi il mazzo di banconote e contai nuovamente i soldi. Li avevo accumulati pazientemente durante l’anno trascorso come custode della villa di Lomellini. Trecentodiecimila lire. La cifra pagata dal padre di Francesco per farmi uscire di prigione con tre mesi di anticipo, più diecimila lire di interessi. Sarei stato curioso di vedere la faccia dell’avvocato Esposito nell’aprire la busta. Sicuro che non si aspettava che gli venissero restituiti quei soldi. Mi sentii orgoglioso del gesto che stavo per compiere. Avvolsi le banconote in una pagina di giornale in modo che non si potessero intravvedere in controluce. Chiusi la busta, la riposi nella borsa di cuoio e lasciai lo studio. Se mi sbrigavo avrei trovato l’ufficio postale ancora aperto. Misi la borsa a tracolla e uscii in cortile. Inforcai la bicicletta e iniziai a pedalare più forte che potevo in direzione della città.
Arrivai trafelato nel momento in cui l’impiegato stava chiudendo la porta. Leggermente seccato, accettò di ritardare di qualche minuto la sua cena. Gli consegnai la lettera con un sorriso di riconoscenza e rimasi in attesa che la affrancasse e la ricoprisse con tutti i timbri necessari. Solamente quando la depose nel contenitore della posta in uscita lo salutai e abbandonai l’ufficio con aria soddisfatta. Ora non avevo più fretta. Presi il sentiero che si perdeva tra i campi. Era più lungo, ma all’improvviso ero stato assalito dal desiderio di respirare a fondo il profumo pulito della campagna.

All’imbrunire il rumore inconfondibile dell’Alfa risuonò nel cortile. Guardai con aria interrogativa Peppino che sollevò le spalle. Lomellini non arrivava mai in villa senza avvisare. Gli andai incontro.
“Ciao Marco. Questa sì che è una sorpresa! Non ti aspettavamo”.
Aveva l’aria stravolta.
“Arrivo da Roma. Ho guidato ininterrottamente per ore. Mi spiace, non mi sono fermato per avvisarvi del mio arrivo perché temevo di non riuscire a raggiungere Piacenza prima che facesse buio. Non è mia abitudine giungere all’improvviso senza avvertire” spiegò contrito.
Era casa sua, era lui il padrone, eppure si scusò come uno studente che ha fatto tardi a scuola. Marco era così, rispettava i suoi dipendenti come se fossero suoi superiori.
“Non ti preoccupare, sai che Margherita in dieci minuti è in grado di prepararti una cena che non mangeresti nemmeno nel miglior ristorante di tutta la provincia” lo rassicurai ridendo.
“Giusto il tempo per una doccia” commentò sollevato.

Avevo già cenato, ma mi sedetti a tavola per fargli compagnia.
“Sai guidare?” mi domandò a bruciapelo.
“Sì. Però non ho la patente” risposi interrogandomi sul perché della domanda.
“Per quella non c’è problema. Conosco un amico che te ne può procurare una provvisoria in attesa di quella vera”.
Col tempo mi sarei abituato al fatto che Lomellini, quando si metteva in testa qualcosa, era disposto a utilizzare anche metodi illegali pur di ottenerla. Per lui ciò che contava veramente era il fine e se quest’ultimo veniva giudicato utile e “legittimo”, il mezzo per raggiungerlo era, secondo una filosofia piuttosto diffusa, automaticamente giustificato. Era però la prima volta che mi scontravo in modo così diretto con questo suo modo di pensare e agire e ne rimasi colpito.
“Sarà questione di qualche settimana appena, non c’è bisogno di fare quella faccia” disse Marco a cui non era sfuggito il mio stupore. Si versò del vino e lo sorseggiò con gusto. “Sarai il mio autista” continuò. “L’azienda si sta espandendo rapidamente, abbiamo aperto filiali in tutta Italia. Entro la fine dell’anno è prevista l’apertura della prima filiale americana a San Paolo, in Brasile. Non faccio altro che muovermi da una parte all’altra per riunioni e incontri di lavoro. Dormo una media di cinque ore a notte. Gli spostamenti ultimamente si sono moltiplicati, non posso più guidare da una città all’altra. Arrivo troppo stanco a destinazione, non sono lucido, non sono efficiente come vorrei e dovrei. Adoro guidare, ma la mia passione per i motori e le automobili deve arrendersi all’evidenza. Da domani mi accompagnerai in giro per la penisola. Sarai la mia ombra”.
L’idea di abbandonare il mio esilio dorato non mi attirava per niente. Lomellini però non mi stava facendo una proposta. Come era nel suo stile, nella sua testa aveva già valutato la situazione, riflettuto sui pro e i contro, e mi stava semplicemente mettendo a conoscenza di una decisione già presa e insindacabile. Non avevo scelta. L’alternativa era ritornare a inseguire lavori precari e mal retribuiti. Fingere entusiasmo era la cosa più furba da fare per mantenere la buona relazione che si era instaurata tra noi.
“Sarò felice di seguirti su e giù per lo stivale” mentii. Poi aggiunsi, più sincero: “Il tuo mondo mi incuriosisce. E poi guidare l’Alfa sarà un’esperienza elettrizzante”.
Era vero, conoscere più a fondo la vita e il lavoro di Marco Lomellini mi intrigava. A quel tempo sapevo solamente che era un abilissimo ingegnere edile che dal nulla aveva costruito un enorme impero del cemento, ma ignoravo completamente la rete di conoscenze negli ambienti politici e il giro stratosferico di affari che ne facevano uno degli imprenditori più potenti di tutto il paese.
“Era quello che speravo di sentirti dire” disse compiaciuto. “Spero solo che non sia una delusione. Mi riferisco al mio mondo. L’Alfa è una garanzia!” e scoppiò in una risata.
Scrutai il volto di Marco. I segni della fatica erano scomparsi. Sprigionava buon umore, alimentato dalla fiducia cieca che riponeva nella sua capacità di far fronte a qualsiasi situazione. Il dubbio gli era alieno, così come la sconfitta. La sua sicurezza era contagiosa e stando con lui si era portati a ridimensionare le proprie paure e a rivedere quelli che si pensava fossero i propri limiti.
“Quando si parte?” domandai.
“Domani andiamo a Milano per vedere di risolvere la questione della patente. Martedì dobbiamo essere a Genova”.
Genova. Pensai ai vicoli stretti e bui del centro storico, agli antichi ed eleganti palazzi nobiliari, agli odori e ai rumori del porto. Ero legato a quella città. Il destino sembrava saperlo e periodicamente, come due amanti indecisi, ci faceva rincontrare.
“Allora vado a preparare la borsa. Ci vediamo domattina”.
“Partiremo presto” precisò Marco, inutilmente. Lui partiva sempre prima che sorgesse il sole.

Abbandonammo la villa cullata dal canto perpetuo delle cicale e prima che fossi completamente sveglio stavamo già correndo sulla statale verso ovest. Marco si dilungò a elogiare le doti aerodinamiche e la potenza del bolide su cui ci trovavamo. L’argomento non mi interessava particolarmente e approfittai di una sua pausa per accendersi una sigaretta per cambiare discorso.
“Non sei mai a casa, Marco, il lavoro ti assorbe completamente. Non ti manca mai la tua famiglia?”.
Era una domanda intima, non avevo idea di come avrebbe reagito.
“Mia moglie e i miei figli sono il mio tesoro. Mi piacerebbe poter trascorrere più tempo insieme a loro, ma so che con il mio lavoro posso garantirgli un avvenire fatto di prosperità e ricchezza in un paese moderno e sviluppato” disse tutto d’un fiato.
Immaginai il vuoto che Marco lasciava tra le sue persone più care, il paradosso di chi un padre lo avrebbe voluto ma non lo aveva più e chi un padre lo aveva ma non poteva goderselo perché impegnato a costruire il futuro piuttosto che condividere il presente. Potevano i soldi ricompensare l’assenza della persona amata? Poteva un futuro agiato fugare il ricordo di un passato che si sarebbe desiderato diverso? Ne aveva mai parlato Marco con sua moglie e con i suoi figli? Gli aveva mai chiesto che cosa pensassero della sua scelta di dedicarsi anima e corpo al lavoro, di agire e vivere per loro invece che insieme a loro?
“Ti sei ammutolito. A cosa pensi?” chiese Marco, interrompendo il flusso dei miei pensieri.
“Nulla” risposi titubante, preoccupato che avesse intuito ciò che mi era passato per la testa.
“In fondo è un tuo diritto non rendermi partecipe delle tue riflessioni”.
La sua replica aumentò ancor di più il mio imbarazzo e fui costretto a volgere lo sguardo fuori dal finestrino. Non vidi altro che una piatta distesa sconfinata. Sembrava che nei dintorni fosse tutto finito sotto una pressa gigantesca. Lo sviluppo invocato e auspicato da Marco consisteva nel rimodellare continuamente quell’enorme substrato, costruendo altre strade, progettando nuovi edifici, impiantando grandi e moderne industrie. Senza alcun timore di apparire presuntuoso, soleva ripetere di sentirsi investito dell’arduo ma allo stesso tempo stimolante compito di completare, con le sue costruzioni, l’opera che Dio aveva lasciato incompiuta. La macchina che aveva ideato e assemblato per realizzare il suo sogno doveva essere complessa e difficile da gestire. Decisi che era il momento di iniziare a conoscere meglio il mondo di Marco Lomellini.
“Come funziona un’azienda così grande come la tua? Come fai a mantenerne il controllo?”.
Socchiuse impercettibilmente gli occhi e stirò leggermente le labbra. Tardò qualche secondo prima di rispondere, come se ciò che stava per rivelare gli stesse particolarmente a cuore.
“Hai mai sentito parlare di olismo?”.
Era la prima volta che udivo quel termine. Scossi la testa.
“È una corrente filosofica secondo la quale le proprietà di un sistema non sono riconducibili a quelle dei singoli componenti. Considera per esempio i mattoncini elementari che compongono la materia. Ogni atomo preso singolarmente ha delle proprietà fisiche che sono diverse da quelle che presenta un insieme di atomi, anche se tutti identici. Sono le interazioni tra i vari atomi che formano il cristallo a determinarne le caratteristiche macroscopiche, per esempio la conducibilità elettrica, la durezza, le proprietà magnetiche”.
Marco soppesava le parole, come se stesse tenendo una lezione all’università di fronte a un’aula gremita. Con la coda dell’occhio si assicurò che lo stessi ascoltando.
“Per un’azienda vale la stessa cosa. Le capacità dei singoli sono certamente importanti. Una selezione oculata del personale è il primo passo verso un’impresa di successo. Ma non basta. Fondamentale è la rete che unisce i vari nodi. Sono le interazioni tra le parti che determinano il risultato finale, iniziando dalla comunicazione tra i vari dipartimenti fino a giungere alle relazioni tra i dipendenti, nessuno escluso. Occorre una struttura leggera, in cui lo scambio di informazioni possa avvenire in modo rapido ed efficace. Sarebbe una follia pretendere di controllare in prima persona ogni decisione, valutare ogni scelta. È necessario delegare e avere fiducia nei propri collaboratori. Uno dei compiti più difficili è far sì che si sentano responsabilizzati e, altro aspetto non trascurabile, soddisfatti del proprio lavoro. Questo vale, senza distinzione, dal capo progetto all’ultimo degli impiegati. Più le persone sono contente, più si impegnano per raggiungere gli obiettivi prefissati. Tanto più regna l’armonia, maggiore è la produttività dell’azienda”.
Era la sua vita e aveva le idee chiare. Interazione, responsabilità, soddisfazione, produttività. Tutte parole chiave per descrivere un gioiello di cui si sentiva estremamente orgoglioso. Dal suo discorso la felicità dei dipendenti appariva molto più uno strumento per ottenere il massimo profitto che un principio su cui basare le relazioni interpersonali. Mi venne in mente il rispetto che portava nei confronti di Margherita e Peppino. In che percentuale era sincero e quanto invece interessato per ricevere un servizio migliore? E anche se così fosse stato, perché avrei dovuto giudicare tale comportamento? In fondo non mi interessava. Avevo molto più di quanto potessi sperare, molto più di quanto mai avessi avuto. Personalmente non avevo nulla da rimproverargli, al contrario, mi sentivo in debito nei suoi confronti. Comunque, più che le questioni morali, erano gli aspetti tecnici a stimolare la mia curiosità. Marco aveva descritto una macchina perfetta. Era efficiente, ben organizzata, snella. Filava sempre tutto liscio o c’erano ogni tanto delle difficoltà da affrontare, dei problemi da risolvere?
“E funziona sempre tutto? O la pratica si discosta ogni tanto dalla teoria?”.
Rise.
“Sarebbe fantastico. Purtroppo non è così. Ci sono decisioni che non vengono prese senza prima consultarmi e l’ultima parola spetta sempre e comunque a me. È per questo che sono costretto a viaggiare in continuazione da una parte all’altra. Nel mio lavoro si incontrano spesso degli ostacoli, il segreto è non vederli mai come insormontabili”.
Il suo ottimismo era incredibile, sembrava che per lui nulla fosse impossibile. Mi accompagnerai in giro per la penisola, sarai la mia ombra. Mi era sempre mancato un punto di riferimento solido e sicuro, sul quale fare affidamento e appoggiarmi senza timore di cadere. Non lo era stato mio padre, troppo impegnato con la politica. Ancor meno mia madre. Lo era stato in parte Enrico, ma in una situazione particolare, circoscritta e difficilmente esportabile al di fuori del carcere. In ogni caso ne avevo perso completamente le tracce. Pensai che forse ora lo avevo incontrato. Si trovava di fianco a me. Guardai Marco e provai una sensazione di dolce euforia.

Ci fermammo solamente una volta per una breve sosta. Lomellini non aveva risparmiato l’Alfa e Milano distava meno di venti chilometri. Giunti alla periferia della città, svoltammo sulla tangenziale. Dopo una decina di minuti eravamo a destinazione. Un deposito col tetto di lamiera si stagliava in prossimità di un bosco di faggi. Nonostante la strada proseguisse fino all’ingresso del capannone, Marco fermò la macchina a una cinquantina di metri e spense il motore.
“Dammi la tua foto e aspettami qui”.
Raggiunse a passo svelto l’entrata, bussò e rimase in attesa. Dopo qualche istante un uomo con indosso una tuta da meccanico apparve sulla soglia. Si scambiarono una stretta di mano e una pacca sulla spalla. Parlarono alcuni secondi, poi Marco gli porse la mia foto, lo salutò e ritornò verso la macchina.
“Entro stasera avrai una patente nuova di zecca”.

Lomellini trascorse il resto della mattinata in ufficio, io ingannai il tempo discorrendo con il portiere del palazzo.
Pranzammo in un raffinato ristorante con vista sul Castello Sforzesco. Lomellini conosceva il padrone e ci furono serviti piatti speciali che non facevano parte del menù.
Nel pomeriggio Marco si concesse eccezionalmente una mezza giornata di libertà. Mi propose di entrare nel duomo. Ci sedemmo su una panca uno di fianco all’altro, lui a mani incrociate, mormorando con gli occhi serrati e la bocca socchiusa alcune preghiere, io intento ad ammirare la vastità dello spazio in cui ci trovavamo e a scrutare le mosse dei pochi fedeli presenti all’interno della chiesa. Passeggiammo poi per le vie del centro. Ci infilammo in un negozio di vestiti da uomo e Marco insistette affinché ne provassi uno. L’abito mi calzava a pennello e non aveva bisogno di alcuna rifinitura.
“Ti sta benissimo” commentò compiaciuto.
Dopo aver scelto una cravatta anche per lui, pagò e proseguimmo il nostro giro a piedi.
Conoscevo Milano, uscito dal carcere c’ero sopravvissuto per sei mesi. Ora però era diverso, le mie prospettive erano cambiate. Percorrevo le stesse strade, eppure era come se vedessi quei palazzi per la prima volta, come se indossassi un paio di occhiali attraverso i quali non apparivano più sfumati e grigi, ma, finalmente, nitidi e colorati.
Poco prima del tramonto recuperammo l’Alfa e ritornammo nel luogo in cui eravamo stati al mattino. Di nuovo Marco accostò prima di giungere al capannone e proseguì a piedi. Nella penombra intravvidi un uomo uscire dal magazzino e consegnargli qualcosa. Marco si soffermò un istante ad analizzare ciò che gli era stato dato, poi infilò una mano nella tasca interna della giacca, estrasse alcune banconote e le porse al falsificatore.
La scena mi lasciò attonito. In galera ero entrato in contatto con il vasto e variegato universo della criminalità. Sapevo di persone che all’ombra di un lavoro legale si dedicavano a ben più remunerative attività illecite. Ciò che mi disorientava era come il mondo regolare potesse intrecciarsi con apparente disinvoltura con quello irregolare. Lomellini, che consideravo appartenente al primo, non aveva avuto alcuna difficoltà a rivolgersi al secondo per ottenere un documento falso. L’uomo con la tuta da meccanico costituiva un nodo della rete a cui aveva fatto riferimento Marco per descrivere il funzionamento della sua azienda? Il rumore della portiera interruppe i miei pensieri.
“Ha fatto un ottimo lavoro. Il foglio è stato leggermente consumato di proposito. In un controllo, uno troppo nuovo darebbe adito a sospetti. Ora scendi, siediti qui e fammi vedere se ne è valsa la pena”.
Ci scambiammo di posto. Sentii salire la tensione. Una tensione simile a quella che mi assaliva da bambino prima dei compiti in classe di matematica. Strinsi forte il volante, inserii la prima, mollai la frizione e schiacciai il pedale dell’acceleratore. Il motore rispose con un grugnito sordo e l’Alfa schizzò in avanti con un balzo. La mia avventura come autista di Marco Lomellini era iniziata.

Diego Repetto
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