Il baco e la farfalla (capitolo 22)

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Il baco e la farfalla (capitolo 22)

Messaggio Da Diego Repetto il Ven 09 Ago 2013, 10:57

Luglio 1963

L’afa avvolgeva la città togliendole il respiro poco a poco, come un boa che si attorciglia stretto intorno alla sua preda prima di ingurgitarla tutta intera. Le strade pullulavano di automobili, aumentate esponenzialmente in quantità e varietà rispetto al periodo precedente al mio ingresso in prigione. Aveva ragione Enrico, in cinque anni il mondo può cambiare. Ora girava tutto più rapidamente e non solamente i mezzi di trasporto. Milano era in continuo movimento, uomini e donne sfrecciavano instancabili giorno e notte, senza un attimo di pausa, accarezzando l’illusione di una nuova vita. Chi si ferma è perduto, ammonivano. Devi cogliere l’attimo, ripetevano. Una frenesia collettiva dalla quale nessuno era immune, una rincorsa furiosa all’avere dimenticandosi per strada l’essere, alla ricerca disperata di una felicità effimera, una raccolta compulsiva di beni di consumo comprati a rate. Meccanismi perversi di una bomba a orologeria pronta a esplodere da un momento all’altro e a infrangere per sempre il sogno comune di un benessere globale.
Per un lavoro non qualificato e sottopagato c’era da fare la coda. Più lunga era la coda, peggiori erano le condizioni offerte dal datore di lavoro. La babele di accenti da ogni parte d’Italia che riecheggiava nel vociare concitato delle persone in attesa era anch’essa un qualcosa di nuovo e sorprendente.
“Ho sentito dire che nei campi in meridione i pomodori stanno marcendo perché non c’è nessuno che li raccoglie” mi disse il ragazzo alle mie spalle nella fila di giovani che si erano presentati in quell’ufficio con la speranza di poter trascorrere le loro giornate future affiggendo in giro per la città cartelloni pubblicitari.
“E perché siamo tutti qui?” domandai.
“Ma tu ci andresti a farti il culo sotto il sole cocente per due lire? Qui è tutta un’altra storia. Fai un po’ di coda, è vero, però prima o poi un lavoro decente lo trovi”.
Cercai di scovare la differenza tra l’essere sotto il sole in mezzo a un campo nella campagna di Siracusa e sotto il sole in bilico su una scala nel centro di Milano. Doveva essere molto piccola, perché non la trovai.
Erano ormai sei mesi che ero fuori, ma ondeggiavo ancora alla ricerca del mio posto all’interno della società. Fino a quel momento mi ero arrangiato accettando qualche lavoretto qua e là, la maggior parte dei quali faticosi e poco gratificanti, e dormendo per strada o in ricoveri di fortuna. I miei trascorsi in carcere, non appena affioravano alla luce, rappresentavano un motivo più che sufficiente per sbattermi la porta in faccia senza troppi complimenti. Mi resi ben presto conto che l’indipendenza acquisita in prigione, quella a cui faceva riferimento Enrico, una volta fuori era a mala pena sufficiente per sopravvivere. Incominciavo a essere stanco della totale mancanza di prospettive per il mio futuro. Il non riuscire a immaginare cosa avrei fatto e dove mi sarei ritrovato nel giro di pochi mesi, a volte addirittura di giorni, mi stava facendo impazzire. Stavo avanzando in equilibrio precario lungo un percorso impervio senza sapere quanto fosse lungo e, soprattutto, cosa mi aspettasse alla meta. Scartai l’ipotesi di trasferirmi al Sud, l’idea di un lavoro stagionale non mi allettava per niente. Finita la stagione dei pomodori cosa sarebbe successo? Sarei andato a raccogliere l’uva? Troppa incertezza. L’assenza di punti di riferimento mi destabilizzava. Costanza aveva smesso di esserlo da tempo. La delusione iniziale per non avere ricevuto sue notizie durante gli anni del carcere si era trasformata prima in rancore e successivamente in odio, un odio molto simile a quello che avevo provato nei suoi confronti parecchi anni prima, quando nella mia testa di bambino che si affacciava all’adolescenza non era altro che una madre sconosciuta che mi aveva abbandonato appena nato.

Fu di fronte a un manifesto attaccato alla porta di un bar che ebbi l’idea di rivolgermi a chi, in un passato che mi sembrava lontanissimo, aveva ricoperto un ruolo importante nella mia vita. Una fotografia di alcune cime innevate occupava gran parte del manifesto. Nella parte superiore, in mezzo al cielo, capeggiava la scritta: “Sciare ad agosto? In Svizzera si può”. Più in basso c’era il nome della località e un numero di telefono. Rinunciai a un colloquio nel pomeriggio per essere assunto da un’azienda di elettrodomestici per le consegne a domicilio e mi avviai direttamente alla stazione.

“Un biglietto per Genova, solo andata”.
Dietro al vetro l’impiegato separò le labbra in un sorriso.
“Si trasferisce al mare? Beato lei, che invidia”.
“Non lo so, forse” risposi enigmatico.

A Genova Principe cambiai treno e salii sul diretto per Nizza. Scesi a Varazze e mi diressi alla stazione degli autobus. Quello per Piani d’Invrea sarebbe partito dopo un’ora. Approfittai per riempire lo stomaco in un bar preso d’assalto dai bagnanti in pausa pranzo.
Appena sceso dall’autobus raggiunsi la spiaggia. Rimasi incantato a fissare l’infinita distesa azzurra. Non riuscivo a credere che fossero trascorsi più di cinque anni dall’ultima volta che avevo visto il mare. Ogni ritaglio di costa però è diverso dall’altro, ogni baia ha la sua forma, ogni metro di spiaggia custodisce geloso il ricordo dei passi che l’hanno calpestato. Lo specchio d’acqua che avevo di fronte non lo vedevo da molto più tempo. Da lì ero partito dodici anni prima alla ricerca di mia madre. Ora lì ero tornato dopo averla persa, o forse senza averla mai veramente ritrovata. Mi spogliai sulla riva, mi immersi lentamente e lasciai che le tiepide acque del Mediterraneo lavassero via i ricordi più dolorosi.

Dopo essermi asciugato al sole, mi rivestii in fretta e presi il sentiero lungo la costa che portava alla Casa Svizzera. Il direttore si ricordava di me e mi accolse con lo stesso calore con cui mi aveva ricevuto quando mi ero presentato all’istituto poco più che bambino. Gli spiegai il motivo della mia visita e mi informò sul posto dove avrei trovato la persona che stavo cercando. Soggiogato dall’impazienza, rifiutai gentilmente l’invito a fermarmi a cena e non mi trattenni oltre. La casa che mi era stata indicata distava, secondo il direttore, una decina di minuti appena. La raggiunsi in meno di cinque. Suonai alla porta in preda a una vibrante eccitazione.
La signora Milton non era cambiata affatto. La vita agiata che aveva condotto durante gli anni in cui ci eravamo persi di vista ne aveva evidentemente rallentato l’invecchiamento. O forse si trattava soltanto di un’abile opera di occultamento e i segni dell’età erano minuziosamente celati sotto la solita generosa quantità di trucco. Io invece dovevo essere cambiato parecchio e dovetti rivelarle la mia identità per sradicare l’espressione di indifferenza che le si era dipinta sul volto quando aveva aperto la porta.
“Sono Guido. Non mi riconosce?”.
“Guido!” esclamò in un miscuglio di stupore e gioia. “Wow! Questa sì che è una sorpresa!”.
Mi abbracciò vigorosamente, mi stampò un paio di baci sulle guance e mi invitò a entrare. Il salone in cui mi fece accomodare era stato arredato senza badare a spese, l’aria che vi si respirava aveva l’odore dei soldi. Quel lusso, a cui non ero abituato, mi trasmise un’improvvisa euforia e la sensazione di essere capitato nel posto giusto. La signora Milton mi chiese un resoconto dettagliato degli ultimi dieci anni. Ascoltò senza distrarsi un attimo il mio racconto, in silenzio, limitandosi ad esternare le emozioni con subitanei movimenti degli occhi e grottesche smorfie del viso. Quando ebbi finito di parlare, si piegò leggermente in avanti per ridurre le distanze tra noi.
“Tutta questa storia è incredibile” sentenziò scuotendo la testa.
Notai con sorpresa che, nonostante fosse trascorso così tanto tempo, strascicava ancora le vocali e non aveva perso l’inconfondibile e divertente accento americano.
“Conosco una persona che potrebbe aiutarti” aggiunse con un sorriso.
Accolsi le sue parole come una liberazione. Le notti all’addiaccio, i pasti saltati e quelli di pessima qualità che sarebbe stato meglio saltare, le code infinite e le attese estenuanti, gli odori rancidi delle cucine dei ristoranti, il sole che brucia senza tregua l’epidermide, il calore emanato dall’asfalto che toglie il respiro, le esalazioni chimiche delle vernici per carrozzerie che saturano i polmoni, i pesi insopportabili di frigoriferi e lavatrici che sfiancano i muscoli e comprimono le articolazioni, tutto ciò mi apparve improvvisamente sfumato, flebile ricordo di un recente passato che già sentivo non appartenermi più.
“Sarebbe fantastico”.
“Allora non perdiamo tempo” disse alzandosi dalla poltrona.
Si avvicinò a una grossa scrivania, aprì un cassetto e ne estrasse un foglio bianco, un boccettino di inchiostro e una stilografica d’oro. Si accomodò su una sedia di legno simile a un trono, si schiarì la voce come se dovesse iniziare un discorso, intinse il pennino e incominciò a farlo scorrere rapido sulla carta, senza esitazioni, come se sapesse esattamente cosa scrivere.
Quando ebbe terminato, rilesse mentalmente ciò che aveva scritto, soffiò delicatamente sul foglio e dopo alcuni secondi me lo porse con un sorriso di soddisfazione. Presi il foglio e lessi a voce alta:

Carissimo Marco,
in nome della profonda e sincera amicizia che ci unisce e sempre ci unirà, ti affido Guido, affinché tu possa proteggerlo e guidarlo verso un futuro prospero e ricco di quella serenità che, senza meritarlo, gli è stata finora negata da un destino cieco e crudele. Perdonami se non mi dilungo oltre, lui stesso ti informerà dettagliatamente del perché della mia richiesta. Guido è per me come un figlio e sono sicura che ne avrai cura come se lo fosse anche per te.
Con immutata stima, auguro ogni bene a te e alla tua famiglia.
Jaqueline Milton


“È un amico, fidati, ti aiuterà” disse quando ebbi finito di leggere.
“Non so come ringraziarla, veramente” replicai emozionato.
“Non ce n’è bisogno. La vita è stata generosa con me, è il minimo che possa fare per una persona che non ha avuto la mia stessa fortuna. Più tardi proverò a contattare Marco per sapere se è a Milano. È sempre in giro per lavoro. Nel caso riuscissi a rintracciarlo, partirai domattina. Stanotte ti fermi qui, ormai è tardi per mettersi in viaggio ”.
La sera ci ritrovammo solamente noi due. Il marito era rientrato al paese natale per la morte improvvisa di un cugino. La cuoca ci deliziò il palato con una cena luculliana a base di pesce. Erano anni che non mi ritrovavo di fronte a tanta quantità e qualità. Divorai con foga antipasto, primo, secondo e dolce, preoccupato più di riempirmi lo stomaco che di assecondare la conversazione. La signora Milton non si offese, al contrario, parve divertita dalla mia voracità. Esagerai con il vino, un bianco profumato e leggero delle Cinque Terre, per la solerzia della mia ospite che si premurò di riempirmi il bicchiere non appena si accorgeva che era vuoto. Mi alzai da tavola barcollando e mi ritirai nella camera che mi era stata assegnata. Non ebbi la forza di spogliarmi e crollai prono con il viso affondato nel cuscino.

La mattina successiva la signora Milton mi informò che era riuscita a parlare al telefono con Marco, il quale si trovava a Milano. Vi sarebbe rimasto un altro paio di giorni. Terminata la colazione, tornai in camera, preparai la borsa, dedicando particolare attenzione nel riporre la lettera in una tasca interna, e raggiunsi l’ingresso dove mi attendeva la signora Milton. Sulla soglia mi abbracciò stretto e mi porse un foglio su cui aveva annotato un nome e un indirizzo: Marco Lomellini, via Petrarca 16.
“Abbi cura di te stesso, ragazzo mio. Buona fortuna”.
“Anche a lei”. E mi avviai a passo rapido verso la stazione.

Durante il viaggio fissai ininterrottamente la borsa che giaceva solitaria sul portabagagli. Non sapevo nulla dell’amico misterioso della signora Milton, eppure sentivo che lì dentro, in quella lettera, era contenuta la mia occasione di riscatto.
Alla stazione di Milano presi un taxi, secondo le indicazioni che Lomellini aveva dato alla Milton. Era la prima volta e mentre mi accomodavo sul sedile posteriore pensai che finalmente la mia vita era cambiata.
Il tassista mi lasciò di fronte a un bel palazzo di quattro piani, con le balaustre dei balconi in marmo bianco e con meravigliosi affreschi su ampie zone della facciata. Non feci in tempo ad avvicinarmi che il portone si spalancò e davanti ai miei occhi si materializzò un signore sottile come un filo d’erba, fasciato in maniera impeccabile in un elegantissimo vestito scuro.
“La prego, mi segua. L’ingegnere la sta aspettando” disse dopo aver pagato il tassista.
Attraversammo un ampio ingresso dal quale partiva un lungo corridoio che percorremmo fino al fondo dove, oltrepassando un arco, sbucammo in un salone vasto e luminoso.
“Ben arrivato”.
Un uomo abbronzato di media statura, brizzolato, con il fisico asciutto, mi venne incontro porgendomi la mano. Indossava una camicia bianca con le maniche arrotolate e un paio di calzoni grigio scuro.
“Marco Lomellini” si presentò in un modo che mi parve eccessivamente formale. Poi si rivolse alla persona che mi aveva accompagnato. “Grazie Charles, lasciaci soli. Se ho bisogno ti chiamo”.
Il maggiordomo annuì e si allontanò richiudendo la porta del salone alle sue spalle.
“Bene. Voglio che ti senta come se fossi a casa tua. Ho già dato disposizioni a Charles di preparare la camera degli ospiti e informato Maria che da stasera ci sarà una bocca in più da sfamare. Resteremo qui fino a dopodomani, dopodiché mi accompagnerai in Emilia Romagna. Ho pensato che per il momento farai il custode della mia villa a Piacenza”.
Ero frastornato da tutta quell’efficienza. Restai impalato in mezzo alla stanza con le parole imprigionate in gola.
“Siediti, sarai stanco” mi invitò Lomellini indicandomi il divano. Poi si avviò verso una credenza dalla quale prelevò una bottiglia e due coppe di cristallo. Ne riempì una per metà.
“Vuoi? Cognac. Della migliore cantina francese. L’aroma e il sapore sono inconfondibili”. Avvicinò il naso al bicchiere e dopo averne annusato il contenuto emise un mugolio di piacere e approvazione.
“No, la ringrazio signor Lomellini”.
“Marco, ti prego. Chiamami Marco e dammi del tu. C’è già lo specchio che impietoso ogni mattina mi ricorda che sto invecchiando” sospirò come se si trovasse sul palcoscenico di un teatro. Avvicinò il bicchiere alle labbra e lo svuotò in un paio di sorsi.
Il suo modo di fare mi imbarazzava. Improvvisamente mi ricordai della lettera. Aprii la borsa, estrassi la busta e gliela porsi.
“Questa lettera è per lei... mmm... per te”.
Scosse la testa. Prese la busta e la gettò sul tavolino di fronte al divano.
“Jaqueline mi ha già detto tutto al telefono. Avanti, ti prego, racconta, non vedo l’ora di conoscere la tua storia in tutti i suoi dettagli. Sono tutto orecchi”.
Per quasi due ore mi ascoltò attento, senza mai interrompermi, scolandosi nel frattempo altre due mezze coppe di liquore. Terminai con la gola secca.
“Posso avere un bicchiere d’acqua per favore?”.
“Ma certo!” esclamò Lomellini e premette un bottone nero sulla parete di fianco alla poltrona su cui era seduto. Qualche istante dopo nella stanza entrò Charles.
“Desidera signore?”.
“Portami una caraffa con dell’acqua e un bicchiere. Grazie”.
Quando fummo nuovamente soli, mi appoggiò una mano sulla spalla e sorrise.
“Da oggi inizi una nuova vita. Mi prenderò cura di te come un figlio. Non dovrai più preoccuparti di trovare un lavoro. Non ti mancherà più nulla. Per qualsiasi cosa farai affidamento su di me. I tuoi problemi saranno i miei problemi. La tua felicità sarà la mia felicità”.
Non potevo neanche lontanamente immaginare quanto quelle parole sarebbero risultate vere e quello che Marco Lomellini avrebbe significato per il resto della mia vita. In quel momento mi giunsero solamente come una dolce carezza all’anima.
Con gli anni ebbi modo di conoscere a fondo Marco. Era così diverso dalla signora Milton che era difficile ipotizzare come potessero andare d’accordo. Pomposa e magniloquente lei, controllato e con un senso pratico fuori dal comune lui. Nonostante la curiosità, non gli domandai mai come fosse nato il legame di amicizia che li univa. Né lui mai me lo disse, non svelandomi ciò che per me resta tuttora un mistero.

Il giorno previsto per la partenza Charles mi svegliò quando fuori era ancora buio. Con un pizzico di disappunto dovetti rinunciare all’abbondante colazione che mi era stata servita il giorno prima. Lomellini, mi informò, mi stava già aspettando in garage. Voleva sempre essere presente quando Nino, il meccanico, controllava che l’Alfa fosse in perfette condizioni per affrontare un lungo viaggio.
“Non è che non mi fidi, Nino è in gamba” mi confidò una volta rinchiusi nell’abitacolo. “È che i motori sono una delle mie passioni. Meccanica era la mia materia preferita all’università. Dobbiamo ringraziare due ingegneri tedeschi, Daimler e Benz, se oggi possiamo spostarci così rapidamente da un posto all’altro. Sono loro che hanno inventato il motore a scoppio e costruito le prime automobili intorno al 1880. Non trovi curioso che l’uomo abbia dovuto attendere migliaia di anni dopo aver inventato la ruota per poterne sfruttare appieno le potenzialità?”.
Un’altra delle passioni di Marco era il fumo. Svuotava regolarmente un paio di pacchetti di Winston al giorno e più di una volta mi capitò di vederlo passare da una sigaretta all’altra senza soluzione di continuità.

Usciti dal traffico cittadino, premette deciso sull’acceleratore. Aveva chiaramente fretta di arrivare a Piacenza. Mi spiegò che lo aspettava una riunione importante nel primo pomeriggio e avremmo quindi pranzato prima del solito. Mi limitai ad annuire, ma dentro di me accolsi con gioia la notizia, visto che non ero riuscito a riempire lo stomaco prima della partenza. Marco si estraniò presto dalla conversazione trovando rifugio nel suo mondo interiore e trascorremmo il resto del viaggio in silenzio.
Avevamo da poco superato il cartello che indicava l’inizio della città che svoltammo a destra in una stradina sterrata che si inoltrava in linea retta in mezzo ai campi di grano. Dopo pochi minuti l’Alfa si arrestò con un sussulto di fronte a un grande cancello marrone. Marco scese dall’automobile e dopo averlo spalancato risalì e avanzò lentamente lungo un viale delimitato da due file ordinate di cipressi. Giunti in prossimità di una deliziosa villetta a due piani, spense il motore e mi invitò a seguirlo. Mi accompagnò di persona alla scoperta della mia nuova dimora. L’interno era stato ristrutturato di recente, riponendo particolare attenzione nel mantenere uno stile rustico nel quale pietre e mattoni a vista la facevano da padroni. Al primo piano si trovavano le camere da letto e i servizi. Al piano terra invece la cucina, la sala da pranzo, i servizi diurni, uno studio e una sala per le riunioni. Da quest’ultima si accedeva attraverso una scala a chiocciola al seminterrato in cui erano state ricavate una taverna e la cantina.
Marco mi illustrò il futuro con il suo tipico pragmatismo a cui mi stavo abituando in fretta.
“La tua stanza sarà pronta dopo pranzo. Non avrai compiti particolari, se non quello di controllare che il normale corso delle cose proceda regolarmente. Al giardino ci pensa Peppino, il giardiniere. Per il mangiare non dovrai preoccuparti, se ne occuperà Margherita. Ti farò recapitare ogni mese trentamila lire per soddisfare bisogni e desideri personali. Sono soldi tuoi, potrai farne ciò che vuoi e non dovrai renderne conto a nessuno”.
Servito e riverito, pagato per osservare che il lavoro svolto da altri procedesse senza intoppi. Non poteva essere la realtà, quella era diversa, la conoscevo bene io: era fatta di sudore, rabbia, dolore, morte. Quello che mi stava accadendo era incredibile, non poteva essere vero. Stavo vivendo in un sogno. Sorrisi, ringraziai Marco e sperai con tutto me stesso che fosse per sempre.

Fin dai primi giorni mi resi conto che l’incarico che mi era stato affidato era del tutto superfluo. La vita nella villa era ben organizzata e il lavoro di custode non incideva minimamente nel rendere tale organizzazione migliore o più efficace. Lomellini non aveva bisogno di un supervisore del lavoro altrui, mi aveva parcheggiato a Piacenza per fare un favore a una vecchia amica. Per me rappresentava comunque un’ottima sistemazione e mi limitai a svolgere il mio compito impegnandomi soprattutto a non rompere l’armonia che regnava tra le persone che, senza dubbio, ricoprivano ruoli più importanti del mio. Trascorrevo la maggior parte delle mie giornate nello studio, attingendo con famelica curiosità dagli scaffali ricolmi della libreria letture di ogni tipo. Il resto del tempo lo passavo sprofondato nella poltrona della sala di fronte a uno schermo, ammaliato dalle affascinanti immagini e dal cantico seducente di una sirena fino ad allora quasi sconosciuta che negli ultimi anni stava rapidamente invadendo luoghi pubblici e privati.

Diego Repetto
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