Il baco e la farfalla (capitolo 21)

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Il baco e la farfalla (capitolo 21)

Messaggio Da Diego Repetto il Ven 02 Ago 2013, 14:24

Maggio 1961

“Sbrigati, il direttore vuole vederti”.
Da quando ero entrato in carcere avevo visto il direttore solamente una volta, il giorno dopo il mio arrivo. Mi aveva informato sulle regole da rispettare, sui miei diritti, pochi, e sui miei doveri, molti. Aveva parlato come se stesse dettando alla governante la lista della spesa, distante anni luce dalla stanza in cui ci trovavamo, evidentemente intento a sbrigare in fretta una pratica noiosa e ripetitiva.
Mi domandai come mai volesse incontrarmi. Saltai giù dalla branda, mi infilai svogliatamente la scarpe e la giacca e seguii la guardia che aveva interrotto la mia quiete pomeridiana. Sfilammo rapidi lungo il corridoio. Dalle celle oscure non si udiva nessun rumore, non si percepiva alcun segno della presenza degli altri reclusi. Sembrava di scorrere di fronte ai loculi freddi e silenziosi di un obitorio. Superammo tre cancelli controllati da altrettante guardie, ognuna delle quali non lesinò un’occhiata di disprezzo nei miei confronti. Finalmente ci fermammo di fronte a una porta bianca. La guardia bussò due volte e senza aspettare alcuna risposta impugnò la maniglia e aprì la porta.
“È qui con me, signor direttore” informò con riverenza.
“Bene, fallo entrare” riecheggiò dall’interno.
Rimasi immobile a un metro dalla soglia. La guardia mi lanciò uno sguardo come per dire: Beh sei sordo? Cosa fai lì impalato? Non indugiai oltre ed entrai nella stanza. Il direttore era seduto alla sua scrivania, un tavolo di legno scuro sul quale erano appoggiati solamente alcuni fogli e una foto in una cornice dorata che ritraeva l’uomo che avevo di fronte in compagnia di una donna e tre ragazzi. Restai in piedi in attesa che mi invitasse a sedermi sulla sedia che avevo di fianco. Non lo fece. Prese un foglio e lo scansionò rapidamente con gli occhi. Sbuffò.
“Sei finito tre volte in isolamento rieducativo negli ultimi sedici mesi. Vuoi stabilire un record?”.
“No” risposi prontamente.
“No, si-gno-re” mi corresse seccato. “Mi risulta che noi due non siamo né parenti né amici”.
“No, signore” ripetei.
“E allora? Mi puoi dare una spiegazione del tuo comportamento... inaccettabile?” domandò allargando le braccia.
“Non è colpa mia, signore” mi giustificai.
“Ah sì? E di chi sarebbe la colpa? Mia?”.
“No, signore. Delle guardie”.
“Smettila di esprimerti a monosillabi e spiegati meglio” mi esortò alzando la voce.
“Non credo di aver fatto nulla di male. Credo che alcune guardie ce l’abbiano con me, senza motivo. Io reagisco in base a come vengo trattato. Chi mi rispetta riceve rispetto. Chi invece non mi rispetta riceve...”. Lasciai in sospeso la frase, non sapendo come concluderla. Il direttore non ci fece caso.
“Bene, bene. Un duro dai solidi principi” disse con un tono di falsa ammirazione e iniziò a picchiettare con i polpastrelli sulla scrivania. Pensai che avrebbe chiamato la guardia e che sarei finito nuovamente in isolamento. L’idea di trascorrere nuovamente alcuni giorni in quel posto d’inferno mi terrorizzò.
“Sai leggere e scrivere?”.
La domanda mi colse di sorpresa.
“Sì... signore” risposi stupito.
“Voglio metterti alla prova e darti un’ultima opportunità. Da domani sarai il nuovo scrivano della tua sezione. È facile, vedrai. Una volta al giorno farai il giro delle celle prendendo nota degli ordini. Tabacco, cartine e il resto delle poche altre cose che sono permesse. Il venerdì passerai due volte, al mattino e al pomeriggio, dato che il sabato e la domenica non si raccolgono ordini. Dovrai anche riscuotere i soldi da ognuno, in anticipo. Verrà una guardia domattina e ti porterà una scatola, dei fogli e una matita. Tutto chiaro?”.
“Sì, signore”.
“Ti consiglio di non deludermi. Ora sparisci”.
Mi voltai di scatto e mi avviai verso la porta, sollevato per lo scampato pericolo e, allo stesso tempo, incuriosito dal mio nuovo incarico.

Il lavoro di scrivano risultò più semplice del previsto. Non tutti i detenuti ricevevano soldi da parenti o amici e in ogni caso le entrate erano dilazionate nel tempo. Ogni giorno gli ordini erano quindi scarsi e prendere nota dei desideri altrui si rilevò un compito tutt’altro che complicato. La nuova attività mi permise comunque di entrare in contatto con la maggior parte dei reclusi. In particolare divenni amico di Francesco Esposito, un ragazzo di Salerno che era dentro per aver rubato cinque lambrette blu. Lo avevano beccato quando provava a rivenderle all’uscita dello stadio dopo averle riverniciate di rosso. Francesco era figlio di un famoso avvocato, grazie al quale gli era stato inflitto il minimo della pena. In famiglia navigavano nell’oro e Francesco non aveva certo bisogno di rubare per poter sopravvivere. Una volta entrati in confidenza, gli domandai come mai avesse preso quella strada. Mi raccontò che suo padre lo aveva iscritto alla facoltà di legge, nonostante lui avesse tutt’altra vocazione rispetto al genitore. Anzi, il diritto gli faceva proprio schifo. Prendeva in mano un libro e gli veniva da vomitare. Provava una ripulsa così violenta nei confronti della legge che un bel giorno, un po’ per diversione, un po’ per ripicca, anziché studiarla, aveva deciso di violarla. La sua era stata una sfida contro la noia e la volontà paterna. Francesco riceveva regolarmente ogni settimana più soldi che tutti gli altri detenuti messi assieme. Appena seppe che io di soldi non ne ricevevo affatto, iniziò a comprare le sigarette anche per me.

Dopo che Enrico era stato scarcerato, avevo iniziato a trascorrere l’ora d’aria da solo. La panchina appariva più grande e quei sessanta minuti utili solamente ad alimentare la nostalgia per un amico che chissà dove si trovava in quel momento. Restavo a guardare la partita distrattamente, una volta avevo avuto perfino la tentazione di mettere in gioco me stesso e le mie caviglie. Mi avevano informato, con una delicatezza fuori dal comune, che di zoppi non sapevano che farsene. Avevo raccolto ciò che restava della mia dignità ed ero ritornato ad accomodarmi al solito posto, domandandomi perché mai avessi deciso di offrire gratuitamente a quell’accozzaglia senz’anima la possibilità di umiliarmi in quel modo.
Ora invece le cose erano cambiate. Ero lo scrivano, non più uno sconosciuto. Le persone mi riconoscevano, mi salutavano, si fermavano a discorrere in un’atmosfera di complicità.
Si consumò così il mio ultimo anno e mezzo di prigione, lentamente, senza più scintille, come l’ultimo tizzone rimasto acceso nel caminetto prima di andare a dormire.

Uscii di galera l’8 gennaio del 1963, tre mesi in anticipo rispetto alla data prevista. Francesco, che era stato scarcerato nell’autunno del ’62, era riuscito a convincere suo padre a pagare la penale per accorciare la mia permanenza dietro alle sbarre.
Il cancello principale si chiuse alle mie spalle con un tonfo sordo. In una borsa di pelle che mi aveva regalato Enrico custodivo le poche cose che mi appartenevano. Un soffio di vento gelido mi sferzò il viso e mi scompigliò i capelli. Pensai che ero libero, finalmente. Libero di correre, libero di urlare, libero di mangiare quando avevo fame e di dormire quando avevo sonno. Esonerato da stupidi, ripetitivi ed inutili compiti. Libero dagli sfoghi improvvisi di aguzzini frustrati e vigliacchi e dai loro ordini assurdi e crudeli. Eppure c’era qualcosa che mi turbava. Mi guardai attorno, spaesato. Non vidi nessuno. Non conoscevo la città, non sapevo dove andare, non avevo idea di come procurarmi un pezzo di pane. Dopo cinque lunghi anni avevo riacquistato la libertà e mi resi conto di non sapere ancora cosa farne.

Diego Repetto
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