Il baco e la farfalla (capitolo 19)

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Il baco e la farfalla (capitolo 19)

Messaggio Da Diego Repetto il Gio 27 Giu 2013, 14:55

Novembre 1958

Dal suo modo di camminare capii subito che era successo qualcosa. I piedi sfioravano appena il terreno, non lo marcavano pesantemente come al solito. Si fermò a pochi passi da me.
“Il Presidente della Repubblica ha firmato. Mi hanno concesso la grazia”.
“Ma è meraviglioso!” esclamai emozionato, in preda a una felicità improvvisa come se avessero graziato me. Lo abbracciai forte.
Enrico subì la presa inerme. Una volta libero si sedette al mio fianco e lasciò che le lacrime gli segnassero il viso.
“Non ci speravo più, sai” disse poco dopo con un filo di voce.
“Io invece ero sicuro che prima o poi te l’avrebbero data” mentii.
Nel frattempo aveva smesso di piangere.
“Sai già dove andrai, cosa farai?” domandai.
“No. Sarà come nascere un’altra volta, la terza. Mi hanno concesso una nuova opportunità, spero di riuscire a coglierla. Avevo smesso di crederci, ho avuto così tanto tempo per pensare che alla fine non ho pensato affatto. Non ho progetti, non ho idee” rispose sollevando le spalle.
Mi apparve fragile e indifeso. Lo immaginai vagare per strade affollate, invisibile agli occhi degli altri, aggirarsi sperduto in un mondo ostile e incomprensibile. Un mondo che, per quanto si sforzasse, restava invisibile ai suoi occhi.
“L’importante è che tu stavolta non faccia stronzate” lo ammonii.
Rise.
“Solo se sentirò nostalgia di te”.
“Sei proprio scemo”.
Enrico era diventato per me un punto di riferimento. La sua presenza e le nostre chiacchierate sopperivano in gran parte all’assenza di calore umano tipica della prigione. Non avevo contatti con l’esterno, avevo ormai rinunciato a scrivere lettere destinate a rimanere senza risposta. Non ricevevo visite. All’interno del carcere non avevo stretto alcun rapporto se non con lui. La sua partenza avrebbe lasciato un vuoto impossibile da riempire.
“Sai già quando ti faranno uscire?”.
“Presto. L’avvocato ha detto che è una questione di giorni”.
“Enrico...”.
“Sì?”
“Mi mancherai”.
Mi appoggiò le mani sulle spalle e sorrise.
“Anche tu” e mi abbracciò stretto. Poi rovistò nella tasca interna della giacca e ne estrasse un pacchetto.
“Dai, l’ultima”.
Sfilai una sigaretta e la appoggiai tra le labbra. Mi avvicinai all’accendino di Enrico proteggendola dal vento con entrambe le mani. Poi restammo in silenzio in attesa della sirena, speculari, con la sigaretta nella mano esterna, la sua destra e la mia sinistra, la schiena saldamente appoggiata alla panchina e lo sguardo perso all’infinito, ciascuno prigioniero dei propri pensieri.

Diego Repetto
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