Il baco e la farfalla (capitolo 18)

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Il baco e la farfalla (capitolo 18)

Messaggio Da Diego Repetto il Ven 21 Giu 2013, 11:02

Luglio 1958


“Ancora niente?”.
“Niente. E tu?”.
“Niente”.
Ogni sabato la scena si ripeteva uguale. Sembravamo i protagonisti di un vecchio film che il proprietario di un fatiscente cinematografo caduto in disgrazia si ostinava a proiettare per un pubblico sempre più scarso e annoiato. Erano quattro mesi che, imperterrito, soffiava via la polvere dalla pizza con la pellicola, avvolgeva i primi fotogrammi intorno a quella vuota e, dopo essersi accomodato nella sala di proiezione in compagnia di un bicchiere di whisky scozzese, si accingeva per l’ennesima volta a domandarsi se per caso quei due poveretti non avessero meritato maggior fortuna. Sapeva le battute a memoria, eppure sperava sempre in un colpo di scena a sorpresa. Anche quella volta, invece, non era accaduto niente.
“La mia domanda sarà capitata in mano a un burocrate distratto e in questo momento sarà sepolta sotto una pila di scartoffie alta così” si lamentò sconsolato, posizionando la mano destra a circa un metro da terra. Le mani di Enrico, in continuo movimento, conferivano spesso una sfumatura teatrale alle sue esternazioni.
“Te l’aveva detto l’avvocato che ci sarebbe voluto del tempo” gli ricordai “cerca di avere pazienza”. Poi aggiunsi, poco convinto “Vedrai che presto ti diranno qualcosa”. In verità incominciavo a credere che non gli avrebbero mai concesso la grazia, e più me ne convincevo, più mi faceva pena.
“L’avvocato... ma come faccio a fidarmi di quello che mi ha detto, se durante il nostro colloquio non faceva altro che guardare l’orologio e camminare avanti e indietro per la stanza! Te lo dico io, a quello stronzo non gliene frega niente della mia grazia. Tanto ci sono io, non lui, in questo schifo di posto” ribatté amaro.
Enrico era cambiato. Da quando si era illuso di riacquistare la libertà, la sua condizione di recluso gli risultava ogni giorno più difficile da sopportare. Mi venne in mente quando, parecchi mesi prima, mi aveva rivelato che una delle poche cose utili del carcere è che ti insegna ad essere indipendente. Mi aveva fissato negli occhi e aveva detto: Quando sei dentro impari a non avere bisogno di nessuno, è l’unico modo per sopravvivere e non affogare nel mare di merda in cui stiamo nuotando. Ora, invece, mi sembrava che il suo stato d’animo dipendesse disperatamente dai nostri rari colloqui. Percepivo che si aggrappava con tutte le forze alle poche parole che gli rovesciavo addosso per cercare di persuaderlo a non desistere. Mi sentivo responsabile e incominciai a temere che potesse abbandonarsi a un gesto sconsiderato senza avere in seguito la possibilità di pentirsene.
“Ogni anno sono centinaia i detenuti che chiedono la grazia. Ogni caso è diverso dagli altri e richiede uno studio specifico. I tempi si allungano, ma ciò non significa che l’esito sarà negativo” argomentai.
“Chi sta fuori non si rende conto” replicò secco. “Il ritmo della loro vita è scandito dai loro problemi, non dai nostri. Il lavoro, la famiglia e tutto il resto. Un ritmo frenetico, una corsa affannosa senza un attimo di respiro. A loro il tempo manca, a noi avanza”.
Non lo avevo mai visto così pessimista. Pensai che quel giorno sarebbe stato difficile fornirgli un solido appiglio a cui attaccarsi. Feci un ultimo disperato tentativo.
“Cosa vuoi che sia un mese in più o in meno rispetto agli anni che ti aspettano una volta libero”.
Un raggio di sole aveva scovato un varco tra le nubi e illuminava il volto stanco di Enrico. Scosse la testa.
“Non ci libereremo mai dall’onta del carcere. Ladri, assassini, stupratori, siamo la parte malata della società. Una società che si riempie la bocca di tante belle parole: recupero psicologico, rieducazione, reinserimento sociale. Tutte stronzate. Guardati attorno e dimmi sinceramente se pensi che ci sia qualcuno che una volta uscito da qui avrà una vita normale”. Con il braccio teso e il palmo rivolto verso l’alto aveva descritto nell’aria un semicerchio che andava da un lato all’altro del cortile.
Spazzai con lo sguardo lo spazio circostante. Non trovai difetti nell’analisi di Enrico. Tacqui.
“Pensano alla cura e non si occupano mai della prevenzione. Nessun politico che si domandi perché alcune persone rubano. Nessuno che provi ad evitare un omicidio piuttosto che limitarsi a trovare e punire il colpevole. Il disagio sociale non esiste per volontà divina, è il prodotto di un certo tipo di società, un modello ben preciso in cui la povertà di molti è funzionale alla ricchezza di pochi. La riprova è che tra coloro che detengono il potere non c’è nessuno che si preoccupi veramente del disagio sociale, che provi a sradicarlo”.
Faticavo a seguirlo. La sicurezza con la quale esprimeva le sue idee era sufficiente per convincermi del fatto che avesse ragione. Mi limitavo però a una condivisione superficiale. Le sue parole mi apparivano come un bel quadro di cui riuscivo ad apprezzare solamente la lucentezza dei colori e la precisione delle singole figure senza coglierne il significato nella loro complessità. Enrico si accorse della mia difficoltà e fece una pausa. Si accese una sigaretta.
“Vuoi dire che un ladro sarà per sempre un ladro e un assassino resterà per sempre un assassino?” domandai per verificare se avevo capito.
“Proprio così”. Nel suo sorriso appena accennato colsi la soddisfazione di chi ottiene la conferma di aver trasmesso con successo un concetto complicato.
“Se trascorri vent’anni in carcere, quando esci non sei nemmeno in grado di riconoscere ciò che ti circonda” proseguì. “Ti ritrovi nuovamente, senza volerlo, nella condizione di emarginato. Non sai come muoverti. Te lo dico per esperienza personale. La prima volta che sono finito in prigione ci sono restato solamente cinque anni e quando sono uscito era come se ne fossero passati venti. Per un detenuto, oltre al danno di invecchiare più velocemente, c’è la beffa di ritrovarsi poi in un mondo sconosciuto. Il mondo avanza, non può permettersi di fermarsi ad aspettare chi è finito in galera. Il progresso è inarrestabile. Le città cambiano, i lavori cambiano, gli usi e i costumi cambiano, tutto cambia al di là di queste mura. Qui invece tutto resta uguale, cristallizzato. Siamo un baco che mai si trasformerà in farfalla”.
Lo osservai sorpreso. Non mi aveva mai confessato di essere già stato in carcere. Lo vidi esausto, senza più voglia di lottare. Sentii che il suo pessimismo mi stava lentamente contagiando. Sarei dovuto rimanere lì altri quattro anni e nove mesi. Mi chiesi come sarebbe stato il mondo che avrei trovato una volta fuori. Davvero irriconoscibile? Ed io? Sarei rimasto per sempre un assassino mancato?
Il segnale di rientro mi riportò bruscamente al presente. Mi alzai e porsi la mano a Enrico che la sfruttò per mettersi in piedi. Ci mischiammo al resto dei detenuti che rientravano senza fretta. Prima di separarci, gli afferrai un braccio e lo tirai leggermente verso di me.
“Enrico, ci vediamo sabato prossimo” dissi per esorcizzare i miei timori.
Non rispose. Sollevò la mano in segno di saluto e si avviò verso la parte di edificio in cui si trovava la sua cella.

Mi sdraiai sulla branda, lo sguardo perso tra le chiazze di umidità del soffitto. Ripensai alle parole di Enrico. Il ritmo della loro vita è scandito dai loro problemi, non dai nostri. Quali erano i problemi di Costanza? Perché non era venuta a trovarmi nemmeno una volta? E Giovanna? Perché non rispondeva alle mie lettere? Gliene avevo già scritte tre da quando ero in carcere e non avevo ricevuto nessuna risposta.

Il sabato successivo trascorsi l’intera ora d’aria con lo sguardo inchiodato sulla porta di ingresso del cortile con la speranza di vedere apparire Enrico da un momento all’altro. Non si fece vivo e rientrai in cella con un triste presentimento.

La settimana seguente, appena uscito nel cortile, lo vidi seduto sulla solita panchina. Lo raggiunsi a passo svelto.
“Ma dove eri sparito?”.
“Sono stato male”.
“Pensavo che tu…”.
“Pensavi cosa?”.
“Pensavo….. niente. Sono contento di rivederti”.

Diego Repetto
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