Il baco e la farfalla (capitolo 16)

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Il baco e la farfalla (capitolo 16)

Messaggio Da Diego Repetto il Ven 07 Giu 2013, 15:39

Ottobre 1957

Non era stato difficile procurarmi l’indirizzo dell’assassino di mio padre. Il commissario Baldoni era rimasto a Genova solamente un paio di mesi. In seguito a movimentate manifestazioni di protesta e per placare gli animi surriscaldati dei compagni di Pietro, era stato trasferito d’urgenza a Imperia e viveva ad Arma di Taggia.
Dissi al lavoro che il giorno dopo non sarei potuto andare e che non mi aspettassero nemmeno il giorno successivo. Non mi avrebbero visto per un po’. Dal tono risoluto della mia voce capirono che non era il caso di porre domande.
La mattina seguente mi svegliai presto. Era il mio giorno. Lo aspettavo da nove lunghi anni. L’attesa sarebbe finita. La sete di vendetta finalmente soddisfatta. Non volevo che il commissario Baldoni pensasse che a sparargli fosse un vagabondo qualunque. Anche se da morto forse non avrebbe potuto pensare. Sorrisi. Mi feci la barba, una doccia, mi spruzzai un po’ di colonia, indossai un paio di pantaloni puliti, una camicia bianca e la giacca blu. Nella tasca interna infilai la pistola. L’avevo comprata per qualche centinaio di lire a Genova in un’armeria nei vicoli del centro storico. All’epoca nessuno chiedeva il porto d’armi, bastava pagare.
Una leggera brezza rinfrescava l’aria. Salii sul treno e cercai uno scompartimento vuoto. Volevo restare solo con i miei pensieri. Mi accesi una sigaretta e guardai fuori dal finestrino. Il solito dilemma mi assalì all’improvviso. Nuovamente mi chiesi se ciò che stavo facendo fosse giusto o no. Vidi il viso di mio padre riflesso sul finestrino. Il suo sguardo dolce. Il suo sorriso rassicurante. I ricordi hanno il potere di bloccare il tempo. Mio padre era sempre lo stesso, in tutti quegli anni non era invecchiato nemmeno un po’. L’esitazione svanì immediatamente, spazzata via dalla nostalgia.

Il convoglio ferroviario arrivò ad Arma di Taggia con dieci minuti di ritardo. Non avevo fretta, anche se più il tempo passava più diventavo nervoso e più desideravo concludere la faccenda.
Entrai in un bar per chiedere informazioni, presentandomi come un nipote del commissario che non vedeva da tempo. Volevo fargli una sorpresa, aggiunsi. In fondo era vero, non mi stava certo aspettando.
Trovare la casa del commissario non fu impresa facile. Viveva in una casa isolata e per raggiungerla avevo dovuto attraversare un bosco variopinto di castani. Era una giornata calda e soleggiata, più che autunno sembrava estate. Con un cinismo nel quale stentai a riconoscermi, pensai che era un peccato dover lasciare questo mondo in una giornata del genere. Scossi la testa lentamente. Non potevo certo preoccuparmi del clima in quel momento.
Suonai il campanello. Un uomo sulla quarantina mi aprì la porta.
“Cerco il commissario Baldoni” dissi cercando di non tradire l’emozione.
Mi squadrò rapido e mi rispose con sguardo interrogativo.
“Sono io. Posso sapere chi è lei e perché mi sta cercando?”.
“Ho delle cose importanti da dirle, ma preferirei farlo dove nessuno ci può sentire”.
Stavo improvvisando. Nelle ultime settimane mi ero immaginato la scena un numero infinito di volte. Avevo analizzato i diversi scenari. Mi ero ripetuto le possibili battute, le domande, le risposte. Avevo studiato tutto nei minimi particolari. Nessun dettaglio lasciato al caso. E invece l’emozione mi aveva fatto dire la cosa più stupida e banale che potessi dire. Merda, avevo mandato tutto a puttane. Ma lo sconforto non fece in tempo ad assalirmi. Con mio grande stupore, il commissario mi disse di aspettare che si mettesse le scarpe. Non potevo crederci. Riapparve poco dopo, chiuse la porta alle sue spalle, mi invitò a seguirlo e ci inoltrammo in mezzo al bosco.
“Allora, sentiamole queste cose importanti, signor....” disse scandendo le parole.
“Tommasi. Guido Tommasi. Sono il figlio di Pietro Tommasi”.
“ Bene, signor Tommasi figlio di Pietro Tom.....”. Non riuscì a concludere la frase. Gli occhi sbarrati. Lo sguardo incredulo. Aveva capito.
“Sì, brutto bastardo, sono il bambino che hai reso orfano nove anni fa. E oggi sono qui per rendere giustizia a mio padre”.
La voce mi tremava dalla rabbia e dalla paura. Senza rendermene conto, avevo sfilato la pistola dalla tasca della giacca, il braccio era teso verso il commissario. Con il dorso della mano destra mi asciugai il sudore che mi colava sugli occhi.
Capì immediatamente che facevo sul serio. Incominciò a supplicarmi.
“Senti ragazzo, non fare pazzie. Ascoltami, ti prego. È successo tanti anni fa. È stato un incidente”.
“Un incidente un cazzo, pezzo di merda. Sapevi che era disarmato. Eri d’accordo con suo fratello. Che stronzo e ingenuo, scendere a patti con uno sbirro. Me l’ha raccontato come sono andate le cose. Quando mio padre era dal sarto, gli ha sottratto la pistola dalla tasca del cappotto. Così nessuno si sarebbe fatto del male, gli avevi detto. E invece volevi solamente essere sicuro che fosse disarmato. Lo hai ammazzato a freddo, come un cane randagio. Esattamente come ora io ucciderò te”.
La paura era sparita. Ero accecato dall’ira nei confronti di quell’uomo. Era la seconda volta in vita mia che lo incontravo, ma la sua immagine cupa mi aveva fedelmente accompagnato per anni nei miei incubi peggiori.
“Senti ragazzo. Mi dispiace davvero tanto. Chiedimi cosa posso fare per te, qualunque cosa, ma ti prego, non ammazzarmi”.
Aveva le lacrime agli occhi e il volto trasfigurato dal terrore.
Non provavo nessuna pena.
“ È semplice. Voglio vendicare mio padre. O meglio detto, voglio fare giustizia”.
“Ti scongiuro. Se non per me, fallo per i miei figli. Ho un figlio di dodici e una figlia di otto anni. Abbi pietà almeno di loro, ti supplico”. Singhiozzava, era disperato. Si guardò intorno, iniziò a gridare. Chiedeva aiuto.
“Anche mio padre aveva due figli” dissi lentamente. Mirai al cuore e premetti il grilletto.
Cadde all’indietro. Una macchia scura iniziò a propagarsi sulla camicia azzurra. Il rimbombo dello sparo mi aveva spaventato. Era stato ancora più forte rispetto a tutte le volte che lo avevo sognato. Gettai la pistola e corsi via. Arrivai in paese che avevo il fiatone e la gamba destra tutta indolenzita. Quel giorno era cambiata la mia vita. Avrei smesso di fumare, pensai. Mi sentivo leggero, mi ero tolto un macigno che avevo dentro, avevo finalmente liberato il rancore che avevo coltivato per così tanto tempo. Alzai lo sguardo verso il cielo terso. Mio padre forse non sarebbe stato d’accordo, ma sicuramente avrebbe capito. Mi capiva sempre lui. Sapeva cosa volevo, cosa mi passava per la testa. Capiva quando doveva essere severo e quando invece era meglio farmi una carezza e abbracciarmi dolcemente. Sentii per un istante che mi ero riappropriato della sua presenza e di tutto quello che ingiustamente mi avevano portato via. Era lì, insieme a me. Sentii la sua voce dirmi ciò che tante volte mi aveva ripetuto, che solamente coloro che si assumono le proprie responsabilità si guadagnano il rispetto altrui. Aveva ragione. Sapevo cosa avrei dovuto fare.

Venti minuti dopo mi trovavo di fronte al comando dei carabinieri. Suonai il campanello e al ragazzo in divisa che mi aprì la porta dissi che avevo giustiziato l’assassino di mio padre.
Fui immediatamente trasferito in carcere a Cuneo. Dato che mi ero dichiarato colpevole, mi processarono per direttissima. Fu l’avvocato d’ufficio a informarmi che il commissario non era morto.
“Sei stato fortunato, ragazzo, tre centimetri più in basso e gli avresti spappolato il cuore. Addio commissario e addio libertà. Avresti trascorso il resto della tua vita in prigione”.
Lo aveva trovato la moglie in fin di vita e all’ospedale erano riusciti a salvarlo. Mi assalì lo sconforto, ma non dissi nulla. Sapevo che l’avvocato non avrebbe compreso. Non ero riuscito a vendicare mio padre. Mi sentii un fallito.
“Se riusciamo a convincere il giudice che eri un povero orfano tormentato dal dolore forse te la caverai con poco”.
Strizzò l’occhio in cerca di complicità. La sua faccia sorridente e soddisfatta di chi pensa di avere incontrato una soluzione geniale mi nauseò.
“Senta, è la prima volta che mi vede in vita sua. Conosce appena il mio nome. Non sa nulla di me. Ignora il mio passato. Sa solo che mio padre è morto. La smetta con questa pagliacciata dell’orfanello. Non c’è da convincere proprio nessuno”.
S’irrigidì come se gli avessero dato un pizzicotto in mezzo alla schiena. Con un gemito di stizza si alzò e si avviò verso l’uscita.
“Spero che la severità del giudice sia tanta quanto la tua insolenza” starnazzò senza nemmeno voltarsi.

Mi condannarono a cinque anni e quattro mesi. La vigilia di Natale venni trasferito nel carcere di Viterbo.

Diego Repetto
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