Il baco e la farfalla (capitolo 15)

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Il baco e la farfalla (capitolo 15)

Messaggio Da Diego Repetto il Ven 31 Mag 2013, 15:37

Agosto 1957

In una giornata afosa di inizio agosto salii sul treno diretto a Genova. Per non rischiare di fare il viaggio a vuoto, avevo avvisato mio zio il quale, pur non celando affatto la sua sorpresa, si era detto molto contento di rivedermi.

Bussai due volte e rimasi in attesa. Udii un rumore di passi avvicinarsi dietro la porta.
Un sorriso.
“Guido, quanto tempo!”.
“Un po’, sì...”.
Era invecchiato. Capelli grigi disordinati, barba incolta, due profondi solchi che laceravano le guance in diagonale, occhi vitrei. Era come se per lui il tempo, dall’ultima volta che ci eravamo visti, fosse scorso a velocità doppia.
“Mi fa piacere vederti. Al telefono mi hai detto che volevi parlarmi di una cosa importante. Sono tutto orecchi”.
La casa era buia, l’aria stantia. Nella sala, tre nature morte mal dipinte e un vaso di tulipani, così evidentemente finti da non voler nemmeno provare a sembrare veri, appesantivano ulteriormente un arredamento già di per sé opprimente. Le pesanti tende di stoffa marrone impedivano di filtrare anche al più cocciuto raggio di luce. La puzza di fumo, che sembrava emanarsi da ogni oggetto presente, impregnava in profondità tutto ciò che di nuovo e inodore entrava nella stanza. Ero appena arrivato e già desideravo andarmene.
“Allora?” incalzò.
Non sapevo da dove iniziare. Non sapevo quanto del mio piano avrei dovuto dirgli. Se fossi rimasto sul vago, si sarebbe insospettito e mi avrebbe rivolto un sacco di domande. Se avessi invece confessato il fine ultimo per il quale mi trovavo lì, mi avrebbe accusato di essere pazzo, senza capire che era proprio contro la follia che stavo disperatamente lottando.
“Vorrei che mi parlassi di Pietro” dissi tutto di un fiato, distogliendo lo sguardo.
“Pietro?” ripeté stupito. “Cosa vuoi sapere?”.
“Chi gli ha sparato e perché”.
Il sorriso che gli aveva incorniciato il viso da quando mi aveva aperto la porta era già svanito prima del “perché”. Scrollò la testa.
“È successo tanti anni fa. È stata una fatalità”. Nelle pupille dilatate mi parve di scorgere la richiesta disperata di non riesumare un passato luttuoso e ormai dimenticato.
“Sei sicuro?” domandai proseguendo deciso per la mia strada, incurante di riaprire ferite già rimarginate.
“Sì”.
Il breve ritardo della risposta e un’impercettibile incrinatura della voce non mi convinsero.
“Ne sei certo?”.
Altra esitazione.
“No”.
Socchiuse gli occhi, io li spalancai, come folgorato da una violenta scarica elettrica. Nei periodi di maggior sconforto, il sospetto che non si fosse trattato di un incidente mi era già balenato in testa, ma ogni volta lo avevo respinto con veemenza per non rendere ancora più dolorosa la realtà dei fatti. Risucchiato in un gioco perverso, mi afferrai al dubbio per non sprofondare.
“Sei sicuro che non si sia trattato di un incidente?”.
Questa volta rispose deciso.
“Sì”.
Fece una pausa, troppo breve per darmi il tempo di intervenire.
“Non ne ho mai parlato con nessuno. Ho lasciato il mio segreto a marcire dentro, con l’illusione che potesse distruggere il senso di colpa che mi ha tormentato fin dal giorno in cui è morto tuo padre. Mi rendo conto che è stato tutto inutile e, ora che non sei più un bambino, è giusto che tu sappia come andarono realmente le cose”.
Sollevò lo sguardo, fino a quel momento fisso sul pavimento, come aspettandosi una mia reazione. Seduto al contrario, con il mento appoggiato allo schienale delle sedia, lo ascoltavo immobile, mummificato dalle sue parole.
“La polizia sospettava che Pietro fosse coinvolto nell’attentato alla caserma di Pegli. Anzi, ad essere precisi, pensavano proprio che fosse stato lui a mettere la bomba. Un commissario dei carabinieri, lo stesso che poi gli ha sparato, mi contattò e mi fece una proposta. Avrei dovuto sottrarre di nascosto la pistola a mio fratello, in modo da evitare sparatorie quando lo avrebbero arrestato. Lì per lì mi sembrò una proposta sensata. Così attesi l’occasione giusta e quando eravamo dal sarto, senza che se ne accorgesse, ho tolto la pistola dalla tasca interna del cappotto. Poi, quando sono venuto via dal barbiere, ho avvisato i carabinieri. Sapevano quindi che era disarmato. La legittima difesa fu una scusa. Se gli hanno sparato è perché volevano farlo fuori”.
Un bruciore intenso si espanse dal centro dello stomaco, fino a raggiungere il cervello. Mi alzai di scatto, rovesciando la sedia, e scaricai la tensione accumulata sul primo oggetto che mi capitò tra le mani. Afferrai stretto il vaso di tulipani e, con un grido acuto, lo scagliai con forza contro la libreria. Col respiro affannato, rimasi ad osservare spaesato la mia collera ridotta in frantumi, ripetendo a bassa voce:
“Lo sapevo, lo sapevo, lo sapevo....”.
Avrei voluto dirgli che era stato uno stupido, peggio, un bastardo. Avrei voluto raccogliere ogni frammento sparso sul pavimento, ricomporre il vaso e, con ancora maggior violenza, lanciarglielo addosso. Avrei voluto, ma quell’uomo, quel pezzo di merda, mi serviva ancora. Ingoiai così il disprezzo che provavo per lui.
“Come si chiama” scandii il più calmo possibile.
“Chi?”.
“Il commissario dei carabinieri”.
Era come se stesse disinnescando una bomba, ad ogni risposta rischiava di tagliare il filo sbagliato.
“Non mi ricordo. Ma....”.
“Voglio quel nome!” urlai isterico.
“Ma...” iniziò a balbettare.
“Vo-glio il no-me” ripetei serio, recuperando il controllo.
“Aspetta qui” disse. Si alzò e sparì in un’altra stanza. Ritornò poco dopo, con alcuni ritagli di giornale tra le mani. Mi porse dei fogli ingialliti, ricoperti da un sottile strato di polvere.
“Ho conservato alcuni articoli dell’epoca. Forse ti possono essere utili”.
Iniziai a leggerli avidamente, fino a quando la ragnatela dei ricordi si fece così fitta da offuscarmi la vista. Distolsi lo sguardo per una manciata di secondi, poi ripresi a scorrere le righe, impaziente. Finalmente trovai ciò che stavo cercando.
“Commissario Baldoni” lessi lentamente a voce alta.
“Questo lo prendo io, in prestito” dissi rivolto a mio zio, piegando in quattro il foglio che avevo in mano e infilandolo nella tasca dei pantaloni.
“Guido... non fare pazzie” mi supplicò visibilmente allarmato.
“I pazzi fanno cose senza senso. Quello che ho intenzione di fare ha senso, eccome se ha senso” risposi, e mi diressi verso l’ingresso, scortato da un ritmico scricchiolio di porcellana.
Mi aprì la porta e, prima che uscissi, si avvicinò per abbracciarmi. Sgusciai fuori, disgustato. Mi fermai sul primo gradino e mi voltai a guardarlo. Mi sembrò ancora più vecchio di quando ero arrivato.
“Mi fai schifo” sentenziai, e sparii inghiottito dalla tromba delle scale.

Diego Repetto
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