Il baco e la farfalla (capitolo 13)

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Il baco e la farfalla (capitolo 13)

Messaggio Da Diego Repetto il Ven 17 Mag 2013, 12:13

Marzo 1956

“Guido, finalmente, è un’ora che ti sto cercando!”.
Non l’avevo sentita arrivare. Meravigliosa terapia, il mare. Scrutarlo e rimanerne incantati equivaleva a vivere sotto una campana di vetro e diventare sordi a tutto ciò che non fosse il ritmico sciabordio delle onde tra gli scogli. In piedi, di fianco a mia madre, una ragazzina di un paio d’anni più piccola di me mi osservava sorridente.
Incrociai lo sguardo di Costanza con aria interrogativa.
“È tua sorella Elisa”.
Lanciai un fischio.
“Non ti avrei mai riconosciuta. Quando è l’ultima volta che ci siamo visti? Fammi pensare... saranno nove o dieci anni fa. Eri alta così”.
Avvicinai la mano tesa all’altezza dei suoi fianchi.
“Anche tu sei cambiato” replicò senza perdere il sorriso. Sembrava contenta di vedermi.
“La mamma non sa che sono qui. Quando le ho detto che volevo rive¬derti mi ha risposto che non sapeva dove fossi” disse interrompendo un silenzio che stava diventando imbarazzante. “È stato lo zio a dirmi che eri qui a Camogli e a darmi l’indirizzo”.
Costanza ci offrì un gelato e si allontanò discretamente per lasciarci soli.
“Senti, e lo zio come sta?” domandai incuriosito.
“Bene. Mi ha detto di salutarti” rispose con voce squillante.
Iniziò a piovere. Ci rifugiammo sotto il portico di fronte al porticciolo. Continuai a interrogarla.
“Vivi sempre con i nonni?”.
“No, ormai sono tre anni che vivo con la mamma. E tu? Hai una nuova famiglia”.
“Più o meno”.
Un lieve corrugamento delle sopracciglia tradì la sua sorpresa. Mi fissò in silenzio in attesa di un chiarimento.
“Ritrovare una madre non significa automaticamente ritrovare una famiglia. Soprattutto se nel frattempo si è perso un padre” spiegai con un pizzico di amarezza.
“Posso chiederti una cosa?” domandò e senza aspettare che acconsentissi, tese l’arco e scoccò la freccia che sibilò rapida nell’aria prima di conficcarsi nella parte sinistra del costato. “Ti manca papà?”.
Guardai quella fanciulla con i capelli bruni e lo sguardo innocente. Senza alcun timore reverenziale e, ancor peggio, senza preavviso, mi stava chiedendo di confessarle ciò che avidamente avevo sempre custodito dentro di me. Elisa rispettò la mia esitazione. Restò in attesa, con l’aria di chi non ha fretta e concede tutto il tempo necessario al proprio interlocutore per rispondere a una domanda che si sa essere scomoda. Lo sguardo comprensivo, fermo, impossibile scorgervi il dubbio di avere osato troppo. Nonostante il vincolo di sangue che ci univa era praticamente una sconosciuta. Eppure, per la prima volta, ebbi la sensazione di trovarmi di fronte a una persona con la quale potevo condividere il mio dolore con la certezza di essere capito. Non c’era più bisogno di fingere.
“Sì, tanto” risposi liberandomi dal dardo che mi aveva colpito. “A volte è insopportabile, vorrei dimenticarlo ma non ci riesco”.
“Anche a me manca. Ma almeno d’ora in poi mi sentirò meno sola”. Mi sorrise con dolcezza e mi avvolse stretto con le esili braccia, cogliendomi del tutto impreparato. Restituii l’abbraccio, forse un po’ goffo ma sincero. L’assordante rimbombo di un tuono infranse la magia del momento. Ripresomi dallo spavento, provai a prolungare l’idillio che si era creato tra noi.
“Hai fatto bene a venirmi a trovare. Aveva ragione la signora Milton, condividere i dolori li rende meno amari”.
“Chi è la signora Milton?”.
“Una gran donna” sospirai con un pizzico di malinconia. “Dopo la morte di papà sono stato quasi quattro anni in un istituto ai Piani d’Invrea, vicino a Varazze. Lì ho conosciuto un’americana, forse un po’ eccentrica ma allo stesso tempo colta e sensibile. Sotto l’aspetto umano mi ha insegnato molto”.
“E poi cosa hai fatto? Quando sei venuto a Camogli? Hai sempre vissuto qui?”. I ruoli si erano invertiti, ora era lei a interrogare me.
“Sono arrivato a Camogli nell’estate del ’52. Come passa il tempo. Sono già trascorsi quasi quattro anni. Me lo ricordo quel giorno, come fosse ieri. Si moriva di caldo, il treno pieno, l’arrivo in un paese dove non ero mai stato. Se ci ripenso...”. Seguiva il racconto con gli occhi attenti, vivi. “Sapevo solamente il nome di mia madre, non ero nemmeno sicuro che vivesse ancora a Camogli”.
“E sei riuscito a trovarla, incredibile!” esclamò.
“Qui tutti sanno tutto di tutti” sospirai sollevando leggermente le spalle.
Mi squadrò perplessa, non capiva la rassegnazione con cui avevo sfumato il mio tono di voce.
“Meno male, no? Altrimenti non l’avresti trovata” osservò inclinando leggermente la testa.
“Sì, ma non è stato affatto facile. Molte delle speranze che avevo sono state frustrate. Ho peccato di ingenuità. Pensavo, o meglio speravo, che con mia madre avremmo potuto riprendere il discorso interrotto dopo la mia nascita. Come se lei avesse smesso di vivere per quattordici anni, in attesa di quel rincontro. Ancora oggi mi costa accettare che avesse provato a ricostruirsi una vita senza di me. Così quando abbiamo provato a smuovere gli ingranaggi del nostro rapporto ci siamo resi conto che erano completamente bloccati, arrugginiti. Abbandonati troppo a lungo, ossidati dall’azione corrosiva dello scorrere del tempo. Con tanta fatica, tra attriti e stridori, hanno ripreso a muoversi, lentamente. Ma ogni tanto qualche pezzo si inceppa e mi assale il dubbio che il tutto avesse ripreso a funzionare solamente nella mia fantasia”.
Feci una pausa. Sollevai lo sguardo che avevo mantenuto fisso su un punto indefinito della strada a qualche metro da noi. Elisa mi scrutava seria, il sorriso contagioso di prima l’aveva abbandonata. Mi sentii in colpa e decisi di parlare d’altro.
“Ma dimmi, a scuola ci vai? Cosa stai studiando?”.
“Il liceo classico”.
“E ti piace?”.
“Abbastanza”. “Studierete un sacco di poeti. Sai, io adoro la poesia!”.
“Io invece preferisco la matematica”.
Contemporaneamente scoppiammo a ridere. L’eco della nostra euforia risuonò nitido nell’oscurità afona che aveva avvolto il paese. Il porto, saturo degli odori e dei rumori del giorno, si concedeva un meritato riposo. Le barche, esauste per il via vai frenetico dall’alba al tramonto, si erano finalmente addormentate, cullate dal dolce ondeggiare del mare.
Elisa, nonostante la mia insistenza, non si fermò per cena. La accompagnai alla stazione e ci lasciammo con la promessa di rivederci presto, senza far trascorrere nuovamente così tanti anni.

Diego Repetto
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