Il baco e la farfalla (capitolo 11)

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Il baco e la farfalla (capitolo 11)

Messaggio Da Diego Repetto il Ven 03 Mag 2013, 16:01

Maggio 1955

Una sera rientrai più tardi del solito e vidi il vecchio pastore che mi aspettava in piedi di fronte alla malga. Mi fulminò con uno sguardo severo, bofonchiò qualche parola di rimprovero in un dialetto incomprensibile e, senza darmi il tempo di replicare, rientrò nella piccola costruzione in pietra col tetto di legno. Avevo imparato a conoscerlo e sapevo che in realtà non era arrabbiato. Era il suo modo di sfogare la tensione accumulata. Non vedendomi tornare prima che calasse il sole si era allarmato, ma nemmeno sotto tortura lo avrebbe ammesso. Faceva di tutto per apparire burbero e duro, immune da preoccupazioni e timori che non esitava a definire debolezze da femminucce borghesi, ma la verità era un’altra. Ci conoscevamo da appena un mese, eppure mi aveva adottato come un figlio e se mi fosse accaduto qualcosa non se lo sarebbe mai perdonato. Aspettai che l’ultima pecora fosse rientrata nel recinto e dopo essermi procurato un pezzo di pane, una fetta di formaggio fresco e una coperta, mi andai a sedere su una grossa lastra di pietra, in attesa che sorgessero le stelle. I ricordi iniziarono a fluire incontrollati e mi ritrovai imprigionato nella nostalgia. Erano trascorsi più di dieci anni dalle notti passate in montagna in compagnia di mio padre, eppure la sua figura era nitida e le parole chiare come se in quel momento fosse seduto accanto a me. Scese l’oscurità e il cielo si riempì di una moltitudine di astri luminosi. Erano davvero le stesse stelle che brillavano nel cielo sopra la città? Sorrisi al ricordo della mia ingenuità di quando ero bambino. Se fosse stato lì glielo avrei domandato di nuovo, così, per gioco. E magari questa volta mi avrebbe detto di no, che non si tratta delle stesse stelle. E poi avremmo riso insieme. Sospirai. Non sarebbe potuto accadere, pensai, provando più rabbia che tristezza. Non ero ancora riuscito ad accettare la morte di mio padre, a farmene una ragione. Al contrario, a distanza di quasi sei anni era una ferita più che mai aperta. Gli ultimi fotogrammi prima dello sparo scorsero lenti nella mia mente fino a fermarsi sull’uomo dall’impermeabile nero. Per la prima volta mi sorpresi a desiderarne la morte. Spaventato e infreddolito, rientrai nella malga e mi rannicchiai sulla tavola ricoperta di paglia con la speranza di addormentarmi in fretta.
La mattina quando mi svegliai ero tormentato dallo stesso pensiero. Non riuscivo a liberarmi dal fantasma di quell’uomo, che ritornò puntuale anche nei giorni successivi. Prima si visualizzava il braccio teso, dopodiché sentivo il rimbombo dello sparo, a volte così reale che istintivamente mi tappavo le orecchie. Mi sforzavo di pensare ad altro. Rincorrevo disperatamente ricordi di momenti felici. Ma la solitudine a cui ero condannato in mezzo ai prati e la monotonia delle mie giornate mi impedivano di fuggire da quell’incubo ricorrente e da quella figura, sempre la stessa, che mi faceva rabbrividire: l’uomo dall’impermeabile nero. Nella quiete della montagna, le pareti intorno ai pascoli agivano da cassa di risonanza e amplificavano le sensazioni e le emozioni. Non potevo più restare su quei monti e continuare a fare quella vita da asceta. Dovevo andarmene, altrimenti sarei impazzito. Il problema era dove. A diciassette anni e disposto com’ero ad adattarmi a qualsiasi lavoro, praticamente tutte le strade erano aperte. Avrei potuto andare ovunque, eppure non riuscivo a decidermi. Avrei potuto prendere la cartina dell’Italia, chiudere gli occhi e indicare col dito un punto a caso, ma la possibilità di scegliere a trecentosessanta gradi mi disorientava. Di una cosa ero sicuro: non sarei tornato a Camogli, non ora. Con tutti i posti in Italia e nel mondo che non avevo ancora avuto il piacere di vedere, non avevo alcuna intenzione di ritornare in quel paese che tanto mi era piaciuto ma dove mai mi ero sentito completamente accettato.

“Domani me ne vado” dissi una sera al vecchio pastore.
“Lo sapevo” ribatté calmo. “Il tuo silenzio degli ultimi giorni era molto più eloquente di qualsiasi parola. C’è qualcosa che ti turba. Anche i tuoi occhi sono trasparenti”.
“Non ha niente a che vedere con questo posto” provai a giustificarmi senza capire perché sentissi il bisogno di farlo.
“Non ti ho chiesto spiegazioni” mi interruppe sorridendo.

Lo sparo fu assordante. Vidi mio padre cadere pesantemente in una pozzanghera. Un istante dopo l’acqua cambiò colore e, rapidamente, iniziò ad aumentare di livello. Prima raggiunse le ginocchia, poi i fianchi, infine le spalle. Incominciai a nuotare affannosamente in un denso fluido carminio e scontrai il braccio contro qualcosa di grande. Il corpo morto di mio padre galleggiava al mio fianco. Mi svegliai di soprassalto, terrorizzato.
Quella notte non chiusi più occhio e accolsi con un sospiro di sollievo le prime luci dell’alba. Feci la solita colazione, un bicchiere di latte fresco e un pezzo di pane, e raccolsi la mia borsa. Ero pronto.

“Buona fortuna ragazzo. Se capiti da queste parti, fatti vivo”. Aveva gli occhi lucidi.
“Puoi contarci. E in quanto alla fortuna, sono sicuro che prima o poi arriverà. È in debito nei miei confronti” sentenziai con insolito ottimismo. Lo abbracciai senza aggiungere altro.
Me ne andai senza rimpianti, convinto di aver preso la giusta decisione. Più che il salto nel buio che stavo per compiere, mi inquietavano le immagini tetre e angosciose che da qualche tempo contaminavano più o meno marcatamente ogni mio pensiero.
Fu sul treno per Genova che si materializzò il posto dove sarei andato. Mi ricordai di Iolanda, una cugina di zia Stefania, che era venuta a trovarla quando stavo da lei, una grassona dal forte e simpatico accento toscano. Possedeva una pensione a Viareggio. Si avvicinava la stagione estiva e in un posto del genere un qualcosa da fare lo avrei sicuramente trovato. E poi dopo tanta montagna avevo voglia e bisogno di mare. L’aria salata mi avrebbe rinfrancato lo spirito e le affollate spiagge della Versilia avrebbero sgombrato la mente da visioni cupe e desideri pericolosi.
A Genova cambiai e presi il diretto per Pisa. Quando si fermò a Camogli non ebbi nemmeno la tentazione di scendere. Lanciai un’occhiata distratta alle persone che scendevano e salivano senza riconoscerne alcuna. Mi sentii un estraneo, come se non avessi mai vissuto in quel paese o come se mancassi da un sacco di tempo. Mi domandai se fosse per l’ossessione che avevo sempre avuto di scavare nel passato tralasciando di vivere il presente e costruire un futuro. Prima di trovare una risposta, venni sopraffatto da un sonno profondo.
Mi svegliai poco prima di giungere a Viareggio. Domandai dove si trovava la spiaggia e mi avviai nella direzione che mi era stata indicata. Non avevo mai visto una distesa di sabbia come quella e la quantità spropositata di ombrelloni che la ricopriva mi lasciò sbalordito. La spiaggia si estendeva a perdita d’occhio da entrambi i lati, ovunque volgessi lo sguardo non ne vedevo la fine. Mi resi immediatamente conto che l’informazione in mio possesso era completamente insufficiente. Ero abituato ai trecento metri della passeggiata mare di Camogli ed ero arrivato lì convinto che non avrei avuto alcuna difficoltà nel trovare la pensione “di fronte al mare” della cugina di mia zia. Per fortuna mi aiutò la mia buona memoria. Ricordai il nome: Il Corallo. La conoscevano nel primo bar in cui entrai a chiedere indicazioni. Sotto il sole a picco di mezzogiorno il chilometro percorso per raggiungere la mia meta si abbatté su di me come una mezza maratona. Il cartello che rappresentava la fine delle mie fatiche mi apparve come un’oasi in mezzo al deserto: “Pensione Il Corallo. Pineta, vista mare. Aperta tutto l’anno”. Sotto, leggermente più piccolo, veniva specificato che era “disponibile ogni comfort”. A me bastava dell’acqua. Avevo una sete che avrei prosciugato un bacino artificiale.
La palazzina che ospitava la pensione era un semplice parallelepipedo di cemento di tre piani a cui era stato aggiunto, nel vano tentativo di abbellirlo, qualche balcone. Raramente mi era capitato di trovarmi di fronte a edificio più brutto. Una decina d’anni dopo sarei stato in grado di valutare quell’orrore da un punto di vista politico ed economico. Allora, non essendo ancora entrato in contatto con il mondo delle speculazioni edilizie, mi limitai a un puro giudizio estetico. Fine a sé stesso, dato che poco o nulla mi importava dell’architettura. Ero lì in cerca di un lavoro.
Iolanda non nascose la sua sorpresa.
“Eri l’ultima persona al mondo che avrei immaginato di vedere qui” esclamò.
“Anch’io, fino a stamattina” feci eco con un sorriso.
“Spero solo che inaspettato non significhi anche indesiderato” continuai in tono scherzoso.
“Non dire sciocchezze! Dai, entra e raccontami cosa diavolo ci fai da queste parti”.
A differenza dell’esterno, l’interno della pensione era carino e accogliente. Posai la borsa sul pavimento.
“Potrei avere prima un bicchiere d’acqua” la pregai lasciandomi cadere sulla poltrona di vimini più vicina.
“Madonna bona, certo! Abbiamo tutto quello che vuoi. Acqua, birra, limonata”.
“Dell’acqua va benissimo, grazie”. Non avevo finito di esprimere il mio desiderio che era già sparita in un’altra stanza. Ritornò poco dopo e mi porse un bicchiere pieno fino all’orlo che svuotai tutto d’un fiato.
“Piano, piano, che ti si congela lo stomaco” mi suggerì invano.
Appoggiai le mani sulla pancia ed emisi un lungo sospiro di piacere. Mi sollevai dallo schienale, appoggiai i gomiti sui braccioli, incrociai le dita delle mani e, improvvisamente serio, dissi:
“Sto cercando lavoro. Ho pensato che qui, data la stagione, forse avrei potuto trovarne uno. Mi va bene qualsiasi cosa, mi adatto a tutto”.
Di nuovo mi guardò sorpresa.
“Un lavoro? Qui?”.
“Sì” assentii con un leggero movimento della testa.
“Dimmi un po’, Costanza lo sa?”.
Una domanda retorica. Il tono della voce indicava chiaramente che si aspettava una risposta negativa. Qualunque altra cosa avessi detto non mi avrebbe creduto e comunque non avevo alcun motivo di mentirle. In fondo mi consideravo grande abbastanza per badare a me stesso. Ero sopravvissuto senza mia madre quando ero un bambino, a maggior ragione potevo farlo ora che ero, o almeno pensavo di essere, quasi un uomo.
“No. Pensa che sia sulle Alpi a fare il pastore”.
Prima che potesse ribattere la resi partecipe dei miei pensieri.
“Non ho bisogno di lei” e conclusi polemico “né lei di me”.
“Credo di aver toccato il tasto sbagliato. Non sapevo che ci fosse dell’acredine tra voi”.
Per un attimo temetti che incominciasse a farmi domande sui problemi che avevo con mia madre, proprio non mi andava di raccontarle l’intera storia, ma Iolanda si dimostrò discreta e non manifestò alcuna curiosità.
“Comunque non mi interessa e poi hai ragione, ormai sei grandicello. Un lavoro, eh? L’economia è in ripresa, finalmente, e rispetto all’anno scorso verrà molta più gente. Con tutto quello che c’è da fare qui nei prossimi quattro mesi non temere che non ti ci lascio con le mani in mano. Hai l’imbarazzo della scelta. Pulire e rifare le camere, servire ai tavoli, aiutare in cucina o affiancare Fred, il bagnino”.
“Aiutare Fred” risposi convinto.
“Va bene. Gli parlerò domani mattina, ma non credere che fare il bagnino significhi stare tutto il giorno seduto su una sdraio a riempirsi gli occhi con le ragazze in costume” mi ammonì bonariamente. “La sera bisogna pulire la spiaggia, chiudere le sdraio e gli ombrelloni, spianare la sabbia. La mattina invece devi aprire le sdraio e gli ombrelloni, lavare i bagni e le docce”.
“Non c’è problema. E per quanto riguarda le ragazze, non ci avevo nemmeno pensato” mentii.
“Così mi piaci. Vieni, ti accompagno in quella che sarà la tua stanza. È piccola, ma in questo periodo non posso offrirti di meglio. Vitto e alloggio te li passa la casa. In più avrai una paga settimanale di duemila lire. Di più non posso darti”.
Non mi sembrava vero. Era molto più di quanto mi aspettassi.
“Va benissimo. Grazie, ti ringrazio tanto”. E mi sentii immediatamente come se stessi per intraprendere una nuova vita.

L’aria di mare mi fece bene. Le interminabili camminate lungo i pascoli alpini erano ormai un lontano ricordo. Nello sfondo cromatico che faceva da contorno alle mie giornate sostituii senza rimpianti il verde riposante dei prati con il blu elettrizzante del Tirreno. In breve tempo venni contagiato dal rumoroso entusiasmo dei turisti e diventai insolitamente allegro e loquace. Nelle ore più calde non c’era praticamente nulla da fare e mi godevo beato il calore del sole. La sera, quando finivo la pulizia della spiaggia, mi rilassavo facendo il morto, restando immobile sulla superficie dell’acqua con lo sguardo rivolto al cielo. Ogni tanto, se non ero troppo stanco, raggiungevo a nuoto la boa posizionata a duecento metri da riva. Abituato alla costa ligure, ero restio all’idea di camminare in direzione dell’orizzonte per centinaia di metri con l’acqua alle ginocchia e mi ostinavo a nuotare colpendo ripetutamente con le mani il fondo sabbioso.
Iolanda si rivelò presto una cuoca eccezionale. Ogni cena mi stupiva con nuovi piatti prelibati. Dopo l’anno e mezzo di monotonia dei pasti della malga, riscoprii i piaceri della buona cucina. Il clima di inizio estate avrebbe consigliato una dieta leggera e ipocalorica, ma Iolanda sembrava non preoccuparsene più di tanto. Tortelli al sugo di cinghiale, ribollita, agnello al forno con patate, carpaccio, melanzane ripiene, frittelle di fiori di zucchino, soufflé di cavolfiore, ravioli alle erbette selvatiche, bignè alla crema di nocciole, torta di cioccolato con noci e uvetta. Mi sedevo a tavola stanco e affamato e regolarmente divoravo con voracità ogni cosa mi venisse servita fino a raggiungere una sorta di estasi culinaria.
Fred era un tipo strano. Una sera, mentre chiudevamo gli ombrelloni, gli domandai quanti anni aveva.
“Ventotto” rispose serio. Lo squadrai divertito. Aveva sicuramente passato i quaranta.
“Se tu hai ventotto anni io non dovrei ancora essere in grado di camminare” lo canzonai.
“Ventotto” ripeté. “Una mia amica cartomante mi ha rivelato che morirò a settantadue anni. Io non credo nell’aldilà e quando mi chiedono l’età dico gli anni che mi restano da vivere. In fondo sono quelli che contano”.
Lo osservai perplesso. Portava i capelli lunghi accuratamente raccolti in una coda con un elastico rosso in modo da lasciare libera la schiena ricoperta quasi interamente da un enorme drago dalla bocca infuocata, ricordo indelebile di un avventuroso viaggio in India.

Fred fumava di tutto e fu insieme a lui, una calda notte di agosto, che assaporai la mia prima sigaretta.
“Mi gira la testa Fred, sei sicuro che fosse solo tabacco?” domandai non appena smisi di tossire.
“Puro e semplice tabacco, di ottima qualità. Non ti preoccupare, è normale, le prime fanno sempre questo effetto” mi rassicurò.
Mi rilassai sulla sdraio. Era la notte di San Lorenzo. Pensai a un desiderio e iniziai a scrutare il cielo alla ricerca di qualche stella cadente. Impresa ardua. Roteava tutto, non avevo punti fissi di riferimento. Chiusi gli occhi e mi addormentai senza accorgermene. Mi risvegliai al sorgere del sole, con la pelle impregnata di umidità.

A ferragosto mi innamorai. La mattina, mentre preparavo la spiaggia, vidi arrivare una ragazza in compagnia dei genitori. Iolanda sapeva vita morte e miracoli dei propri clienti e soddisfò con dovizia di particolari la mia curiosità. Vivevano a Bologna e da una decina d’anni trascorrevano parte delle loro vacanze in Versilia. Lui era un noto e rispettato chirurgo, la moglie invece una giornalista raccomandata. Sapeva che non ero interessato alle professioni dei genitori, ma si divertì a prolungare la mia attesa dilungandosi in giudizi politici e morali su chi ottiene immeritatamente un lavoro sicuro e di prestigio. Dopo una pausa studiata ad arte, continuò finalmente con le informazioni riguardanti, secondo la mia personalissima opinione, l’unico componente della famiglia degno di attenzione. Si chiamava Federica. Non ancora sedicenne, avrebbe frequentato durante l’anno scolastico che stava per iniziare la terza liceo. Figlia unica, adorata dalla madre e protetta dal padre, venne definita da Iolanda, con una metafora militare che non prometteva nulla di buono, semplicemente “inespugnabile”.
Avevo sentito dire che quando si è innamorati il cuore batte più forte. Ogni mattina attendevo in un crescendo di palpitazioni il suo arrivo e quando la scorgevo in lontananza sentivo il cuore scoppiare. Non mi era mai accaduto prima di allora. Trascorsi le giornate seguenti ad osservarla imbambolato. Mi sembrava bellissima sempre: quando nuotava, mentre prendeva il sole, quando rideva. Non riuscivo a staccare gli occhi da quel corpo dalle forme leggermente arrotondate, una morfologia delicata ed elegante che mi ricordava le illustrazioni di alcune statue di dee greche che avevo visto nei libri di scuola. Le reazioni fisiche del tutto incontrollate che Federica scatenava in me erano imbarazzanti e Fred non perdeva occasione di prendermi in giro.
Quel pomeriggio la scena si ripeté uguale, come nei migliori déjà-vù.
“Anche oggi gli ormoni irrequieti, eh? Scordatela ragazzo, quella non la puoi avvicinare nemmeno con il binocolo” ghignò.
“Vai a quel paese Fred” lo invitai con un ampio gesto del braccio, e aggiunsi con tono di sfida: “Vedremo”. Ma dentro di me sapevo che si trattava di una missione al limite dell’impossibile. Nonostante avessi ormai perso il conto degli incroci di sguardi e dei sorrisi rubati, non c’era stato un solo attimo in cui fosse stata abbastanza lontano dai genitori per poterla avvicinare e rivolgerle la parola. Il desiderio era cresciuto col passare dei giorni e, pur di fronte a difficoltà che sembravano insormontabili, restavo ottimista. Forse perché il desiderio svanisce nel momento in cui si perde la speranza, ma come in un circolo virtuoso è il desiderio stesso ad impedire che la speranza muoia.
Mi accovacciai sotto l’ombrellone, al riparo dal sole, cercando di pensare ad altro. Non ne ebbi il tempo. Con la coda dell’occhio intravvidi il padre avviarsi verso la riva. Iniziò a camminare verso il largo per poi tuffarsi e proseguire a nuoto. Mi voltai speranzoso in direzione di Federica. Era seduta sulla sdraio e stava leggendo un libro. Era sola. Non sapevo dove fosse la madre, scandagliai i dintorni senza vederne traccia. Il padre era ormai un puntino in mezzo al mare. Calcolai quanto tempo avrebbe impiegato per tornare indietro. Almeno cinque minuti. Non molto, ma sufficiente per un primo contatto. Era il mio momento, non potevo assolutamente farmelo scappare. Mi alzai con il battito cardiaco accelerato e mi incamminai in direzione di Federica. A quell’ora la sabbia, fine e compatta, doveva essere rovente, ma forse per il passo rapido o più probabilmente per l’improvvisa eccitazione non sentii alcun dolore alle piante dei piedi, fino a quando una voce stridula e inaspettata non mi pietrificò a meno di dieci metri dall’agognato obiettivo.
“Federica! Aiutami per favore, il tuo gelato si sta sciogliendo”.
La madre stava tornando verso la figlia leccando un gelato e sostenendone un altro, con la mano distante dal corpo per evitare che le gocciolasse addosso. Rimasi impalato, incapace di qualsiasi reazione, fino a quando i piedi non iniziarono a scottare. Ritornai alle sdraio riservate ai bagnini saltellando da un piede all’altro. Fred mi aspettava seduto con le gambe incrociate e i gomiti appoggiati sulle ginocchia, con un’espressione del volto divertita per la scena a cui aveva appena assistito. Ero a pezzi e non avevo nemmeno la forza di nasconderlo. Con uno sguardo supplichevole lo pregai di non infierire ulteriormente. Ebbe pietà di me e si limitò ad osservarmi in silenzio. Ancora oggi gliene sono grato.
Purtroppo il peggio doveva ancora arrivare. Dopo una settimana, durante la quale attesi invano il momento propizio per parlare con Federica, fui costretto a riporre definitivamente il sogno in un cassetto. A metà settembre iniziava la scuola. Ero ormai sicuro, pur non avendo nulla in mano che giustificasse tale convinzione, che anche Federica fosse innamorata di me e il fatto che dovesse tornare a Bologna mi sembrò una terribile ingiustizia. Della partenza serbo il ricordo del viso di lei che sorride attraverso il lunotto posteriore salutandomi con la mano mentre la Seicento gialla inesorabilmente si allontana in fretta portandosi via il mio primo grande amore.
Scivolai senza opporre resistenza in un preoccupante stato di apatia. La cocente delusione spazzò via la spensieratezza che aveva contrassegnato fino ad allora la mia permanenza in Toscana. Iolanda, incurante della mia inappetenza, continuò a servirmi abbondanti quantità di cibo che regolarmente rimaneva nel piatto senza quasi essere toccato. Fred capì presto la gravità della situazione, smise di prendermi in giro e si prodigò inutilmente per farmi tornare il sorriso. La sera chiudevo le sdraio e gli ombrelloni con gesti meccanici e ripetitivi, senza affannarmi in alcun modo a ritornare in stanza, dove mi attendeva il solito dolce-amaro naufragio tra i fluttuanti nitidi ricordi di Federica.
Come già mi era accaduto in montagna alcuni mesi prima con l’assassino di mio padre, mi ritrovai schiavo di un pensiero ricorrente che non mi dava pace e contro il quale mi sentivo del tutto impotente. E come allora decisi che la cosa migliore sarebbe stata cambiare aria. Una fuga da mettere in atto il prima possibile. Sarei dovuto rimanere fino alla metà di ottobre, ma anticipai di due settimane la mia partenza. Informai Iolanda e Fred il giorno stesso ed entrambi accolsero la notizia visibilmente dispiaciuti. Non avevo avuto né tempo né energia per pensare ad una nuova meta e, non sapendo dove andare, feci ritorno a Camogli.

Diego Repetto
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