Il baco e la farfalla (capitolo 10)

Vedere l'argomento precedente Vedere l'argomento seguente Andare in basso

Il baco e la farfalla (capitolo 10)

Messaggio Da Diego Repetto il Ven 26 Apr 2013, 14:14

Febbraio 1954

L’inverno di quell’anno fu tra i più freddi che ricordi. Inoltre la sensazione termica era influenzata negativamente dal lavoro all’aria aperta e dal fatto che non ci si potesse coprire troppo per poter mantenere un’indispensabile comodità nei movimenti. Non mi confortavano i commenti dei miei compagni che mi invitavano a godermi il freddo, molto meglio del caldo torrido che avremmo dovuto sopportare durante l’estate, né l’idea di trovare riparo alla fine della giornata nella casa fredda e umida di mia zia.
Più di una volta ripensai con nostalgia alla Casa Svizzera, alle partite a pallone con i ragazzi dell’istituto, all’affetto sincero e disinteressato della signora Milton. La malinconia pareva prendere il sopravvento quando mi incantavo a osservare oltre il mare le cime innevate delle Alpi Marittime. Se resistetti alla tentazione di ritornare indietro fu solo grazie a un orgoglio che con il passare degli anni si stava conquistando prepotentemente una posizione di dominio nel mio carattere. Il bisogno di dimostrare che nonostante le traversie che avevano segnato la mia infanzia e la mia adolescenza ero comunque in grado di badare a me stesso e cavarmela da solo si faceva via via più intenso. Per soddisfarlo, mi ritrovavo spesso a rifiutare un aiuto che mi veniva offerto, anche se si trattava delle cose più semplici e banali. La leggera timidezza che aveva fino allora caratterizzato le mie relazioni con gli altri stava scomparendo poco a poco lasciando spazio a una sicurezza che sconfinava frequentemente in un atteggiamento sfrontato e arrogante. Ma il problema più grave da cui ero afflitto era senza ombra di dubbio la mancanza di serenità. Ero accompagnato da una lieve ma costante sensazione di rancore, pesante eredità delle disavventure che avevo sofferto in passato. Avrei impiegato ancora qualche anno per prendere coscienza che la mia collera non era attribuibile alla cattiva sorte e, dopo averne individuato la fonte, decidere di liberarmene una volta per tutte.
Mia zia mi ripeteva che ero un’anima in pena. Aveva ragione. Ero irrequieto, quasi mai contento e soddisfatto di ciò che avevo e facevo, continuamente alla ricerca di un qualcosa che ancora non conoscevo. La routine mi soffocava, la ripetizione dei gesti quotidiani, sempre gli stessi ogni giorno e ogni settimana, mi faceva impazzire. La curiosità di vedere posti nuovi e il richiamo verso nuove esperienze diventarono ogni giorno più forti. Quando si presentò la possibilità di lasciare Camogli e la riviera non esitai un solo attimo. Un amico mi disse che un suo parente gli aveva proposto di andare a fare il pastore in un paesino sulle Alpi Lombarde, non lontano da Bergamo. Lui ormai aveva troppi acciacchi per poter seguire il gregge su e giù per i ripidi pendii. Il mio amico non era per nulla entusiasta, amava il mare e odiava la montagna, cioè, in realtà non è che la detestasse, semplicemente ne era spaventato non essendoci mai stato e non conoscendo quindi ciò a cui sarebbe andato incontro. Ma aveva un debito nei confronti di questo prozio. Aveva infatti aiutato sua madre dimostrando grande generosità dopo che il padre era morto in guerra. Proprio non se la sentiva di rifiutare la proposta.
“Senti, e se andassi io al posto tuo?” gli domandai in preda all’eccitazione. “In fondo che gliene importa alle pecore se ci sto io o ci stai tu a fargli compagnia” aggiunsi ridendo.
“Davvero ci andresti?” domandò incredulo.
“Di corsa” replicai, questa volta serio per fargli capire che non stavo affatto scherzando.

Partii dopo una settimana. Ero dispiaciuto per non essere riuscito a salutare Vincenzo. Sarebbe sbarcato dopo un mese o forse due ma non avevo alcuna intenzione di aspettare così a lungo. Quando mi accomiatai da mia madre eravamo entrambi emozionati e la sentii vicino come raramente mi era capitato. Mi chiesi, senza trovare una valida spiegazione, come mai non potesse essere sempre così tra di noi. Dal treno gettai un’occhiata al mare, sicuro che mi sarebbe mancato. Poi mi affacciai dall’altro lato, verso nord, cercando di immaginare lontana in quella direzione la mia meta. Chiazze gialle tingevano le pendici degli Appennini che in quel tratto di riviera giungevano senza soluzione di continuità fino alla costa. La mimosa annunciava l’arrivo della primavera. Sorrisi, il pensiero di una nuova avventura mi rendeva felice.

Imparai presto, con un certo sollievo, che il mestiere del pastore era meno faticoso di quello del muratore. Ora mi alzavo prima la mattina e l’ascesa lungo i fianchi scoscesi delle montagne non era certo paragonabile alla passeggiata sul lungomare in compagnia dei gabbiani, ma mentre a Camogli il lavoro duro iniziava una volta giunto al cantiere, qui, raggiunto il pascolo, potevo sdraiarmi sul prato e fissare beato il cielo, lasciando che fossero i cani a correre dietro alle poche pecore indisciplinate che tentavano timidamente di allontanarsi dal gregge. Tanto riuscivo a rilassarmi e a dimenticarmi di essere al mondo che capitava spesso che mi addormentassi per qualche ora, fino a quando le leccate umide dei cani sul viso mi riportavano in modo traumatico alla realtà. Ogni volta mi alzavo rapido in piedi con il terrore di vedere ridotto il gregge a poche unità e immancabilmente mi tranquillizzavo osservando come gli animali continuassero a brucare l’erba incuranti dei miei sonni improvvisi e prolungati.
Adoravo la purezza dell’aria. Mi piaceva correre su per i pendii, anche se ogni corsa era per me una fatica enorme. Raggiungevo la cima con il cuore che batteva forte e sembrava dovesse esplodere da un momento all’altro. Con le mani appoggiate sulle ginocchia iniziavo a inspirare dalla bocca e dal naso, prima respiri corti e affannati, avidi d’ossigeno, poi più lunghi e profondi, fino a saturare i polmoni di aria fresca e pulita.
Le mie giornate trascorrevano senza che incontrassi anima viva e la mia unica compagnia era costituita dalle pecore, non certo affettuose, e dai tre cani, loro invece sì un po’ più d’aiuto affinché non mi sentissi completamente solo. Come lavoro era monotono e mal si sposava con il mio animo inquieto, ma la possibile mancanza di serenità derivante dalla ripetitività delle mie giornate veniva ampiamente compensata dalla pace e dalla bellezza del paesaggio circostante. Un panorama mozzafiato e un silenzio assoluto, se si escludevano i rari latrati dei cani e i fischi acuti di qualche rapace. A volte l’assenza di suoni durava più del solito, tutto sembrava fermarsi, le pecore, i cani, le nuvole in cielo, calava tutt’intorno un’atmosfera irreale. Era come smettere di vivere e diventare parte di un quadro.

Diego Repetto
Inchiostro Bianco
Inchiostro Bianco

Messaggi : 70

Vedi il profilo dell'utente http://diegorepetto-writer.blogspot.it/

Tornare in alto Andare in basso

Vedere l'argomento precedente Vedere l'argomento seguente Tornare in alto


 
Permessi di questa sezione del forum:
Non puoi rispondere agli argomenti in questo forum