Il baco e la farfalla (capitolo 9)

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Il baco e la farfalla (capitolo 9)

Messaggio Da Diego Repetto il Ven 19 Apr 2013, 11:11

Ottobre 1953

Il rapporto con Costanza restava sospeso nel limbo. Ai momenti sereni, per la verità piuttosto rari e di breve durata, seguivano, ineluttabili, lunghi periodi in cui l’astio e il rancore la facevano da padroni. Da una parte lei, incapace di trasmettermi amore materno, dall’altra io, incapace di riceverlo. Erano quasi sempre delle sciocchezze a far nascere discussioni feroci durante le quali immancabilmente finivo per rinfacciarle gli errori e le colpe del passato. Essendo parte in causa e, a mio modo di vedere, parte lesa, il mio punto di vista era del tutto parziale e mancava completamente di obiettività. Mi era impossibile riuscire ad indossare i suoi panni, soprattutto quelli di quando non ancora ventenne era diventata madre ed era rimasta sola quasi contemporaneamente. Le mie frasi erano permeate da una cattiveria gratuita, generata dalle sofferenze che mi avevano afflitto durante l’infanzia. A volte, ripensando a quel periodo, mi sentivo pervaso da una rabbia cieca che avevo bisogno di sfogare contro qualcuno e mia madre era il perfetto e logico capro espiatorio. E unico, dato che mi era ormai impossibile, se mai avessi voluto, rinfacciare a mio padre di avermi fatto crescere senza una madre e di avermi affidato alla tanto odiata tutrice. Quando ritornavamo per l’ennesima volta a discutere dei miei primi mesi di vita, i miei rimproveri erano taglienti, i miei giudizi categorici, insindacabili, come quelli di coloro che sono convinti di essere dalla parte della ragione e non vengono sfiorati nemmeno lontanamente dal sospetto che la realtà spesso è più complessa di come appare e in alcuni casi la ragione non sta da un solo lato della barricata, e così il torto.
A nulla valse la decisione di riconoscermi e, almeno da un punto di vista burocratico, colmare così una lacuna nella quale ogni tanto rischiavo di perdermi. Sul mio documento non appariva più l’orrenda dicitura “figlio di n.n.”, ciononostante non riuscivo a perdonarle i quindici anni di ritardo.

La situazione precipitò definitivamente quando scoprii, quasi per caso, che Costanza aveva un amante. Di ritorno a casa dopo il lavoro, passai davanti alla stazione. Gianluigi “belin”, l’incaricato di ritirare i biglietti
dei viaggiatori una volta scesi dalle vetture, quando mi vide agitò la mano in segno di saluto.
“Belin Guido, ancora in giro? Tua madre è arrivata un’ora fa, ti starà aspettando per cena”.
Camogli è un piccolo borgo, dove tutti sanno tutto di tutti. Dopo appena un paio di settimane dal mio arrivo, chiunque sapeva che ero figlio di Costanza. La diffusione delle notizie di bocca in bocca era più rapida che se si fosse tappezzato l’intero paese con dei manifesti.
Era lunedì, giornata di riposo del mercato di Nervi. Mia madre il lunedì non lavorava e sarebbe dovuta rimanere a Camogli.
“Ma sei sicuro di averla vista?” domandai sorpreso.
“Belin! Certo che sono sicuro. L’ho anche salutata” esclamò.
Dove era andata? Nei giorni di festa restava a Camogli, si occupava della casa, almeno così avevo creduto fino a quel momento.
“E da dove veniva?” chiesi con tono disinteressato per mascherare la mia curiosità.
“Aspetta, te lo dico subito, il suo biglietto è il primo di questo mazzetto.... vediamo... eccolo qui... da Recco”.
Che cosa era andata a fare a Recco? Rimasi assorto nei pensieri, formulando ipotesi e cercando invano una risposta. Dovevo avere una faccia allarmata o quanto meno perplessa perché Gianluigi mi riportò alla realtà domandandomi:
“Qualcosa non va?”.
“No, nulla. Grazie. Ciao” risposi allontanandomi.

Appena entrato in casa, domandai a mia madre perché era stata a Recco.
Mi guardò sorpresa.
“Sono andata a trovare un’amica”. La voce lievemente insicura, lo sguardo rivolto verso la finestra. Mi resi subito conto che non mi stava raccontando la verità. Ero spietato con lei. Era come se l’aspettassi costantemente al varco per coglierla in fallo e sentirmi in diritto di criticarla. Ogni pretesto per litigare era buono.
“Quale amica?”.
“Non la conosci”.
“Come si chiama?”.
“Giulia”.
“Siete molto amiche? La vedi spesso?”.
“Ma cos’è questo, un interrogatorio?” sbottò tirando sul tavolo lo strofinaccio con cui stava asciugando i piatti.
“Anche se fosse? C’è qualcosa che non puoi dirmi, che vuoi nascondere?” insistei deciso a non mollare la presa.
“È la mia vita, Guido. Non ti riguarda. E ora vai a farti la doccia che è tardi”.
Mi avviai verso il bagno, per nulla rassegnato. Lasciai che il getto d’acqua mi scorresse addosso, senza insaponarmi né sciacquarmi. Con gli occhi chiusi incominciai a pensare a un piano per scoprire ciò che mia madre mi stava occultando.

Il lunedì seguente, prima di rientrare a casa, ripassai dalla stazione e domandai a Gianluigi se aveva visto Costanza. Mi rispose affermativamente. La settimana successiva, invece di andare al lavoro, mi incamminai verso Recco. Evitai di prendere il treno per non correre il rischio che Gianluigi dicesse a mia madre che mi aveva visto. Il piano era semplice. Avrei aspettato alla stazione di Recco che arrivasse mia madre e l’avrei seguita. Non mi era venuto in mente niente di meglio, ma con un po’ di fortuna avrebbe funzionato. Vincenzo era via, in Brasile, e da un cassetto avevo preso di nascosto un paio di vecchi occhiali da sole e un cappello. Dopo averli indossati, mi guardai in uno specchietto di un’automobile parcheggiata nei pressi della stazione. Il cappello era grande e mi copriva l’intera fronte, appoggiandosi sugli occhiali, troppo grandi anche quelli. Ero ridicolo. Così conciato sembravo un incrocio tra un poliziotto in incognito di serie B e un maniaco sessuale. Decisi di farne a meno. Avrei puntato tutto sul fatto che Costanza, ignorando di essere pedinata, non si sarebbe guardata alle spalle.
Aspettai tre ore e l’arrivo di due treni. Niente. Un’altra ora e un terzo treno. Niente, di Costanza nemmeno l’ombra. Dal posto in cui ero riuscivo a vedere senza ostacoli l’uscita della stazione, non era possibile che fosse passata di lì senza averla vista. Ero stanco di aspettare, faceva freddo e mi era venuta fame. Decisi di attendere ancora l’arrivo di un ultimo convoglio ferroviario, poi me ne sarei tornato a Camogli.
Un lungo fischio ne annunciò l’arrivo.
Quando la riconobbi mi si accelerò il battito cardiaco. La seguii mantenendomi il più lontano possibile. Mi aspettavo andasse verso il centro del paese, invece si avviò in direzione del mare. Camminava rapida, come se avesse fretta di arrivare. Non si guardava intorno e non si voltò nemmeno una volta. Arrivata alla spiaggia, la costeggiò fino ai bagni “Marilù”, completamente deserti, a parte un uomo seduto su una sdraio che si alzò non appena la vide e le andò incontro. Mi accovacciai dietro a un gozzo per osservare la scena senza essere notato. Si abbracciarono e si baciarono. Un bacio inequivocabile. Quell’uomo era molto più che un amico di mia madre. Non mi sentivo affatto contento per aver coronato con successo il mio piano. Provai un vago senso di vergogna e mi guardai intorno per vedere se qualcun altro era stato testimone di quel bacio. Non c’era nessuno e sentii un assurdo senso di sollievo. Subito dopo mi vennero in mente le parole di mia madre quando aveva provato a spiegarmi perché non mi aveva cercato dopo la morte di mio padre. Erano davvero felici lei e Vincenzo cinque anni prima? Che cosa era cambiato nel frattempo? O non lo erano già allora? Ma allora perché mi aveva mentito? Mi sedetti con le gambe stese e la schiena appoggiata alla barca. Iniziai a disegnare con le dita due linee curve nella sabbia. All’improvviso e dolorosa mi travolse la sensazione che fosse impossibile fare chiarezza sul mio passato e che non potevo fidarmi di nessuno.

Tornai a casa e lungo il cammino presi la decisione di andarmene. Avrei chiesto ospitalità a mia zia. Non aspettai nemmeno il ritorno di Costanza. Misi alcuni vestiti in una borsa e sul tavolo della cucina lasciai un biglietto sul quale avevo scritto a grosse lettere in stampatello “puttana”.

Stefania mi disse che potevo fermarmi tutto il tempo che volevo. Quando mi domandò il perché di quella richiesta, iniziai a raccontare ciò che avevo visto, convinto di rivelarle una verità sconvolgente. Con mio enorme stupore scoprii che non era affatto un segreto, già lo sapeva. E anche Vincenzo ne era a conoscenza. Ci rimasi male. Mi sembrava assurdo che tutti sapessero e che nessuno dicesse nulla. Non capivo come potessero tollerare una situazione simile. Nonostante Costanza e Vincenzo non fossero sposati e nonostante il modello di famiglia in cui ero cresciuto non era certo stato quello tradizionale, mi sembrava immorale e ingiusto che mia madre conducesse una doppia vita.
“Ci sono cose che non sai e che se sapessi ti farebbero vedere le cose in un altro modo” disse mia zia come per rimproverarmi del disprezzo con cui avevo condito il resoconto dei fatti di cui ero stato testimone.
“Ormai ci ho rinunciato” le risposi rassegnato. “Ogni volta che credo di avere sistemato tutti i pezzi del mio passato, scopro che qualcuno mi ha celato qualcosa o non mi ha detto la verità. Pensavo fosse un mio diritto, evidentemente mi sbagliavo”.
La mia amarezza le sciolse la lingua.
“Ma questo non riguarda te, non direttamente almeno”. Mi osservò con aria seria, improvvisamente si era fatta scura in volto. “Dio mio, non dovrei raccontartelo, se lo sa Costanza mi ammazza”. Inspirò profondamente prima di proseguire. “Quando Giovanna aveva tre anni, Vincenzo se ne andò in America. Così, all’improvviso, senza dare alcuna spiegazione. Per più di dieci mesi non si fece vivo. Non scrisse mai una lettera. Non sapevamo niente di lui, era scomparso. Dopo qualche mese dalla sua partenza, Costanza conobbe Giacomo, l’uomo che hai visto a Recco insieme a lei”. Prese un bicchiere, lo riempì d’acqua e bevve a piccoli sorsi. Ormai pendevo dalle sue labbra, fremevo di impazienza, ma non osavo interrompere il silenzio. Temevo che se lo avessi fatto non avrebbe continuato il racconto. Vuotato il bicchiere, continuò: “Era sola, con Giovanna piccola. Giacomo non è stato altro che la persona giusta arrivata nel momento giusto. Ma non fraintendermi, non si è approfittato delle difficoltà di tua madre. Il bene che le ha voluto e le vuole tuttora è sincero. È una buona persona”. Fece un’altra pausa. Avrei voluta scuoterla, dirle di non perdersi in particolari, pregarla di dirmi tutto e subito. Dopo un tempo che mi parve infinito, riprese: “Ma un bel giorno, senza alcun preavviso, Vincenzo è tornato dall’America. Quando si è reso conto della nuova situazione ha preteso che Costanza rinunciasse al suo nuovo amore per ritornare insieme a lui. Di fronte al suo rifiuto, l’ha ricattata in modo meschino, le ha detto che se non avesse accettato le avrebbe portato via Giovanna. Non essendo sposati, avrebbe potuto farlo”. Sollevò le spalle. “Purtroppo le leggi non tengono conto dei sentimenti. Costanza aveva già perso te per lo stesso motivo, per non essere sposata, e non volle farsi portare via anche Giovanna. Ritornarono a vivere insieme, ma Costanza continuò a vedere Giacomo. Fu un patto non scritto. Accettato da tutti e due, ma con entrambi scontenti. E anche Giacomo si è dovuto adeguare. È curioso come i comportamenti umani a volte rasentino il masochismo”. Non c’era alcuna traccia di ironia nella sua voce.
Avrei voluto dire qualcosa, ma non sapevo bene cosa. Avevo una tale confusione in testa, ero in balìa di una valanga di sensazioni contrastanti. Vincenzo era tornato dall’America poco prima che morisse mio padre. Per mia madre non doveva essere stato affatto facile recuperare l’antica relazione e allo stesso tempo modificare, senza romperli, gli equilibri della nuova. Forse era per quello che non si era preoccupata di me, convinta che avrei rappresentato un ulteriore fattore destabilizzante. Ma ora era anche chiaro che mi aveva mentito quando mi aveva detto che non mi aveva cercato dopo la morte di mio padre perché lei e Vincenzo erano felici. Era più forte di me, non riuscivo proprio a vederla come vittima. Era sufficiente che cambiassi prospettiva e non mi appariva più scevra di colpe. Mi domandai se fossero rimasti altri episodi di cui ignoravo l’esistenza e se mai sarei riuscito a completare il mosaico del mio passato, o se data la sua complessità avrei fatto meglio a rinunciare e a metterci definitivamente una pietra sopra. Pensai alla signora Milton quando, salutandomi, mi aveva detto “Fai bene a voltarti indietro, ma qualsiasi cosa troverai, cammina sempre pensando al futuro, mai al passato. Non puoi modificare ciò che è stato mentre puoi fare molto per cambiare ciò che sarà”.
Dopo qualche minuto, i miei pensieri si focalizzarono sull’unica persona di tutta la storia che mi sembrava senza peccato.
“E Giovanna? Lo sa?” domandai esitante.
“No, e non lo deve sapere”. Una risposta secca accompagnata da un’espressione accigliata. Sembrava quasi pentita di avermi raccontato tutto. Mi resi conto che la nostra conversazione era finita. Prima di uscire le chiesi di avvisare lei Costanza. Non mi andava di rivederla e informarla della mia decisione, avremmo finito come al solito per litigare. Sapevo in ogni caso che non si sarebbe interessata più di tanto alla mia fuga. Al contrario, ero convinto di averle fatto un favore. Senza la mia presenza, il livello di tensione in casa sarebbe diminuito drasticamente. Forse non sarebbe stata contenta della mia richiesta di ospitalità a Stefania, dato che, per motivi a me sconosciuti, erano terribilmente gelose l’una dell’altra. Non che ciò mi importasse granché, e comunque la mia era stata una scelta obbligata. Con Franco e Maria, gli altri due fratelli di mia madre, non avevo alcuna confidenza.
Dopo una decina di giorni incrociai per strada Costanza. Mi domandò senza trasporto come stavo e come andava il lavoro. Dal tono distaccato della sua voce ebbi l’impressione che lo facesse più per dovere che per reale interesse. Notai da parte sua una certa attenzione nell’evitare che la discussione scivolasse verso ciò che era accaduto recentemente. Ne fui contento e mi guardai bene dal sollevare l’argomento. L’incontro, estremamente formale, confermò la mia ipotesi che in fondo, andandomene da casa, non avevo fatto altro che toglierle un peso.

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