Il baco e la farfalla (capitolo 8)

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Il baco e la farfalla (capitolo 8)

Messaggio Da Diego Repetto il Ven 12 Apr 2013, 10:30

Novembre 1952

La mia esperienza come marinaio fu breve. Una domenica all’inizio di novembre, dopo l’ultima corsa, passai nell’ufficio della compagnia per ritirare la paga settimanale. Uno dei due fratelli proprietari dei battelli, un grassone con i capelli unti che sputacchiava quando pronunciava la ti, mi porse la solita busta senza distogliere lo sguardo dal giornale aperto sulla scrivania.
“Domani puoi restare a casa. Non ci sono più turisti e in inverno facciamo solo due corse al giorno per i residenti. Non abbiamo più bisogno di te”.
Lo stupore mi impedì qualsiasi movimento. Scorgendo con la coda dell’occhio la mia presenza nella stanza, smise di leggere e mi sorrise.
“Potrai dormire fino a tardi, non sei contento?”.
Vedendo che restavo impalato di fronte al tavolo incapace di reagire, con un rapido cenno della mano mi invitò ad uscire. Senza dire nulla, mi avviai verso la porta. Prima che la varcassi mi raggiunse la sua voce.
“Magari ripassa ad aprile. Inizia nuovamente la stagione, è probabile che ci sarai utile di nuovo”.
Me ne andai scosso dalla rapidità degli eventi. Pensai che non mi aveva nemmeno detto grazie. Pensai che forse si aspettava che fossi io a ringraziare lui. Pensai infine che non avevo la minima idea su cosa avrei fatto fino ad aprile.
Costanza e Vincenzo si indignarono profondamente quando raccontai loro l’accaduto. Entrambi pensavano che i proprietari dei battelli avrebbero dovuto avvisarmi prima. Si erano comportati ingiustamente nel darmi il benservito da un giorno all’altro, non avevano avuto alcun rispetto nei miei confronti. Ma mi dissero anche che purtroppo non c’era niente da fare, non avevo un contratto in regola e loro, i padroni, avevano il coltello dalla parte del manico.
Mia madre approfittò della situazione per provare a convincermi a continuare gli studi. Mi disse che non era necessario che lavorassi, che quello che guadagnavano lei e Vincenzo sarebbe bastato per tutti e quattro. Se non la laurea, almeno un diploma, mi ripeteva. Ma la famiglia che avevo sperato di trovare non si era materializzata e la voglia di indipendenza si era fatta col trascorrere dei giorni sempre più forte. E poi pensavo ingenuamente di essere colto e sveglio a sufficienza per affrontare le difficoltà della vita. Non sapevo ancora che molte volte per raggiungere una posizione di prestigio o anche solo per poter avere un lavoro dignitoso valgono molto di più un pezzo di carta e le giuste conoscenze che la cultura e l’intelligenza.

Dopo qualche settimana trovai lavoro come muratore. Come impiego era molto più faticoso e antropologicamente meno interessante rispetto al marinaio. Nonostante fossi esonerato dai compiti più duri, ogni sera tornavo a casa distrutto, mi facevo la doccia e crollavo sul letto non appena terminata la cena. Imparai presto la quantità di calce, acqua e sabbia per fare il cemento, a sagomare i mattoni con la cazzuola senza distruggerli, a muovermi con la carriola su un asse inclinato senza perdere l’equilibrio. Incominciavamo a lavorare la mattina presto, quando fuori era ancora buio e l’aria gelida pungeva il viso e irrigidiva il corpo fino quasi a bloccare le dita delle mani. Rimpiangevo il periodo in cui dovevo presentarmi al porticciolo alle dieci e avevo il tempo lungo la strada di fermarmi in riva al mare per lanciare ai gabbiani qualche pezzo di pane secco. Ogni volta restavo affascinato dalla rapidità con cui scendevano in picchiata, afferravano col becco il boccone un istante prima che cadesse in acqua e riprendevano immediatamente quota con un frenetico frullare delle ali. E non si scontravano mai. Due gabbiani lanciati sullo stesso pezzo di pane riuscivano sempre ad evitarsi all’ultimo momento. Era incredibile. Il controllo perfetto che avevano su ogni movimento e frazione del volo mi lasciava ogni volta a bocca aperta. Venivo catturato dalle meravigliose acrobazie che disegnavano nell’aria, spesso non mi accorgevo dello scorrere del tempo e arrivavo al porto trafelato e in ritardo.

Diego Repetto
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