Il baco e la farfalla (capitolo 2)

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Il baco e la farfalla (capitolo 2)

Messaggio Da Diego Repetto il Gio 21 Feb 2013, 16:29

Maggio 1947

Fu un quattro di matematica che cambiò radicalmente la mia infanzia. L’anno scolastico stava per finire, era la resa dei conti e un brutto voto sarebbe stato difficilmente rimediabile. Tanto mi piaceva studiare italiano e letteratura, quanto poco mi entusiasmava la matematica. Allora mi sembravano solamente concetti astratti e inutili e impiegai parecchi anni per rendermi conto che una mente scientifica e una certa familiarità con numeri e operazioni possono aprire molte porte e rendere più facile la vita. Bastava leggessi una volta le poesie e le imparavo a memoria. Pascoli, Leopardi, Carducci, mi piacevano tutti. Con i numeri, invece, non c’era niente da fare. Spesso la sera, quando non riuscivo ad addormentarmi, invece che contare le pecore recitavo le poesie a voce alta, ottenendo però l’effetto contrario. In compagnia di ermi colli e cavalline storne potevo restare sveglio per ore. Tornai a casa e lungo il cammino immaginai con apprensione la reazione della vecchia strega alla notizia del brutto voto rimediato nell’ultima prova scritta di matematica. Giunto a casa, la temuta domanda non si fece attendere.
“Come è andata a scuola? Come è andata la prova di matematica?”.
Avrei voluto mentire, ma sapevo che era inutile perché sarei stato scoperto in seguito con conseguenze ben peggiori.
“Male. Quattro”.
Furono le uniche due parole che mi uscirono di bocca.
“Sei il solito disgraziato!” urlò sollevando in alto le mani. “Sei un cavallo pazzo! Ecco, questi sono i risultati della tua testardaggine, con tutti i sacrifici che fa mia figlia per te!”.
La compagna di mio padre passava a trovare la madre una volta alla settimana. Con me non si tratteneva mai più di dieci minuti nei quali mi rivolgeva le solite domande, come stavo, come andava la scuola, come andava con la “nonna”, ricevendo in cambio le solite bugie, andava sempre tutto a meraviglia.
“Sacrifici? Quali sacrifici?” domandai stupito.
La risposta giunse tagliente, riaprendo una ferita mai del tutto rimarginata.
“Almeno lei non ti ha abbandonato, come tua madre”.
Sbattermi in faccia ciò che per me era una dolorosa e insopportabile verità fu la goccia che fece traboccare un vaso già colmo. Non avrei trascorso un solo giorno di più in quella casa. Andai in bagno e sfilai la chiave dalla toppa, mi sedetti sul divano e iniziai distrattamente a sfogliare un libro in attesa del momento propizio. Quando la vidi dirigersi verso il bagno, strinsi la chiave tra le dita. Aspettai che chiudesse la porta, mi alzai di scatto dal divano e un istante dopo l’avevo già chiusa dentro. Incurante delle grida che giungevano dall’interno, corsi verso l’ingresso e un istante dopo stavo correndo in strada, felice, verso una libertà che avevo sognato per quattro lunghi anni. Mentre correvo – una corsa buffa, caricando più sulla gamba sinistra che su quella destra, ricordo indelebile della malattia - pensavo al momento in cui avrei riabbracciato mio padre. Ero sicuro che avrebbe capito e avrebbe accettato che ritornassi a vivere insieme a lui. Erano tre mesi che non andavo a casa di mio padre. L’ultima volta che ci eravamo riuniti tutti insieme era stato il giorno del suo compleanno. In quell’occasione avevo rivisto anche Elisa, la figlia che aveva avuto con la sua nuova compagna. Aveva due anni in meno di me e viveva insieme ai nonni paterni. La incontravo raramente, quasi sempre in occasione delle festività, e ogni volta mi stupivo di quanto fosse cresciuta durante i mesi in cui non ci eravamo visti. Era come incontrare ogni volta una persona nuova.
“Papà, non voglio più vivere con quella vecchia strega, non ce la faccio più, è un inferno!”.
Non rispose. Mi lanciò uno sguardo severo, di rimprovero. Non era d’accordo con la mia fuga. Erano gli anni duri dell’immediato dopoguerra, quelli delle vendette tra vinti e vincitori, quando i morti erano all’ordine del giorno e sembrava che la guerra non fosse mai finita. Mio padre era noto per le sue idee comuniste e riceveva in continuazione minacce di morte. Non si fidava a farmi vivere insieme a lui sotto lo stesso tetto. Rimase in silenzio a guardarmi per un tempo che mi sembrò infinito, poi mi fece cenno di avvicinarmi, mi cinse le spalle con un braccio e con la mano iniziò ad accarezzarmi dolcemente la testa.
“Va bene. Ma non pensare che qui sarà il paradiso. Continuerai ad andare a scuola e dovrai imparare a badare a te stesso. Sono molto impegnato, lo sai, e non potrò stare molto tempo insieme a te. Non sarà facile. Te la senti?”.
Annuii sorridente. Ma in realtà non sapevo bene ciò che mi aspettava.
Il periodo più duro da superare fu quando finì l’anno scolastico. Era trascorso appena un mese da quando ero ritornato a vivere con mio padre. Finita la scuola, le mie giornate scorrevano lente e monotone. Mio padre usciva sempre presto al mattino e rientrava la sera tardi. Non dimenticava mai, prima di uscire, di prepararmi sul tavolo un paio di fette di pane con la marmellata. Mi alzavo tardi, mi piaceva restare a letto a fantasticare immaginandomi battaglie tra supereroi misteriosi e mostri tanto brutti quanto cattivi. A volte, quando i mostri erano particolarmente crudeli e sadici, mi capitava di ripensare alla vecchia strega e mi venivano i brividi al solo pensiero che avrei potuto in futuro rivederla. Dopo la colazione, iniziavo a vagare per la casa, un pellegrinaggio senza meta in cui le varie stanze venivano visitate senza un ordine predeterminato. La porta d’ingresso dava su un ampio vano che faceva apparire la casa più grande di quanto in realtà fosse. Situate ai quattro angoli della sala si trovavano le porte di accesso alla cucina, al bagno e alle due camere da letto. Quando mi veniva fame, di solito piuttosto presto, uscivo per comprare qualcosa con le poche centinaia di lire che mio padre mi lasciava ogni due o tre giorni sul tavolo. Pane, latte, mais, riso e pasta non mancavano quasi mai. Una volta alla settimana mi potevo permettere un po’ di frutta e verdura, il pesce invece ogni quindici giorni, la carne non più di una volta al mese e solamente se il prezzo era inferiore alle cinquecento lire al chilo. I negozi desolatamente vuoti non erano un bello spettacolo, ma ero troppo piccolo per fermarmi a riflettere sulle drammatiche conseguenze della guerra. A me piaceva fare la spesa, quello che si trovava, e mi intrattenevo sempre più del necessario. Era l’unico momento della giornata in cui potevo scambiare due parole con qualcuno. Alberto il panettiere, Maria la fruttivendola, Mario il macellaio, Trieste la pescivendola, che era nata due giorni dopo la fine della prima guerra mondiale. Erano la mia famiglia.
“Ciao Guido, come va?“.
“Bene. E lei signor Alberto?”.
“Ah, i soliti dolori. È la dura legge dell’età, figliuolo. Sai , si dice che uno ha gli anni che si sente, ma non è mica vero. Io di spirito mi sento come se avessi vent’anni, andrei a ballare tutte le sere, ma vaglielo a dire alla mia schiena... a lei non gliene frega niente del mio spirito e sa benissimo che fra tre settimane sulla torta ci saranno sessantacinque candeline! È da quando avevo dodici anni che faccio questo mestiere e mi sveglio ogni giorno alle tre del mattino, quando il resto del mondo sta ancora sognando. Smetterei volentieri, ma non posso, con la pensione che mi darebbero morirei di fame”.
“Non smetta per favore, il pane buono come lo fa lei non lo fa nessuno” lo supplicai sincero.
Nonostante la solitudine, non mi sono mai pentito di essere ritornato a vivere insieme a mio padre. Ancora oggi però vengo assalito ogni tanto dal rammarico per aver rinunciato, in seguito a quella scelta, a un’infanzia priva di responsabilità. Un’infanzia normale che non ho potuto vivere per essere stato costretto dagli eventi a crescere troppo in fretta.
A settembre iniziai nuovamente ad andare a scuola. Quell’anno frequentavo la quinta elementare. La sera precedente il primo giorno di scuola, mio padre entrò nella mia stanza, si sedette sul letto vicino a me e guardandomi serio negli occhi mi disse lentamente e scandendo le parole, come ogni qualvolta che doveva dirmi qualcosa che non doveva entrare da un orecchio e uscire dall’altro: “È importante che tu vada a scuola. Devi ritenerti fortunato per poterlo fare. Il mondo è pieno di gente cattiva, che se ne approfitta dei più deboli. E gli ignoranti sono deboli, nella vita perdono sempre. Devi studiare. Devi arrivare a sapere per poter giudicare. Per avere una tua opinione e non far tua quella di coloro che sono più convincenti di altri. Ma soprattutto per non essere indifferente. L’indifferenza è abulia, parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. È la morte della storia”.
Era proprio un partigiano convinto.

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Re: Il baco e la farfalla (capitolo 2)

Messaggio Da Capitan Sbudella il Ven 22 Feb 2013, 15:42

Discreto, Diego. Ma... se il padre gli preparava la colazione sul tavolo, d'estate, e poi usciva, ora che lui si era alzato quelle fette di pane e marmellata non erano un collage di mosche? Smile
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Re: Il baco e la farfalla (capitolo 2)

Messaggio Da Diego Repetto il Ven 22 Feb 2013, 15:52

Capitan Sbudella ha scritto:Discreto, Diego. Ma... se il padre gli preparava la colazione sul tavolo, d'estate, e poi usciva, ora che lui si era alzato quelle fette di pane e marmellata non erano un collage di mosche? Smile

Basta metterci un piatto sopra per coprirle Smile
Al prossimo capitolo!

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Re: Il baco e la farfalla (capitolo 2)

Messaggio Da Capitan Sbudella il Ven 22 Feb 2013, 15:57

Ahhh, astuto, il partigiano tongue
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Re: Il baco e la farfalla (capitolo 2)

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