Il baco e la farfalla - Un'incredibile storia vera (capitolo 1)

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Il baco e la farfalla - Un'incredibile storia vera (capitolo 1)

Messaggio Da Diego Repetto il Ven 15 Feb 2013, 12:26

Pubblico volentieri, con la speranza che sia di interesse per i lettori del Forum, il primo capitolo del mio romanzo "Il baco e la farfalla" (Edizioni Italia Press, I ed. aprile 2011, II ed. novembre 2011, Finalista al Premio Internazionale di Letteratura Terre di Liguria 2012, 5° classificato al Premio Nazionale di Arti Letterarie Città di Torino IX ed. 2012, Menzione d'Onore al Premio Internazionale di Letteratura Portus Lunae 2012).

Si tratta di una storia avvincente, perché ricca di colpi di scena.
È una storia interessante, perché si intreccia con gli episodi principali della storia d'Italia degli ultimi sessant'anni.
È infine una storia attuale, perché parla di problemi del nostro Paese mai risolti, dagli incidenti sul lavoro alla corruzione, dalla repressione violenta delle forze dell'ordine alle condizioni insostenibili dei detenuti in carcere.

Pubblicherò in seguito altri capitoli.

Buona lettura!
Diego




Il baco e la farfalla

Questa storia è ispirata a fatti realmente accaduti.
Nel libro sono stati modificati i nomi delle persone citate e le descrizioni di alcuni luoghi.

Non v’accorgete voi che noi siam vermi nati a formar l’angelica farfalla, che vola alla giustizia senza schermi?
Dante
Purgatorio, X, 124-126


Ottobre 1943

“Si salverà, non si preoccupi. Il bambino non è in pericolo di vita. Fosse un adulto correrebbe qualche rischio, ma con la sua età è praticamente impossibile che non ce la faccia. Certo, i tempi di recupero saranno lunghi. Dalla poliomielite si guarisce con il riposo, più i muscoli lavorano più avanza la malattia. Per il momento non possiamo escludere dei danni permanenti. È possibile che non ci sia un pieno recupero della gamba malata, ma è troppo presto per dirlo. Mi raccomando, riposo. Il bambino deve restare a letto per almeno due mesi per evitare il rischio di una ricaduta”. Il medico non era riuscito a tranquillizzarlo. Dai lineamenti contratti del viso traspariva una profonda inquietudine. Quando rimase solo nella stanza, si chinò su di me e mi accarezzò il viso. Mi sorrise. “Papà, non andare via, resta con me”. “Papà non se ne va, non temere. Promesso”. Per i genitori la vita dei figli inizia quando nascono. Per i figli invece la propria vita inizia con i primi ricordi. Nella mia memoria nacqui in una stanza della clinica Bertani quando avevo cinque anni.
Nonostante la promessa - che cosa stupida promettere ciò che si sa già non poter mantenere - mio padre se ne andò presto. Era un comandante partigiano e non aveva tempo per prendersi cura di me, la Resistenza lo assorbiva completamente. Dopo l’operazione mi affidò alla madre di sua moglie. Pensava che in quella casa alla periferia di Genova sarei stato al sicuro. Al sicuro forse sì, felice no, ma non glielo confessai mai. Sapevo come avrebbe reagito, mi avrebbe detto di non fare il bambino viziato e che era per il mio bene. Fin dai primi giorni i rapporti con la mia nuova tutrice furono tesi e ben presto arrivai a odiarla profondamente. Aveva cinquantacinque anni portati discretamente, ma ai miei occhi appariva solamente come una vecchia strega. Mi parlava sempre con un tono scontroso, ruvido. I suoi movimenti erano bruschi. Rimasi insieme a lei quattro anni eppure non ricordo un solo gesto di affetto nei miei confronti. Non un bacio, non una carezza, non un sorriso.
Durante la convalescenza il tempo trascorse lentamente. Le giornate erano lunghe e noiose. Restare a letto era una vera e propria tortura. La vecchia entrava nella stanza quattro o cinque volte al giorno. Non era certo per farmi compagnia, ma piuttosto per comprovare che non mi alzassi e non abbandonassi il luogo a cui la malattia mi aveva relegato. Al mattino, a mezzogiorno e alla sera mi portava qualcosa da mangiare. Alla fine di ogni pasto, mi accompagnava in bagno. Quando mi riaccompagnava in camera e prima di richiudere la porta, muoveva ritmicamente su e giù l’indice della mano destra e mi intimava minacciosa di restare immobile fino al suo ritorno.
La situazione precipitò quando, una volta guarito, iniziai ad andare a scuola. Il fatto che fossi mancino era per lei inaccettabile. I compiti del pomeriggio diventarono così un supplizio. Mi legava la mano sinistra allo schienale della sedia, si accomodava sulla poltrona e vigilava imperturbabile gli sforzi che facevo per scrivere con la destra. Alle mie lamentele rispondeva secca che era per il mio bene – certo dovevo considerarmi un bambino fortunato, tutti che si preoccupavano per il mio bene - declamava che una persona che si rispetti deve saper scrivere con la mano destra.
Trascorsi i primi due anni senza rivedere mio padre. Lo incontrai nuovamente in una giornata piovosa di fine aprile del 1945. Mi disse che la guerra era finita e che a partire da allora ci saremmo incontrati spesso. Veniva il fine settimana, ma non si fermava mai a dormire. Erano incontri brevi ma intensi. Riusciva con parole semplici a trasmettermi un po’ di quella dolcezza di cui ogni bambino ha bisogno e che a me mancava terribilmente, stretto com’ero tra gli artigli della mia tutrice. A volte mi passava a prendere e mi portava in montagna, sull’appennino ligure, a ripercorrere i luoghi della Resistenza. I racconti delle lotte partigiane mi sembravano favole meravigliose. Da un lato i buoni, i partigiani. Dall’altro i cattivi, i tedeschi e i fascisti. Storie di generosità, lealtà, coraggio. Storie di rappresaglie e crudeltà. Mio padre era senza dubbio un buon oratore. Quando iniziava a parlare fissavo lo sguardo sulle sue labbra, attento a non perdermi nemmeno una parola, completamente catturato e affascinato dal racconto. Ogni volta andavamo in un paesino diverso, se si possono chiamare paesi quelli che spesso non erano altro che quattro case di pietra mezze diroccate. Ma anche se si cambiava paese, ogni volta era presente una donna giovane e bella con la quale mio padre trascorreva gran parte del tempo. Molti anni dopo venni a sapere che era una ex partigiana e l’amante di mio padre. Nel paesino di turno restavo qualche giorno e quando dovevo tornare a casa piangevo disperato per ore. Purtroppo ho una buonissima memoria. Ci sono molti momenti tragici della mia vita che vorrei poter dimenticare, mi piacerebbe gettarli per sempre nell’oblio. E invece mi ricordo tutto, nitidamente. A volte, se chiudo gli occhi, le immagini sono così definite che ho la sensazione di riprovare le stesse emozioni, di risentire lo stesso dolore, di essere colto nuovamente da quel senso di sconfitta e di ineluttabilità del destino che spesso mi hanno accompagnato lungo il tortuoso cammino della vita. Nonostante le frequenti visite di mio padre, anche quelli furono anni difficili. Non c’era giorno che non litigassi con la vecchia. Le discussioni erano feroci e spesso scappavo in camera per sfuggire alla scopa. Mi chiudevo a chiave e mi gettavo sul letto, supino, fissando il soffitto e cercando di trattenere le lacrime. La mia capacità di estraniarmi era straordinaria. Riuscivo a non udire il rimbombare dei colpi sulla porta e le grida della strega che mi ordinava di aprirla, altrimenti, urlava, si sarebbero abbattute su di me le punizioni più terribili. Quando mi ritrovavo solo, sdraiato sul letto, c’era un gioco che mi piaceva fare. Chiudevo gli occhi e li stringevo forte fino a sentire i bulbi dolere, come risucchiati nell’orbita, poi di scatto li riaprivo e vedevo una moltitudine di puntini brillanti. Il soffitto della stanza si trasformava nel cielo di una notte stellata. E ripensavo alle notti trascorse in montagna con mio padre, quando l’oscurità calava sul paese, quando in cielo si accendevano gradualmente le stelle e brillavano poi di una luce intensa. E dicevo a mio padre che quelle stelle erano più belle e più luminose di quelle della città. E gli domandavo come mai in quel cielo ci fossero molte più stelle che in quello sopra la città. E non gli credevo quando mi spiegava che si trattava delle stesse stelle, che non erano più luminose, che era il buio che le circondava che le faceva apparire più brillanti. È il contrasto dei colori, mi diceva con dolcezza, quando mangi gli spaghetti e ti schizza la salsa di pomodoro addosso, la macchia si vede molto di più su una maglietta bianca che su una rossa. Anche se la pasta mi sembrava che c’entrasse poco con le stelle, avevo l’impressione di aver capito. Quando pensavo a mio padre ero assalito dalla nostalgia. E ancor di più dopo le fughe in camera. Pur avendo condiviso con lui poco tempo, ne serbavo un ricordo vivo e associavo alla sua immagine i pochi momenti belli della mia vita.

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Re: Il baco e la farfalla - Un'incredibile storia vera (capitolo 1)

Messaggio Da Aspide il Mar 19 Feb 2013, 18:56

Grazie Diego. L'ho visto ora. lo leggerò con calma, ma ti sono molto grata della tua iniziativa. Credo che sarebbe interessante per il forum accogliere e leggere i nuovi scrittori.
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Re: Il baco e la farfalla - Un'incredibile storia vera (capitolo 1)

Messaggio Da Capitan Sbudella il Mer 20 Feb 2013, 11:44

Mi è piaciuto molto. Bravo Diego!
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Re: Il baco e la farfalla - Un'incredibile storia vera (capitolo 1)

Messaggio Da Diego Repetto il Gio 21 Feb 2013, 16:21

Capitan Sbudella ha scritto:Mi è piaciuto molto. Bravo Diego!

Ti ringrazio, mi fa piacere che ti sia piaciuto Smile

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Re: Il baco e la farfalla - Un'incredibile storia vera (capitolo 1)

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