L'odissea di Martina

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L'odissea di Martina

Messaggio Da Erminja il Sab 10 Nov 2012, 17:30

Sto scrivendo un romanzo e avevo pensato di proporvelo.
Non so come andrà a finire, è un soggetto che mi girava nella mente da tempo e vista la vetrina che il forum I&P mi ha messo a disposizione, ho pensato che sarebbe stato carino permettervi di leggerlo, rifletterci sopra e farmi conoscere i vostri commenti.
Beh, oggi sono di poche parole e visto che adesso pubblicherò solo l'introduzione, passo subito alle pagine del mio romanzo.
Spero che vi piaccia e vi risulti interessante.
Ciao e buona lettura Very Happy

L'ODISSEA DI MARTINA

Introduzione

Per anni la gente aveva mormorato.
Per anni era passata di bocca in bocca una parola spaventosa nella quale nessun cittadino dovrebbe credere sinceramente in una società civile senza doversene pentire.
La storia insegna. Quando si intraprende quella strada, tutti i benefici della civiltà vengono a cadere e le vite, così come le si conoscevano, si interrompono, dando inizio ad un incubo dal quale non si riesce più a svegliarsi.
Per anni l’Italia aveva mormorato. Sui network di Internet si leggevano con troppa facilità auspici a scendere in piazza e passare per le vie di fatto, alla fine, non fu poi tanto difficile.
Persino da esponenti politici quella brutta parola era stata pronunciata con rassegnazione, quasi giustificando coloro che non avevano il timore di dichiarare apertamente in pubblico di crederci e quando non si ha più paura delle parole pericolose queste diventano, per la coscienza della gente, una realtà di fatto.
Fu così che una tranquilla mattina di aprile, l’Italia intera seppe di essere in rivolta.
Era scoppiata la Rivoluzione.
Ad apprendere la notizia, la prima reazione immediata fu di insopportabile fastidio. Gli italiani sono un popolo abitudinario e sapere che sono costretti ad un cambio nei loro programmi, beh, questo proprio è duro da digerire.
Ma poi, quando vennero a sapere che quello che stavano vivendo era una Rivoluzione vera e propria si ricordarono di quanto l’avevano auspicata con tutto il cuore, su Internet, nei bar, nei talk show e al malcontento per la loro quotidianità stravolta, si fece spazio, in loro, la speranza che quello fosse un nuovo inizio, l’alba di una nuova stagione di giustizia.
Ma la giustizia non è una pianta che germoglia sul terreno dell’ingiustizia.
La Storia insegna: le rivoluzioni sono bagnate col sangue e quando riescono, se riescono, il più delle volte danno inizio a regimi autoritari.
Chi non ricorda il regime dispotico del terrore instaurato da Robespierre all’indomani del successo della Rivoluzione Francese? E che dire del regime di Castro a Cuba? E la dittatura di Gheddafi in Libia, dove la migliore arma sociale era la delazione? E il regime dittatoriale degli ayatollah in Iran? Per non parlare poi del regime comunista all’indomani della sanguinosa e traumatica rivoluzione nell’ottobre del 1917 in Russia, e della rivoluzione in Cina condotta da Mao?
Tutte esperienze tragiche dell’umanità, che pare non abbiano ancora insegnato nulla alla gente comune.
L’elenco è lungo. Di rivoluzioni istituzionali violente è piena la Storia dell’Umanità e quasi mai hanno portato buoni frutti. La violenza chiama violenza e sposarne la causa significa rinunciare a tutti i valori di giustizia della civiltà.
E allora ci si dimentica che Rivoluzione è una brutta parola. Non ci piace pensare che non esiste una soluzione ad ogni problema. Siamo abituati a credere che basti pestare i piedi e alzare la voce per ottenere quello che vogliamo, ma non sempre è possibile.
No, con la rivoluzione non è possibile.
Il gioco non vale la candela.

Quella mattina di aprile il cielo era sereno, già si sentivano le avvisaglie della bella stagione, il clima era mite e c’era pure chi pensava di farsi una passeggiata nel primo pomeriggio. Quella mattina a Roma il traffico era caotico come sempre, le metropolitane correvano avanti e indietro, sotto i palazzi e le strade della capitale, portando migliaia di persone, chi al posto di lavoro, chi a fare shopping e tanti e tanti turisti diretti ai luoghi d’arte di cui la cara vecchia Roma è famosa in tutto il mondo.
Nessuno di loro sospettava minimamente che in quelle ore del mattino i giochi erano ormai fatti.
Come Roma, pure tante altre metropoli e capoluoghi erano segnate dal medesimo destino, Milano, Torino, Verona, Venezia, Bologna, Firenze, Napoli, Catania, Palermo, e tanti altri capoluoghi e grandi porti nevralgici del paese.
I rivoluzionari avevano agito organizzando il tutto nei minimi dettagli, come un commando di sabotatori che esegue una incursione nella base nemica. Ora tutto era pronto per l’ora “X” quando avrebbero messo in ginocchio la nazione.
Avevano testato le reazioni delle istituzioni e delle forze dell’ordine. Infatti, quelle che negli anni passati l’opinione pubblica era portata a considerare null’altro che disordini di piazza, scoppiati in occasione di manifestazioni politiche negli anni precedenti, erano in realtà delle prove generali dei possibili campi di battaglia che facevano parte di un unico piano rivoluzionario.
Come un atleta, che prima della gara, esegue esercizi impiegando prima questo muscolo e poi quell’altro, ben sapendo che poi al momento di correre dovrà impiegarli al massimo tutti insieme in una azione coordinata e sincronizzata, così avevano fatto i rivoluzionari in Italia. Ora erano passati all’azione e cellule armate si erano impossessate furtivamente e simultaneamente, nelle ore della notte, dei luoghi strategici nelle più importanti città dello Stato.
Ora attendevano l’ora prefissata per scatenare l’inferno.
Presto sarebbe mancata la corrente in tutto il territorio nazionale, così pure sarebbe mancata l’acqua, il gas, sarebbero stati disattivati i ripetitori del telefono. Pure nelle televisioni e radio nazionali i rivoluzionari avevano operato i loro blitz e presto sarebbero state il loro megafono politico per guidare il paese alla rivolta.
Alle dieci di quella mattina, dunque, quando tutti gli italiani erano intenti nei loro luoghi di lavoro, nei negozi e le migliaia di turisti affollavano i musei, quando proprio tutti erano ben svegli e coscienti e capaci di rendersi conto di quello che sarebbe accaduto, in Italia ci fu un completo e generale blackout. Alcuni aerei sorvolarono le maggiori città e lasciarono cadere sulla testa dei passanti dei volantini propagandistici sui quali si leggevano questi versi:

“Fratelli d’Italia,
l’Italia s’è desta,
stringiam ci a coorte,
siam pronti alla Morte,
doniam ci la gloria,
ne parli la Storia,
dov’è la Vittoria,
l’Italia chiamò!”

A piè di pagina c’era la firma: “Fronte Rivoluzionario Venticinque Aprile”.

Che tragica, ironica e arrogante retorica quella di questi rivoluzionari, chiamarsi col nome del giorno della liberazione dall’occupazione nazi-fascista e far scoppiare la rivoluzione proprio alla vigilia del venticinque aprile!
E’ la presunzione di tutte le ideologie rivoluzionarie, che già tradiscono la loro logica autoritaria, strappandoti di dosso i tuoi abiti difettosi e scomodi, benché pur sempre utili, per poi mandarti in giro con indosso solo degli slip nuovissimi e comodi, ovviamente insufficienti per proteggerti dal freddo e dagli sguardi indiscreti della gente, tutto questo assicurandoti che poi, non dubitare, potrai indossare gli abiti più alla moda che vorrai, distribuiti gratis dal nuovo regime, non appena questo si sarà instaurato.
Ebbene, il Fronte Rivoluzionario del Venticinque Aprile di colpo aveva liberato gli italiani della loro vita civile, benché fatta di compromessi e aveva donato loro la libertà di non avere più nessun servizio dallo Stato, nessuna certezza per il futuro, tanti giorni di terrore e di privazioni nella speranza che poi, quando il nuovo regime si sarebbe instaurato, tutti i servizi sarebbero stati ristabiliti.
E i poteri istituzionali sarebbero rimasti a guardare?
No, di fatto.
Quel venti aprile, manipoli armati di rivoluzionari armati seminarono il terrore in gran parte delle città italiane, scontrandosi con le forze dell’ordine.
Negli angoli delle città, dove di quei conflitti a fuoco non giunse rumore, molti cittadini qualunque, quelli che da anni si accontentavano di ripetere la parola “Rivoluzione” nei bar, nei talk show e nei Social Network, appena letto il volantino, piovuto dal cielo sulle loro teste, decisero che si sarebbero uniti ai rivoluzionari e così si organizzarono in gruppetti spontanei autonomi, puntando diretti alle sedi istituzionali, persuasi che bastasse quello per convincere le istituzioni a dare loro il potere.
Le città italiane ci misero alcune ore a capire cosa stava veramente accadendo. Ai più, questo sembrava una strana azione di propaganda politica, unito ad un qualche non ben chiaro incidente nelle linee di erogazione dei servizi.
Molti fecero i numeri telefonici dei loro amici o parenti ma dalle cornette non proveniva nessun rumore e i cellulari sembravano senza campo, procurando grande fastidio alle persone.
Intere città si ritrovarono senza corrente, senza gas, senza acqua nei rubinetti e solo i veicoli a motore che circolavano per le vie ancora davano alle città una parvenza di normalità.
Tutta l’Italia era in ginocchio.
Tutta l’Italia doveva capire che questa volta era sul serio.
Questa volta la parola proibita non era più solo auspicata ad un ipotetico futuro. No. Ora quella sciagurata parola si rivelava dura e concreta tutto attorno alla vita di ogni singolo cittadino che ben presto si sarebbe reso conto di quanto gli sarebbe costata.

Tra i milioni di italiani che quella mattina stavano facendo i conti con la Rivoluzione in Italia, ce n’era una che in quella parola non aveva mai creduto e che adesso imprecava dentro di sé contro la miopia dei suoi connazionali. Si era limitata ad osservare l’evolversi dei fatti, durante il suo turno di lavoro in una importante libreria di fronte a Piazza Colonna, su Via del Corso a Roma.
Era andata via la luce e i condizionatori dell’aria si erano spenti. Poteva sembrare un semplice blackout.
Ma quando pure i telefoni fissi non funzionavano più e i cellulari non avevano più campo nella mente di tutti si fece avanti il sospetto che qualcosa di veramente improbabile stava accadendo. Quando poi un loro collega tornò dalla via pubblica, dove era stato per prendere una boccata di aria fresca durante la pausa caffè, con in mano uno dei volantini lanciati sul cielo di Roma, la realtà dei fatti fu chiara nella mente di tutti gli impiegati della libreria e pure in quella dei clienti che erano rimasti lì, un po’ impauriti e un po’ incuriositi.
Ci volle la luce della fiamma di un accendino per poter leggere al buio i versi del volantino rivoluzionario e subito i presenti iniziarono a fare commenti di ogni tipo. Chi malediva quell’evento, chi lo giustificava, dicendo che era ora che qualcuno pensava a fare un po’ di pulizia.
Ma di fronte a quei commenti, la ragazza, quella che malediceva i suoi connazionali per aver osato tanto, ora sentiva crescere in lei una inquietudine, quasi un presagio infausto che la riguardava personalmente, ma che non riuscì a interpretare chiaramente. Si disse allora che non aveva nulla di cui temere, che i rivoluzionari puntano a scatenare la loro aggressività contro i simboli del potere, lei invece si trovava in una semplice libreria, a due passi dal Parlamento. Poi il senso della sua ansia le fu improvvisamente chiaro e cominciò ad avere davvero paura per la sua incolumità.
Si rese conto che la libreria nella quale lavorava era molto importante, un marchio editoriale tra i più prestigiosi in Italia, una libreria situata dentro alla elegante Galleria Colonna, dove si trova un caffè di alta classe a due passi dai palazzi del potere nazionale: Montecitorio.
Ecco che un irrefrenabile desiderio di allontanarsi da quel luogo si impossessò subito di lei. E’ cosa nota che l’ideologia rivoluzionaria provoca nella fascia proletaria della società un atavico odio verso tutto ciò che richiama ai simboli borghesi e intellettuali, un odio che nasce soprattutto in coloro che stanno soffrendo i disagi della fame e le ingiustizie di una sistema sociale che privilegia i ricchi e trascura gli indigenti. I simboli intellettuali come le librerie e dell’agiatezza come i caffè di alta classe vengono interpretati come il prodotto della tradizione dei falsi valori della classe benestante, dimentica delle difficoltà dei meno abbienti.
Lei era dunque commessa in una libreria vicino alle sedi del Parlamento.
Era scoppiata la rivoluzione e le sedi parlamentari erano in cima alla lista dei luoghi da colpire e lei, con la libreria dove lavorava, era in un serio pericolo.
Non appena il corteo degli insorti avesse imboccato Via del Corso e fosse giunta di fronte alla Galleria Colonna, con buone probabilità si sarebbe affilato le unghie distruggendo tutto quello che vi era dentro, libreria compresa. E lei non voleva trovarsi lì nel momento in cui questo fosse accaduto.
E quando sarebbe accaduto? Tra alcune ore? Tra alcuni minuti? O forse erano già lì davanti all’ingresso?
Con le ginocchia tremanti ma con una sorprendente chiarezza nelle sue idee, sgattaiolò nel ripostiglio dove si cambiava all’inizio e alla fine di ogni turno e si levò la divisa della catena editoriale e si rimise i suoi abiti. Poi prese la sua borsa, ringraziando se stessa di usare sempre borse grandi dove poter infilare sempre tutto l’occorrente per ogni imprevisto, e passò davanti ai suoi colleghi nella sala buia della libreria al piano seminterrato. Senza l’illuminazione, i suoi colleghi non si erano accorti che ora non indossava più gli abiti di servizio e per non far intravvedere i riflessi della sua grande borsa, se la nascose a fatica sotto la giacca. Ma quelli non ci fecero caso, intenti com’erano a discutere sul significato politico e storico di quello che stava accadendo.
< Dove vai? > le chiese il suo capo turno.
< Vado a prendere una boccata d’aria fresca, qui si soffoca. E poi finché non torna la corrente non si può lavorare qui. >
< Mhm, va bene, ma non fare tardi. La luce potrebbe tornare da un momento all’altro e allora ci sono i clienti da assistere nelle loro spese, già se ne sono andati parecchi con questo buio. >
< Sì sì, tranquillo, sono già di ritorno! >
< Bene. > commentò lui seccato dal quel contrattempo tecnico.
Ma lei salì le scale che portavano al piano terra della libreria trattenendo il fiato, già si vedeva trattenuta in quella trappola da qualunque imprevisto, nel caso la scoprissero i suoi colleghi, oppure nel caso la folla dei rivoltosi la intrappolasse con le spalle al muro prima che lei potesse raggiungere la strada. Si mescolò tra i clienti nell’atrio della libreria e guadagnò l’uscita, sentendosi sempre più trepidante e in ansia. Più la speranza di uscire trovava conferma e più temeva un imprevisto che le rovinasse la gioia della fuga.
Finalmente si trovava in piedi sotto il grande porticato dell’ingresso della Galleria Colonna e per fortuna non si vedevano ancora tracce di cortei rivoluzionari.
Per terra, sull’asfalto della strada di Via del Corso, migliaia di foglietti azzurri, gialli, rosa e bianchi con sopra l’annuncio rivoluzionario. Lei non si degnò neppure di prenderne uno, tanto il contenuto già lo conosceva e il senso di quella frase le dava la nausea.
Molti passanti si fermavano a guardarli, altri li raccoglievano e li leggevano per poi buttare via il volantino, non credendo al senso di quello che comunicava. Altri passanti si erano fermati a discutere tra loro e già si assistevano a discussioni tra i filo-governativi e i filo-rivoluzionari.
La povera ragazza si trovò a camminare senza sapere perché verso Piazza del Popolo. Camminava radente al muro, temendo che qualcuno la vedesse, anche se nessuno badava a lei. Vedendo la gente discutere circa al contenuto dei volantini e vedendo molte persone che li leggevano, si domandò se non fosse opportuno tenerne in mano uno.
Se la fermava un filo-rivoluzionario poteva dimostrare di essere dalla sua parte, ma se a fermarla fosse stato un filo-governativo non doveva farsi vedere con quei volantini in mano. Decise per un compromesso strategico. Si chinò a raccoglierne uno e lo lasciò subito scivolare nella sua borsa. Così non sembrava una rivoluzionaria, ma se un rivoltoso avesse sospettato che lei non sposava la causa della rivoluzione, lei poteva estrarre comodamente il volantino e rassicurarlo con una risposta pronta.
Ma anche così si sentiva in trappola.
Quando la guerra civile fosse scoppiata, perché di guerra civile si trattava ormai, i luoghi più pericolosi sarebbero state le città. Le grandi città sarebbero state quelle molto più pericolose, essendo i più probabili teatri di sanguinosi scontri armati e la capitale, proprio la città dove lei si trovava, sarebbe stata il più grande fronte militare dove i due schieramenti di sarebbero dati battaglia, con conflitti a fuoco senza quartiere, in balia dei cecchini: un inferno da fine del mondo.
Più ci pensava e più la speranza di salvarsi le scendeva in fondo ai piedi.
Nella ragazza si accese una incontrollabile ansia, come una frenesia: doveva abbandonare la capitale, doveva uscire da Roma, ma come?
Per adesso camminava lungo Via del Corso, verso nord, con il cuore in gola, ma sentendo crescere in lei un coraggio mai prima di allora provato, un coraggio da leoni. Un istinto alla sopravvivenza che si accende negli animali braccati, messi con le spalle al muro senza più speranza, disposti a rischiare il tutto per tutto.
Senza rendersene conto era già di fronte all’imboccatura di Piazza del Popolo, di fronte a lei si ergeva l’obelisco, ben piantato al centro del basamento con le fontane, attorniato dai turisti che si fotografavano a vicenda, incuranti dei volantini colorati, apprezzati come una stravaganza della fantasia degli italiani, di cui il nostro paese è così famoso in tutto il mondo.
Ormai era lì, doveva decidere se scendere nella stazione della metropolitana di Flaminio per cercare di tornare a casa o dare un taglio netto al passato, ormai compromesso, e trovare un modo per uscire da Roma.
A parte il fatto che la metropolitana poteva essere senza corrente.
Oppure poteva andarle peggio. Poteva andare via la corrente proprio mentre lei si trovava dentro al metrò e allora si sarebbe trovata in trappola in una galleria, al buio, sotto il suolo della città. Una cosa spaventosa, peggio di quello che le era accaduto in libreria poco prima.
“Scappa!” le disse il suo cuore.
Ma non sapeva come fare, non sapeva dove andare, ma era ormai decisa che si sarebbe imbarcata in quell’odissea alla ricerca di una via di fuga.
Ecco la storia di questa ragazza e del suo viaggio verso la salvezza.
Il suo nome era Martina.
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Re: L'odissea di Martina

Messaggio Da Aghata il Sab 10 Nov 2012, 22:18

è interessante ma la protagonista mi sembra eccessivamente preoccupata, magari è una sensazione mia, però se i turisti si stanno facendo le foto evidentemente non c'è tutto questo panico, ecco lei mi sembra un po' paranoica. Forse dovresti motivare di più il perchè di tanto terrore. La scena in cui lei si cambia in libreria è bella ma andrebbe ampliata, insomma non c'è luce, deve arrivare fino al camerino e cambiarsi al buio è complicato, soprattutto perché non deve farsi vedere dai colleghi, poi se va via la luce al centro sicuramente i ladri si scatenano.
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Re: L'odissea di Martina

Messaggio Da Erminja il Sab 10 Nov 2012, 22:55

Le cose che dici son tutte giuste.
Lei potrebbe essere paranoica è vero, ma sai quanti paranoici ci sono al mondo?
Non è la storia di una persona perfetta, lei è fatta così, con le sue debolezze, che son poi anche i suoi punti di forza. Dunque, non sempre i nostri difetti sono un guaio, anzi, a volte ci salvano la vita. E' l'incredibile varietà combinatoria della vita, una qualità che ce la rende inspiegabilmente affascinante.

Per quanto riguarda il fatto che lei si muove agilmente in libreria, considera quando la notte ti svegli e al buio trovi la strada per andare nelle varie stanze de casa tua. Le persone non vedenti lo fanno tranquillamente. Lei lavorava lì da abbastanza tempo per sapersi muovere al buio.
Gli abiti li riconosci al tatto e sai da che verso li stai mettendo.

Non voleva farsi vedere dai colleghi, e soprattutto dai capo turno per le seguenti ragioni:
Doveva spiegare perché interrompeva il suo turno di lavoro.
La discussione che ne derivava avrebbe causato polemiche e magari provocato del panico tra i suoi colleghi o anche tra i clienti presenti.
Lei è un tipo che non vuole problemi, ha fatto tutto in riservatezza e se l'è svignata: un lavoro pulito, senza dare nell'occhio.
Mi dirai, poteva dire che aveva un affare importante da fare a casa.
Forse non ci ha pensato, in momenti simili, quando la tua attenzione è distratta da problemi più urgenti, si spende poca attenzione a trovare una scusa perfetta ad ogni critica.

Per quanto riguarda i ladri di libri, è vero pure questo, e sicuramente qualcuno se ne sarà approfittato. Ma al buio puoi solo rubare libri alla cieca. E poi che fai perquisisci i clienti per vedere se portano via libri? Con i lettori di striscia magnetica spenti alle porte, l'unica cosa da fare è trattenere la gente ... non si può fare.

In fine c'è un'altra cosa che mi ha guidato a scrivere questo episodio in questo modo: l'economia narrativa.
Ci sono momenti in una narrazione in cui serve essere verosimili e accurati, descrivendo ogni cosa nei minimi dettagli. Altre volte serve essere rapide, sorvolare i dettagli che distolgono l'attenzione sulle cose importanti, soprattutto quando si descrivono eventi urgenti dove il tutto è focalizzato ad un obiettivo lontano e urgente. Troppi dettagli disperdono l'attenzione.
E ancora una cosa: ricorda che questa è una introduzione, una presentazione del tema, un poco come le scene che vedi durante i titoli di testa di un film.

Sono contenta che trovi interessante già l'introduzione di questo mio romanzo.
Spero di averti come lettrice e di continuare a sapere le tue impressioni nel corso dei prossimi episodi. Wink
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Re: L'odissea di Martina

Messaggio Da Aghata il Dom 11 Nov 2012, 12:49

Non metto indubbio che lei si muova bene in libreria, però io lettrice avrei voluto sapere qualcosa di più, vorrei avere paura con lei. La sua angoscia l'ho letta ma non l'ho provata. Naturalmente sono impressioni mie del tutto personali. Aspetto il seguito!Smile
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Re: L'odissea di Martina

Messaggio Da nick mano fredda il Dom 18 Nov 2012, 12:19

Bella idea fantapolitica. Molto molto molto molto fantapolitica. Nel senso che in Italia manca proprio la materia prima per fare la rivoluzione, cioè i rivoluzionari. Credo che gli ultimi siano morti al tempo dei Gracchi, o giù di lì. Poi se n'è perso lo stampo.
Wink
Comunque, ben scritto.
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Re: L'odissea di Martina

Messaggio Da Erminja il Mar 20 Nov 2012, 00:15

@ Nick mano fredda: Avevo voglia di dire la mia di fronte a tutti questi fatti di rivoluzione, che tra l'altro sono attuali tutt'ora. Semplicemente non credo che con la violenza si possa mai risolvere qualcosa.

Grazie per il complimento tecnico.
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Re: L'odissea di Martina

Messaggio Da nick mano fredda il Mar 20 Nov 2012, 11:12

questa è una vecchia questione, c'è chi dice che in francia senza la rivoluzione le cose sarebbero cambiate lo stesso, solo in tempi un po' più lunghi, e c'è chi dice che invece senza la rivoluzione ci sarebbe ancora il re e il sangue blu
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Re: L'odissea di Martina

Messaggio Da cannibale il Mar 20 Nov 2012, 21:03

Il ritratto che fai di Martina mi sembra quello della perfetta qualunquista: le cose vanno male, ma potrebbero anche andare peggio, ergo, ho paura di un qualsiasi cambiamento.

Non mi è rimasta simpatica; troppo paranoica e angosciata ma, ancora, dovrebbe avere almeno un centinaio di pagine per riscattarsi.

Ho notato un controsenso e te lo espongo:
se i "rivoluzionari" hanno interrotto l'energia elettrica non possono utilizzare come megafono, per i loro proclami, la televisione. La radio, in parte, sì.
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Re: L'odissea di Martina

Messaggio Da Erminja il Mer 21 Nov 2012, 22:10

cannibale ha scritto:
Ho notato un controsenso e te lo espongo:
se i "rivoluzionari" hanno interrotto l'energia elettrica non possono utilizzare come megafono, per i loro proclami, la televisione. La radio, in parte, sì.

Spiegami in che modo, mi interessa.
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Re: L'odissea di Martina

Messaggio Da cannibale il Gio 22 Nov 2012, 12:39

semplice: se non c'è energia elettrica, la televisione non può funzionare.

quanto alla radio, solo in parte: quelle alimentate a pile o le autoradio.
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Re: L'odissea di Martina

Messaggio Da Erminja il Gio 22 Nov 2012, 20:41

Immaginavo intendessi il funzionamento a batteria degli elettrodomestici.

I rivoluzionari avevano però assaltato pure le principali stazioni radiofoniche e televisive.

Se hai letto bene avevo scritto:
"Pure nelle televisioni e radio nazionali i rivoluzionari avevano operato i loro blitz e presto sarebbero state il loro megafono politico per guidare il paese alla rivolta."

Leggi con più attenzione la prossima volta. study
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Re: L'odissea di Martina

Messaggio Da Erminja il Gio 22 Nov 2012, 20:53

cannibale ha scritto:Il ritratto che fai di Martina mi sembra quello della perfetta qualunquista: le cose vanno male, ma potrebbero anche andare peggio, ergo, ho paura di un qualsiasi cambiamento.

Se Martina ti sembra qualunquista, dato che rappresenta alcune delle cose in cui credo io, posso dedurre che penseresti che pure io sia "una perfetta qualunquista", ergo ...
... qui ci vuole una bella chiacchierata, a quattr'occhi.

Dunque, deduco che tu sia per gli ideali rivoluzionari. Dico bene?

Prima questione: Il fine giustifica i mezzi?

Allora ecco una domanda semplice semplice per te:
Sei disposto a uccidere in nome dell'ideale rivoluzionario?

Te lo domando, questo, perché non penserai mica che le persone rivestite di poteri istituzionali (legislativo - esecutivo - giudiziario) siano disposti a farsi da parte quando tu ti presenti per rivendicare il tuo potere democratico.
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Re: L'odissea di Martina

Messaggio Da cannibale il Ven 23 Nov 2012, 09:28

Martina mi appare come una perfetta qualunquista pronta a navigare spinta da ogni ripo di vento, senza manovrare per tenere la sua direzione.
Il fatto che raccolga un volantino e se lo metta in borsa perché "non si sa mai..." la dice lunga.

Quanto agli ideali rivoluzionari, sono una cosa arcaica come l'immobilismo affinché
nulla cambi.

Sono per il cambiamento e un profondo rinnovamento della classe dirigente,
anche se ciò potrebbe comportare ulteriori sacrifici, e non solo economici,
tanto più del sangue che il nostro organismo produce già se lo stanno succhiando.

Disposto ad uccidire?
Nel mio intimo aborro ogni forma di violenza fisica e psicologica, quindi non sarei disposto ad
uccidere in none di un ideale, né rivoluzionario né di altro genere.
Ma sarei disposto ad uccidere per la sopravvivenza.

Per quanto riguarda l'appunto fatto in merito al funzionamento degli apparecchi televisivi
hai ragione: il "presto sarebbero state" mi è sfuggito.

Mi permetto, però, un'altra piccola nota.
In tempi attuali, televisione e radio, pur rimanendo un popolarissimo mezzo di comunicazione,
sono ampliamente superate dalla potenzialità della rete.
Fossi un rivoluzionario mi preoccuperei, innanzitutto, di imbavagliare il web.

Una chiacchierata a quattr'occhi?
Sui gatti ho tanto da raccontare e... scrivere!
ciao

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Re: L'odissea di Martina

Messaggio Da Erminja il Ven 23 Nov 2012, 13:01

I rivoluzionari non volevano impedire che la gente comunicasse, ma prendere i principali organi di comunicazione di massa, praticamente quelli di stato e le emittenti nazionali.
E' ancora presto per avere chiaro il quadro totale degli eventi, la rivolta è appena iniziata. Aspetta di vedere come prosegue la storia, sempre che tu abbia la pazienza di aspettare l'uscita dei prossimi episodi.

Replico alla tua risposta, che a me pare qualunquista e incerta. Allora, sei disposto a uccider, sì o no. Io mi posso difendere si mi vedo aggredita, potrei diventare una tigre, ma andare addosso a poliziotti mai, compiere atti punitivi come mettere bombe, mai. Io non potrei fare la rivoluzione.
Te l'ho già detto in altri post e pure nel romanzo, anche se ci sembra che questa situazione politica ci sta umiliando, non puoi immaginare che nel corso di una rivoluzione la vita della gente verrebbe umiliata dieci volte di più, e la barbarie la farebbe da padrona.

Proprio oggi leggevo nella sala d'attesa del mio medico una rivista "Sette" dove un articolo raccontava un fatto che sta accadendo in Tunisia, stato tra i più laici del nordAfrica.
Ebbene, il direttore dell'Università di lettere è stato accusato di aggressione verso una studentessa che portava il velo. Sai perché? In seguito ad una occupazione dell'università fatta da gente che voleva che lui imponesse le leggi islamiche di segregazione delle donne lui si era rifiutato e hanno portato il finimondo nella facoltà e nel suo studio, aggredendolo pure.
I testimoni erano tutti di parte e da vittima si è ritrovata inquisita.
Cosa ti voglio dire?
Tutti noi eravamo contenti per la rivoluzione in Tunisia, ma ora i Fratelli Musulmani stanno prendendo piede in quegli stati dove c'è stata la rivoluzione riportando indietro di secoli la cultura di quei paesi.

Allora, ti propongo la seconda domanda.
Quali garanzie hai che alla riuscita della rivoluzione, i rivoluzionari non tornino a governare come i governanti spodestati?

L'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro docet

Te la sei letta "La fattoria degli animali" di George Orwell?
E' un classico della satira politica della cultura occidentale.
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Re: L'odissea di Martina

Messaggio Da cannibale il Ven 23 Nov 2012, 13:12

cannibale ha scritto:.

Disposto ad uccidire?
Nel mio intimo aborro ogni forma di violenza fisica e psicologica, quindi non sarei disposto ad
uccidere in none di un ideale, né rivoluzionario né di altro genere.
Ma sarei disposto ad uccidere per la sopravvivenza.


Più chiaro di così!
(posso aggiungere sopravvivenza mia e di chi mi sta a cuore)

Per il resto mi sembra che la discussione stia scivolando su un tema politico
e partitico, e questo non mi sembra il luogo adatto a discuterne.

Certo che leggerò il seguito del tuo lavoro, consideralo
un buon auspicio.
Un "lettore" per le grandi case editrici ti concede
il tempo di una sigaretta: all'ultimo tiro è si o no.

L'hai superato.

ciao



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Re: L'odissea di Martina

Messaggio Da Erminja il Ven 23 Nov 2012, 21:04

cannibale ha scritto:
cannibale ha scritto:.

Disposto ad uccidire?
Nel mio intimo aborro ogni forma di violenza fisica e psicologica, quindi non sarei disposto ad
uccidere in none di un ideale, né rivoluzionario né di altro genere.
Ma sarei disposto ad uccidere per la sopravvivenza.


Più chiaro di così!
(posso aggiungere sopravvivenza mia e di chi mi sta a cuore)

Per il resto mi sembra che la discussione stia scivolando su un tema politico
e partitico, e questo non mi sembra il luogo adatto a discuterne.

Certo che leggerò il seguito del tuo lavoro, consideralo
un buon auspicio.
Un "lettore" per le grandi case editrici ti concede
il tempo di una sigaretta: all'ultimo tiro è si o no.

L'hai superato.

ciao



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Re: L'odissea di Martina

Messaggio Da Erminja il Ven 23 Nov 2012, 21:12

cannibale ha scritto:
cannibale ha scritto:.

Disposto ad uccidire?
Nel mio intimo aborro ogni forma di violenza fisica e psicologica, quindi non sarei disposto ad
uccidere in none di un ideale, né rivoluzionario né di altro genere.
Ma sarei disposto ad uccidere per la sopravvivenza.


Più chiaro di così!
(posso aggiungere sopravvivenza mia e di chi mi sta a cuore)

Per il resto mi sembra che la discussione stia scivolando su un tema politico
e partitico, e questo non mi sembra il luogo adatto a discuterne.

Certo che leggerò il seguito del tuo lavoro, consideralo
un buon auspicio.
Un "lettore" per le grandi case editrici ti concede
il tempo di una sigaretta: all'ultimo tiro è si o no.

L'hai superato.

ciao

(Mi era finito un clic sul tasto inviare e ho dovuto ripetere la risposta)

Mi stupisce che solo ora ti accorgi che si stava parlando di politica, forse il lettore per le grandi case editrici era troppo distratto a fumare?

Ma scusa, se non vuoi vedere i partiti che ci sono in Italia oggi, con che cosa credi di fare i conti, con i Puffi?
Chi credi che fossero le persone oggi al parlamento, che nascano in un mondo a parte?

A me sembra che sei proprio tu che fai del qualunquismo.
Ti riempi la bocca di idee di attivismo politico e poi quando si deve fare i conti con la responsabilità delle proprie azioni ti astieni dalle conseguenze.

Ma che credi che le rivoluzioni si facciano con le chiacchiere?

Ah bravo il mio lettore per le grandi case editrici, fumati un'altra sigaretta, che è meglio. Almeno tieni la bocca chiusa.
Ma per favore!
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Re: L'odissea di Martina

Messaggio Da cannibale il Sab 24 Nov 2012, 13:42

allora facciamola 'sta rivoluzione!

e cominciamo a contare i morti:
- troppe ripetizioni di vocaboli e congiuntivi
- diverse virgole da riposizionare o sostituire
- alcuni tempi dei verbi da rivedere
- periodi con frasi poco omogenee: o troppo sintetiche o troppo lunghe

l'attenzione del lettore si disperderebbe già nelle prime trenta righe,
quelle esaminate.

si fuma con la bocca chiusa, i problemi sorgono dopo: quando hai le mani libere
per scrivere sulla tastiera.


Passo e chiudo.
auguri
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Re: L'odissea di Martina

Messaggio Da Erminja il Dom 25 Nov 2012, 16:34

cannibale ha scritto:allora facciamola 'sta rivoluzione!
auguri

Se proprio ci tieni tanto a farla, avvisami che me ne vado lontana ...
... eh, non certo in Egitto dove già si sono visti costretti a scendere di nuovo in piazza perché il nuovo governo parrebbe peggio di quello che avevano deposto.

Ah ah, il caro vecchio George Orwell la sapeva troppo bene.

Sarai pure dottoressa in lettere, ma piuttosto naif

Ciao ciao!! flower
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Re: L'odissea di Martina

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