Siam pronti alla morte. L'Italia chiamò.

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Siam pronti alla morte. L'Italia chiamò.

Messaggio Da Annalisa il Lun 05 Nov 2012, 00:22

Stavo seduto a terra, nascosto dietro ad una cadente costruzione in pietra. Era pomeriggio inoltrato e il sole, quasi al tramonto, colorava di un vivido rosso le case e gli alberi di quel piccolo paese montano. I soldati erano a pochi passi da me: un colonnello e circa otto militari. Vedevo la loro ferocia, sentivo le loro grida ed ero disperato perché non potevo fare nulla per salvare quei poveri civili. Respiravo piano per non farmi sentire, anche se le loro urla e i loro passi echeggiavano coprendo ogni altro rumore. I bambini piangevano e gli anziani imploravano pietà per i propri figli. Non c'era verso di convincerli, di anche solo impietosirli. Un generale tedesco, di quelli alti e robusti, fece entrare tutti in un granaio, compreso i piccoli, ed ordinò ai suoi uomini di appiccare il fuoco. Immaginavo quei poveri bimbi arsi dalle fiamme e sentivo il cuore spappolarsi in mille pezzi. Lo avrei fatto anche questa volta e come le due precedenti sapevo già chi colpire.
Terminato lo strazio, lui, la mia prossima vittima, se ne andava a casa che stava poco lontano da Marzabotto ed era un italiano come me. Non me ne importava, i tedeschi li lasciavo ancora stare, ma loro, i miei fratelli italiani, quei ragazzi con cui avevo combattuto tante battaglie, non potevo e non volevo lasciarli impuniti. Dovevano perire in mezzo alle fiamme proprio come erano morte tutte quelle persone.
Di sera attesi che la mia preda andasse nella stalla, come faceva sempre per dar da mangiare ai cavalli, e proprio mentre stava sistemando il fieno, gli puntai il fucile alle spalle.
- Chi sei, cosa vuoi? - mi domandò spaventato.
- Alza le braccia e voltati piano! - gli ordinai
Lui fece come gli avevo chiesto ed osservandomi bene, esclamò:
- Tu... tu sei Dario. Stavamo nello stesso plotone, ti ricordi?
- Certo che mi ricordo, per questo sono qui.
- Non vorrai derubare un tuo compagno d'armi?
- Io non voglio derubare un mio compagno d'armi, ma tu hai aiutato i tedeschi ad uccidere quella povera gente e i bambini di Sant'Anna, Marzabotto e degli altri paesi. Loro si stanno vendicando per il tradimento degli italiani, ma tu?
- Ascolta, sono costretto a farlo. Se non lo faccio, uccideranno me e tutta la mia famiglia. Me lo hanno detto esplicitamente. Ho una sorella di quattro anni!
- Io, invece, sono convinto che sei uno sporco fascista.
- Te lo giuro, è come ti ho detto! Quelli ammazzano chiunque disubbidisce. Te lo ricordi baffetto, quello bassino? Ha provato a scappare, prima hanno ucciso lui e poi hanno scovato la famiglia nascosta in un rifugio. Hanno fatto fuori tutti. Se uccidessero solo me non sarebbe nulla, ma non voglio che sterminino la mia famiglia.
- Mi dispiace.
- Cosa mi vuoi fare, vuoi uccidermi, metterti sul loro stesso piano? Cos'hai in quella tanica?
- No, non voglio ucciderti, penso solo che una doccia bollente sia più che sufficiente. Spogliati e bendati gli occhi con la tua camicia.
Lui cercava di convincermi a lasciar stare, io gli ripetevo che si trattava solo di acqua calda. Per qualche breve secondo provò a disarmarmi buttandosi su di me, ma ebbi la meglio sparandogli ad una gamba. Dopo poco pulivo il pavimento sporco del suo sangue con della paglia. Sorridendo, confermavo, mentre sotto la minaccia del mio fucile si copriva gli occhi, che volevo solo fargli sentire sulla sua pelle quello che avevano provato i civili morti incendiati.
Quando mi chiese del perché della benda, gli ricordai che alcune sue vittime erano state rinchiuse in cupi capanni senza un filo di luce. Appena terminò di allacciare le due estremità della camicia e si fermò dritto, a dorso nudo, ad aspettare la sua punizione, presi la tanica.
- Prima che inizi, prega. - dissi.
- Perché devo pregare? - mi chiese non convinto di quanto gli avevo detto.
- Perché così sopporterai meglio il calore.
Lui sospirò, chiuse le mani a pugno ed attese. Aprì la tanica e gli versai tutto addosso. A quel punto si accorse che si trattava di benzina, ma era troppo tardi: con un fiammifero avevo già acceso delle vive fiamme sul suo corpo. Mentre scappavo, lo sentivo chiedere aiuto. Avevo ancora le mani sudate, lo sguardo impietrito da ciò che avevo fatto, ma con quello ero a tre e non avevo intenzione di fermarmi. Avvolto dal silenzio della notte, con un vento che mi soffiava dietro al collo, me ne andavo dritto verso quell'unico posto che avevo trovato per dormire: una vecchia e abbandonata capanna ai piedi di una collina. Puzzava ancora di letame, forse ci avevano tenuto gli animali, ma non avevo una casa dove andare, non avevo una famiglia, mi era stato portato via tutto dalla guerra. Mi sedetti come sempre su un giaciglio di paglia con le spalle al muro e sotto una finestra da cui si vedevano le stelle; nascosi il fucile sotto la giubba che quel giorno avevo lasciato lì. Accanto a me c'era un contenitore di legno coperto appena da un canovaccio, lo presi fra le mani e mangiai quell'unico e piccolo pezzo di formaggio che avevo gelosamente custodito dalla sera prima. Portai leggermente la testa indietro per vedere il cielo, avvicinai le ginocchia al petto e abbracciai le mie gambe. Con i miei occhi azzurri scrutavo il firmamento e ripensavo a mia madre, ai miei fratelli, quando correvamo a giocare accanto al fiume. Poi ci fu la guerra, la prima che insanguinò tutto il mondo e mio fratello Luigi dovette partire. Non tornò più. Poi toccò al secondo, Antonio, disperso in Germania e infine al terzo, io: il più piccolo. Non mi fu risparmiato neanche il secondo conflitto benché avessi superato ormai i quarantanni. Fu sotto ai bombardamenti di quella guerra che persi anche i miei genitori.
Dopo aver ricordato la mia vita, abbassai il capo portandolo alle ginocchia e pensai alla seconda vittima, un tenete italiano di quarantanni, sposato e con una figlia piccola. Era avvenuto circa una settimana prima. Lo avevo afferrato alla gola, mentre svoltava l'angolo di casa sua; lo avevo portato in un locale abbandonato e lì lo avevo legato ad una trave caduta dal tetto. A lui diedi fuoco senza benda come gli avevo visto fare con degli anziani del mio paese. Anche il tenente mi implorò pietà e mi disse le stesse cose dell'ultimo: era costretto o avrebbero ucciso la moglie e la figlia. Ritornando al presente, ripetevo, ricordandole, le sue precise parole ad alta voce e corrugando il viso che mi era diventato tutto rosso, dissi fra me e me “Ma tu non hai avuto pietà, tu li hai bruciati vivi!... Oh mio Signore, tu lo sai, per questo è giusto ciò che faccio!”. Una lacrima scese dai miei occhi e mi portai una mano alla testa rasata; scoppiai a piangere come un bambino.
Quando ero soldato non accettavo che gli uomini si uccidessero fra loro e questo mi aveva sempre creato dei problemi. Ricordo ancora la scena, durante la prima guerra, quando un giovane militare austriaco avanzava verso di noi insieme ai suoi compagni. Il tenente mi ripeteva di sparargli, ma le mie mani sudavano e mi chiedevo se veramente un uomo poteva essere pronto alla morte. Non riuscivo a premere quel maledetto grilletto, l'osservavo e mi mancava la forza. Era un padre, un marito: lo avevo conosciuto pochi mesi prima. Io stavo in borghese, lui era sulla banchina di una stazione e descriveva in uno stentato italiano i suoi figli ad un'anziana donna. Sapevo che non li vedeva da tre anni.
Al tempo stesso mi dicevo che se continuavo ad essere indeciso, lui avrebbe potuto uccidere o me o uno dei miei compagni. Sentivo il cuore salirmi alla gola, i battiti erano così accelerati che mi auguravo un infarto per non andare contro me stesso, contro la mia fede. Ad un tratto sentì un colpo sordo e breve e il sangue di quel giovane schizzò dappertutto. Il caporale si avvicinò a me e guardandomi negli occhi, mi disse “Siamo in guerra, Dario, siamo in guerra!”.
Ci aspettava il monte Sei Busi, sul ciglione carsico, e nei giorni successivi ci mettemmo in marcia per strappare il fronte agli astro-ungarici. Quella battaglia era interminabile e il nemico era a soli pochi metri da noi. Si alternavano giorni di cruenti battaglie a giorni di quiete ed era allora che, senza farmi vedere da nessuno, raggiungevo delle casette a pochi passi dall'Isonzo e trascorrevo il tempo a bere con gli anziani del paese. Bevevo per dimenticare quella scena.
Fu proprio lui la mia prima vittima, il caporale, quando lo ritrovai a comandarmi durante il secondo conflitto. Non so come iniziò tutto, ma una sera, mentre con i miei compagni stavo seduto accanto al fuoco, nascosti dietro un'altura per non farci notare dal nemico, lo vidi che si sbottonava la braghetta e si portava dietro ad un cespuglio. Inizialmente lo seguì solo con gli occhi, poi ricordai la sua freddezza nell'uccidere quel soldato tanti anni prima e l'orrore di quelle guerre mi passò davanti come un lampo: esplosioni, bombardamenti, civili morti... bambini morti. Mi dissi che era per colpa di uomini come lui che accadevano certi eventi e forse bastava ucciderli tutti per riportare la pace. Sentivo i miei compagni parlare delle loro fidanzate, quando mi alzai come guidato da una volontà non mia. Raggiunsi il caporale, che adesso era colonnello, e stava ancora con i pantaloni abbassati. Lui mi vide e con una sigaretta fra i denti mi chiese “Ei tu, che cazzo fai? Non hai mai visto nessuno pisciare?”. Non gli risposi, guardavo la sua bocca e mi misi a pensare come avrei potuto ammazzarlo.
- Posso parlare a quattro occhi con lei? - gli chiesi dopo un po'.
Lui fece un mezzo sorriso e ci allontanammo di qualche passo. Io cercavo di prendere tempo per capire come agire e anche perché ero insicuro. Non avevo mai ucciso neanche durante le battaglie e farlo a sangue freddo era qualcosa di veramente troppo grande per me. Mi misi a pensare a quel soldato, ai suoi figli che non lo avevano più rivisto e senza neanche capire cosa stessi facendo, portai le mani al suo collo. Lui era disarmato e provò a liberarsi lottando corpo a copro, ma la mia rabbia mi portava ad essere più forte. Il colonnello gridava per farsi sentire dagli altri soldati e a quel punto mi dissi che dovevo finirlo perché non avrei saputo come giustificarmi di fronte ai miei compagni. Strinsi ancora di più. Morì così. Presi con un fazzoletto il coltello che avevo in tasca e mi ferì alla spalla. Quando arrivarono gli altri mi difesi dicendo che mi aveva aggredito per abusare di me. Ovviamente fu aperta un'inchiesta dove recitai alla grande. D'allora mi sentì in grado di poter fare tutto.
. . .
La mattina dopo aver ucciso il mio compagno nella stalla, mi portai verso la sua casa e vidi i carabinieri che cercavano delle tracce dell'omicida. Notai fra le braccia di una donna una bambina con il viso rigato dal pianto e che ripeteva il nome del fratello. Ebbi un groppo alla gola, abbassai lo sguardo provando dentro di me un profondo dolore. Piangeva per colpa mia. “Sono un mostro” mi dicevo mentre, sbandando anche per la fame, mi allontanavo con addosso i miei vecchi e luridi stracci
- Perché piangete, lo conoscevate? - mi chiese un'anziana donna.
- Era un mio amico! - risposi mettendole una mano sulla spalla.
Mi allontanai, stanco più nell'anima che fisicamente ed entrai in un bar per chiedere un bicchiere d'acqua. Fui osservato dalla testa ai piedi, quasi con disprezzo, ma io ormai mi ero abituato ad essere trattato in quel modo. La guerra ancora doveva finire e tutti attendevano l'arrivo degli alleati, io non aspettavo nessuno. Non vedevo un futuro davanti a me, sapevo che sarei morto presto; chissà, forse alla fine mi sarei sparato un colpo alla testa.
Al mio quinto omicidio mi sentivo morire dentro. Seduto al solito posto nella capanna, rivedevo quel corpo contorcersi fra le fiamme e ripetevo ancora di essere un mostro. Non riuscivo a fermarmi, c'era qualcosa in me che non mi dava pace! Piangevo sempre accarezzandomi il capo e non volevo stare lì da solo e con quella ciotola miseramente vuota. Andavo avanti solo bevendo acqua e le forze già mi stavano abbandonando. L'inchiesta sul misterioso pluriomicida era in corso già dalla terza vittima, ma furono necessarie altre sei affinché mi scoprissero. L'ultima, Giovanni, s'era salvato e lo avevano ricoverato in ospedale; mi aveva riconosciuto, avevamo combattuto insieme per due anni. Mi vennero a prendere una fredda sera di Dicembre, proprio a pochi giorni da Natale. Entrarono nella capanna con dei cani che subito mi vennero contro; io, sempre sotto la finestra, alzai la testa osservandoli. Avevo il viso scarno, gli occhi spenti e non mossi opposizione quando due carabinieri mi alzarono di peso...
...Mi hanno condannato a morte per crimini di guerra e questo è il primo giorno dopo tanti anni che sono ben vestito, pettinato e profumato. Indosso una bella camicia bianca e dei pantaloni come piacciono a me, me li hanno regalati le sentinelle dell'istituto e prima dell'esecuzione mi hanno preparato un succulente pasto.
Adesso devo andare, sono venuti a prendermi. I miei amici di cella mi salutano e così le guardie ed io sorrido perché mi hanno fatto compagnia dopo tanti mesi trascorsi da solo. Nessuno di loro mi ha condannato. Sto per pagare il prezzo che la società mi ha imposto e con gli uomini credo di essere a posto; adesso mi aspetta Lui.
Mi stanno facendo sdraiare su un lettino, mi stanno tutti vicino, ma io guardo il tetto, anche quando sento l'ago entrare nel mio braccio. Adesso lo so se un uomo può veramente essere pronto a morire...

Annalisa
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