Profumo d'ottobre - romanzo a puntate

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Profumo d'ottobre - romanzo a puntate

Messaggio Da Annalisa il Ven 02 Nov 2012, 21:02

Breve introduzione


Profumo d'ottobre è un romanzo storico/fantasy ambientato nella Napoli della seconda guerra mondiale. Narra la storia di cinque ragazzi napoletani, due femmine e tre maschi, che per la propria libertà scappano da un istituto scolastico, costretti a starci dai genitori, e si ritrovano a vivere nascondendosi e cercando giorno dopo giorno nuove idee per andare avanti. Col tempo si troveranno a fare i conti con le leggende che in quel periodo ancora echeggiavano fra gli stretti e bui vicoli e fra le più cupe e silenziose case del centro storico, fino a rendersi conto che...





1° capitolo



“Questa mattina venne a dar le medaglie il so... sovri... sobrintentente...” la maestra si avvicinò al banco, aveva le braccia dietro alla schiena e lo sguardo incollato sulla ragazza che ancora doveva pronunciare correttamente la parola. “Claudia,” esclamò l'insegnante aggiustandosi gli occhiali “quanti anni hai?”. La giovane alzò i suoi castani occhi per osservare il viso della donna, temeva di ricevere altre bacchettate e con molto timore rispose “Quindici, signora maestra.”.
Le altre alunne osservavano la scena in rigoroso silenzio, qualcuna rideva sotto i baffi. “Sono due anni che sei qui e ancora non leggi adeguatamente.” riprese la donna. Claudia si drizzò nella schiena portandola allo schienale della sedia e scrutò il viso dell'insegnante. Con un leggero gesto del braccio spostò indietro i lunghi e mossi capelli.“Ho difficoltà solo con alcune parole, signora maestra, ma so leggere bene.” rispose. L'educatrice accigliò lo sguardo, abbassò le braccia e nella mano destra teneva, stretta per bene, la sua bacchetta. “Mi stai chiamando bugiarda?”. Dalla bocca di Claudia stava uscendo un monosillabo, ma restò solo un lieve sussurro perché Benedetta, la sua compagna di banco, la sgomitò per zittirla. “Ringrazia la tua amica, se no ti prendevo a bacchettate, ma chiamerò tuo zio, lui si che te le darà di santa ragione!” sbottò la maestra ritornando dietro alla cattedra. La ragazza abbassò la testa, Benedetta avvicinò la bocca al suo orecchio e disse “Cerca di parlare il meno possibile”.

Terminato l'orario scolastico le ragazze dell'istituto avevano solo un'ora per passeggiare in giardino da dove si vedeva il parco di Capodimonte e si respirava un'aria che odorava di orchidee. Il giardiniere curava alcune piante e quando vide Claudia e Benedetta avvicinarsi, fece un inchino e le salutò col sorriso. “Lui è l'unico ad essere simpatico” affermò Benedetta con aria scocciata. La ragazza odiava più di tutti stare in quel posto, suo padre l'aveva portata lì dopo essersi risposato. Lei era sicura che la matrigna non la voleva in casa.

- Anche Giuseppe il cuoco è una brava persona. - rispose Claudia.

- Si, ma lui è molto più anziano” replicò l'amica.

- E questo cosa c'entra?

Benedetta fece un leggero sorriso, poi suonò la campanella che annunciava l'ora di pranzo e tutte le ragazze si avviarono nel refettorio. Sedutesi a tavola, Claudia e Benedetta sentivano alcune compagne d'istituto parlare della guerra. Sostenevano che loro erano al sicuro perché nell'edificio c'erano anche dei bambini e i bambini non li toccavano. “Ne sei proprio sicura?” chiese Claudia osservando Clementina, una delle più perfide ragazze dell'istituto. Era la figlia di un conte napoletano ed oltre al sangue blu aveva ereditato anche l'albagia dei nobili. “Certo, lo dice sempre mio padre” rispose la giovane in modo altezzoso. “E chi è tuo padre, un generale, un colonnello?” chiese Claudia non togliendole gli occhi di dosso. Clementina si adombrò e la fissò aggrottando lo sguardo. In quel momento entrò la signora Adele con i capelli come al solito chiusi in un chignon. “Allora, signorine, mani giunte e preghiamo.” quasi ordinò la donna. Claudia unì le mani e cominciò a muovere la bocca senza però emettere alcun suono; con la mente era ritornata a casa sua e rivedeva tutti i suoi amici, la gente del quartiere e le volte che si fermava a giocare in strada con gli altri ragazzi. Non voleva stare in quell'istituto, ma da quando era morto suo padre, lo zio era diventato il suo tutore e lei gli doveva obbedienza. Alberto De Santis aveva deciso di trasformarla in una signorina dell'alta società ed aveva sempre disapprovato il fratello per il modo con cui l'aveva cresciuta.

“Oh, oh.” fece Benedetta “la preghiera è finita”. Claudia la osservò e sorrise.

◊◊◊

L'immensa e polverosa biblioteca dell'istituto era per Claudia il posto più noioso perché non si poteva parlare, si doveva solo stare con la testa china sui libri. “Mi piace Shakespeare, però, voglio leggere quello che voglio io!” si diceva in testa la ragazza, seduta ad una scrivania ed osservando le lettere sull'ingiallita pagina. “Signorina De Santis, tutto bene?” chiese la maestra fissandola. Lei accennò un si con la testa e riabbassò il capo. Qualcuna poco distante da lei, prendendo un libro da un alto scaffale, starnutì due volte e la maestra la fissò seccata. Claudia guardò l'educatrice ed esclamò “Una spolverata, no?”. L'insegnante la fissò col suo solito sguardo arcigno e rispose “Sarà la sua prossima mansione, signorina De Santis!”. La giovane sbuffò senza farsi vedere e quasi portò il capo sul libro che aveva davanti.

“Ps... ps...” si sentì ad un tratto provenire dalla finestra che dava in giardino. Claudia si voltò e vide Vanni sorriderle. Vanni studiava e alloggiava nell'edificio a fianco, dove stava l'ala riservata ai maschi, ed era un ragazzo dai capelli neri come il carbone, dagli occhi così scuri da riflettere qualsiasi cosa e alto e magro. Lei gli fece una smorfia di disapprovazione, poi cercò con lo sguardo la maestra. “Se esci, vengo con te!” disse Benedetta. “Allora, muoviti, che quella ha appena lasciato la stanza.”. Le due amiche si alzarono e cercando di non fare rumore, uscirono in giardino. Appena fuori, Vanni le tirò giù sotto al muretto della finestra ed esclamò “E che, ve vulit' fa verè?”.

- Sei proprio pazzo, se ti vedono, ti mettono due giorni nei sotterranei. - gli disse Claudia ridendo.

- E che me ne importa. Io sono un impavido, corro il rischio, mi piace il rischio, bambulè!

- Cosa facciamo? - domandò Benedetta.

- Ce ne andiamo a fare un po' di casino per strada. Carmine e Maurizio ci aspettano fuori.

- Vanni, ma noi come facciamo a scavalcare il cancello con queste gonne? - chiese Claudia.

- E che a scavalcà, bambulè, ho rotto la serratura!

- Sei proprio un terremoto!

- Su, ragazze, iam iam!

Camminando con la schiena abbassata, i tre raggiunsero il cancello; Benedetta tremava, ma era anche eccitata dall'idea. Claudia, invece, non mostrava il minimo timore. Superato il grosso cancello, si ritrovarono su una strada in discesa e i due amici, Maurizio e Carmine, fecero segno di allontanarsi. Si portarono giù, verso un quartiere popolare, in alcuni stretti vicoli dove non entrava neanche il sole e i panni sventolavano su di loro, stesi da un balcone all'altro. Claudia ammirava le prosperose fanciulle del posto che portavano la spesa sotto le braccia e sorrideva quando un ragazzo faceva loro un complimento. “Sento odore di maccheroni!” esclamò Benedetta. “E maccheroni, te fan fa chiatta!” rispose Vanni prendendola in giro.

Arrivati in una piccola piazza, c'erano dei bambini che giocavano a pallone. Maurizio si voltò verso i suoi compagni e chiese “Ci mettiamo a giocare anche noi?”. “Nooo e poi come ci facciamo? Suderemmo troppo e ci sporcheremmo!” replicò Benedetta scuotendo la testa. “Io ci sto!” disse Claudia alzandosi le maniche. “E brava 'a bambulella mia!” esclamò Vanni ridendo. I cinque ragazzi si avvicinarono ai bambini e chiesero se avessero un pallone in più, uno dei piccoli rispose “E giucat' cu nnuj, accussì ce divertim' chiù assaj!”. “Sta bben'!” fece Vanni. Nella piazza circondata da vecchie case che sembravano quasi in procinto di cadere, si formarono due squadre miste di grandi e piccoli. La palla stava al centro e s'iniziava a chi se ne impadroniva prima. Un anziano uomo dai capelli bianchi come la neve, seduto fuori al suo negozio di oggetti antichi, diede il via e il gioco riprese sotto agli sguardi divertiti dei passanti. Alcune ragazze del quartiere, notando gli abiti di Claudia e Benedetta, si chiedevano chi fossero. Erano sorprese nel vedere due fanciulle dell'alta società giocare in mezzo ad un gruppo di scugnizzi. Cecilia, una bella popolana bruna, si portò le mani ai fianchi e si mise ad osservare Vanni; quando il ragazzo le fu abbastanza vicino, lei gli disse “Adesso ti metti a giocare con i bambini e le femminucce?”. Lui si voltò e fissando lo sguardo su di lei, chiese “E tu cosa ci fai da queste parti?”. Cecilia fece un mezzo sorriso, quasi infastidito, e rispose:

- Sto a mezzo servizio da una signora di qui e tu non dovresti stare all'istituto?

- Mi sono preso una giornata di vacanza.

- E se lo dicessi a tuo padre?

- E diglielo.

La ragazza sbuffò e si allontanò di qualche passo; Vanni le sorrise divertito e ritornò a giocare. Correndo e seguendo la palla in alto, non vide dove metteva i piedi e finì addosso a Claudia; entrambi sbatterono a terra. “Cazzo” esclamò il ragazzo alzando la testa e guardando il viso dell'amica “Ti sei fatta male?”. “No no, sto benissimo, sto benissimo!” rispose lei ridendo e facendo ridere anche lui. “Dai, ti do una mano a rialzarti, bambulè!”. Cecilia aveva osservato la scena e fece un segno di dissenso. Voltando le spalle, entrò in un vicoletto sparendo nel buio della strada.

Circa un'oretta dopo nella piazza cominciarono a sentirsi delle voci femminili che esclamavano dei nomi, “Gennari... Lucariè... Francé...”. I bambini, ormai neri dalla testa ai piedi, si fermarono e dissero che dovevano andare perché le loro madri li stavano chiamando. Vanni diede la mano ad ognuno di loro e li salutò con un grosso sorriso e un grazie. Insieme ai suoi quattro compagni si sedette su un muretto per riprendere fiato.

“...Dicette bellu mio, chist'è 'o paese ca si te prore 'o naso, muore acciso! Dicette bellu mio, chist'è 'o paese ca si te prore 'o naso, muore acciso...” cantava un uomo trascinandosi dietro una carretta di frutta. “E i rispunnette agge pacienza, scusa, 'a tengo 'a 'nnammurata e sta o paese. E i rispunnette agge pacienza, scusa... 'a tengo 'a 'nnammurata e sta o paese...” continuò Vanni a voce alta.

- Oh, perché gridi? Ti farai sentire da tutti!” esclamò Benedetta.

Il ragazzo si alzò, la prese in braccio e facendola volteggiare, rispose “E che ce ne 'mporta pupatè. È bell' a cantà!”. Il fruttivendolo, osservandoli, sorrise.

- E a me quello mi piacerebbe fare? Cantare!” esclamò Carmine – Ma papà me vo fa fa 'o duttor'! Io, se vedo una goccia di sangue, svengo tramortito a terra.

- Glielo hai detto a tuo padre? - gli chiese Claudia.

- Ma che! Se dico qualcosa contro il suo volere, mi sbatte in Venezuela.

- E perché lì?

- Ci sono ancora dei nostri parenti emigrati anni fa. È così che la mia famiglia s'è fatta i soldi. Mo si credono signori e noi figli dobbiamo fare gli scienziati, i medici, gli avvocati!

Claudia sorrise e gli massaggiò la schiena: “Dai, non te la prendere.” gli disse per calmarlo “Ora sarà meglio rientrare, se non vogliamo che si accorgano della nostra assenza.”.



◊◊◊


La mezza luna faceva capolino fra le conifere e i suoi raggi entravano nella stanza ad intermittenza per il vento che quella notte tormentava i rami; Claudia era sveglia, non riusciva a chiudere un occhio ed erano già un paio di ore che stava immobile a pensare. Le sue compagne di stanza dormivano profondamente. I due anni trascorsi in quel posto sembravano averla ammansita, non aveva più la vitalità che nel suo quartiere le era valso il nome di “terramota”. Quando si guardava allo specchio e vedeva le estremità degli occhi tirate in basso dalla cupezza dell'istituto, non si sentiva neanche più lei. Un rumore in corridoio la fece voltare verso la sua sinistra e fissò gli occhi sulla porta, un secondo dopo la vide aprirsi e dall'uscio semiaperto entrò la fioca luce di una lampada. Claudia si alzò restando seduta nel suo letto, i suoi soffici capelli castani le scesero sulle spalle coprendole le braccia e parte del viso. Acuì lo sguardo e restò a fissare l'ingresso. Clementina entrava sorreggendo la sorella Valentina che piangeva sommessamente. La gonna della ragazza era macchiata di sangue. “Cosa ti è successo?” chiese Claudia. “Fatti gli affari tuoi!” replicò Clementina guardandola storta. Quelle poche battute e il pianto di Valentina fecero svegliare anche le altre. “Ma cosa è successo?” iniziarono a chiedere. Qualcuna cercava di zittire le compagne, a quell'ora nessuna doveva stare fuori dal letto e se la signora Adele se ne accorgeva, le metteva tutte in punizione. Benedetta si mise anche lei seduta e fissò l'amica, Claudia le fece segno di non parlare e restò in ascolto delle parole sussurrate dalle due sorelle. “Hai sbagliato, non dovevi cedere, si sa che è solo quello che vogliono” diceva Clementina. “Ma io pensavo che mi voleva bene”, “E invece adesso vedrai che ti abbandonerà. Ora sei disonorata, nessuno più vorrà sposarti, sei una donna perduta”. Valentina abbassò la testa sul fazzoletto bianco e riprese a piangere. Claudia si alzò e le raggiunse.

- È così che conforti tua sorella? - chiese.

- Ti ho detto di farti gli affari tuoi. Non hai sentito?

- Ci racconti come è successo... Com'è? - domandò una sua vicina di letto.

I singhiozzi di Valentina aumentarono ed un'altra ragazza rispose “Beh, se fa così, non deve essere tanto bello!”. Claudia sbuffò e portò le mani ai fianchi.

- È assurdo che parliate di questo. Non vedete che soffre? - sbottò.

- Da questa stanza non dovrà uscire una sola parola di quanto è successo. Chiaro? - esclamò Clementina con tono di minaccia.

- Sono una donna persa, resterò zitella! - diceva Valentina, mentre la sorella continuava ad inveire contro di lei.

Il vento cominciò a soffiare ancora più forte e Claudia si portò alla finestra per chiuderla meglio e si fermò qualche secondo ad osservare le fioche luci di Capodimonte. A volte ammirando il grande complesso del parco, restava incantata ad immaginare strane storie, ma quella notte il suo incanto fu interrotto da una sirena che cominciò a suonare ficcandosi nelle orecchie e facendo sobbalzare il cuore. “La sirena, la sirena!” gridò una ragazza e tutte le fanciulle si alzarono immediatamente e corsero tremando in corridoio. Claudia restò ferma alla finestra, Benedetta la osservò e chiese “Oh, che fai, muoviti!”. “Sono stanca di stare qui, questo posto non è per me!”.

- Non è questo il momento di fare certi pensieri. Stanno per bombardarci!

Claudia corse verso il suo armadio, prese una borsa e c'infilò dentro lo stretto necessario.

- Cosa vuoi fare? - le domandò tremando Benedetta.

- Scappo. Stanotte stessa, approfitto della confusione.

- Sei impazzita e dove vai? Se torni a casa, tuo zio ti rispedisce qui, dopo averti picchiata.

- Non andrò da lui!

- Ah no e dove andrai?

- Non lo so, ma qui non voglio più restarci.

Il rumore dei tacchi della signora Adele si faceva sempre più vicino, dal corridoio si udiva la sua voce che esclamava i nomi delle ragazze invitandole a correre nel rifugio. Claudia nascose la borsa sotto la gonna. La donna entrò in camera e vedendo le due ancora accanto ai loro letti, sbraitò “Signorina De Santis, signorina De Carlo, cosa fate ancora qui? Muovetevi!”. “Si, signorina.” risposero portandosi verso la porta. Uscite in giardino, dove c'erano anche i maschi dell'altro reparto, da lontano si vedevano le fiamme divampare su un centro abitato. Claudia restò alcuni secondi in contemplazione e le grida di paura che sopraggiungevano dalla strada, la facevano rabbrividire. “Non penso che sia il momento giusto per scappare!” le disse Benedetta. “È il momento giusto!”. Claudia diede un bacio all'amica e corse verso il cancello. Vanni la vide e la seguì.

- Che cosa stai facendo? - le chiese.

- Scappo. Vado via da qui.

- Sei sicura di quello che fai?

- Sono due anni che sto reclusa. Io non ci voglio stare più.

- E va bene, se sei tanto convinta... vengo con te.

- Cosa?

- Ei, ragazzi, ma che fate? - domandarono Maurizio e Carmine avvicinandosi.

- Scappiamo. - rispose Vanni.

- Scappate?... E... dove andate?

- Boh! - rispose Claudia sorridendo.

- Voi siete matti! - esclamò Carmine.

- Perché non vi unite alla nostra pazzia? - domandò Vanni serio.

- Cavoli e come viviamo? Non abbiamo niente e mica possiamo chiederlo ai nostri genitori, siamo pure minorenni. Quelli ci sbattono di nuovo qui. - disse Maurizio.

- Embé, ci mettiamo a lavorare. Mentiamo sull'età e vedrai che un lavoro lo troviamo.

- E poi viviamo per strada?!

- Non ti preoccupare, ho io un posto dove andare. Allora?

I due ragazzi si guardarono un po' perplessi, mentre Benedetta li osservava da lontano.


Annalisa
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Re: Profumo d'ottobre - romanzo a puntate

Messaggio Da Annalisa il Ven 16 Nov 2012, 07:43

2° capitolo

Claudia se ne stava alla finestra del piano terra ad osservare il mercato poco distante; la gente si accalcava lungo la strada per vedere e forse comprare la merce esposta sulle bancarelle e sotto al cocente sole di quegli ultimi giorni d'estate. Una donna stava riempiendo una cesta con della frutta, era alta, grossa ed aveva una rapidità di gesti che lasciava agli altri solo gli avanzi. Osservando il venditore, fece un cenno di stizza e buttò tutto per aria perché le stavano dando delle mele un po' andate: “E queste te le mangi sempre tu, 'mbrugliò!” gridava con tutto il fiato che aveva in corpo. Claudia sorrise e portò gli occhi verso un gruppo di bambini che rincorrevano un piccolo cane. Il cucciolo s'infilava fra le gonne e sotto le bancarelle creando scompiglio e mentre qualcuno se ne lamentava, un uomo, ricoperto di pentole dalla testa ai piedi, diceva sorridente “E che fa, è un cagnolino indifeso!”. Il cicciotto venditore delle pizze fritte se ne stava fermo accanto al suo carrettino e rideva ad osservare quel piccolo esserino che vinceva su tutti, mentre tre giovani ragazze camminavano commentando i loro abiti appena cuciti su mi misura per loro.

In quegli istanti di vita quotidiana la guerra sembrava uno spettro lontano.

Osservando divertita la vivacità del mercato, Claudia intravide fra la gente una figura familiare, Vanni camminava ridendo e complimentandosi con le fanciulle che gli passavano davanti. Aveva fra le braccia un sacchetto con della pasta e dei bei pomodori rossi rossi e quando si avvicinò alla finestra, esclamò “Picceré, oggi ci facciamo due spaghetti al pomodoro! Sei contenta?”. “Sai cucinare?” gli chiese la ragazza perplessa. Lui rispose con un grosso sorriso. Entrato in cucina, una piccola stanzetta di pochi metri quadrati, Vanni mise l'occorrente su un vecchio tavolo di legno scuro e cominciò a cucinare. “Ti piace fare i complimenti alle ragazze, eh?” domandò Claudia sorridendo appena. “E che vuoi fare, bambulè, 'e femmene so' belle, ma tu si 'a chiu bell'!”. Il giovane si voltò a guardarla: “ 'O ssai munnà l'aglio?” le chiese. Lei si avvicinò al tavolo, lo guardò qualche secondo e rispose.

- Ci posso provare.

- Ma che facevi quando eri a casa?

- La scugnizza.

- La scugnizza?... Una signorina come te?

- Ebbene si! Papà mi faceva scendere in strada a giocare con gli altri.

- Ah!... Maurì, Carminiè, sentite cca'!

Claudia rise divertita perché i due amici erano spettinati ed avevano ancora gli occhi pieni di sonno.

“Ma che ore sono?” chiese Carmine. “È mezzogiorno. Svegliati Carulì, ca l'aria è ddoce!” rispose Vanni. “Eh si si, scherza tu!” si lamentò Maurizio sedendosi accanto al tavolo “Con il bombardamento e la nostra scappatella non sono riuscito a dormire neanche dieci minuti. Per non parlare di Carmine che ha russato per tutto il tempo. Ma che tieni, 'na tromba?”. “'A tromb' e mammeta!” replicò l'amico.

Per la piccola casetta, posta all'angolo di un vicolo, cominciò ad espandersi il profumo dei pomodori cotti e anche un po' per l'ora la fame cominciò a farsi sentire. L'acqua nella pentola già bolliva quando qualcuno bussò alla porta; i quattro amici si guardarono con aria interrogativa. “Vado io.” disse Vanni buttando lo strofinaccio sul tavolo. Una donna di circa sessanta anni e grassottella, stava per dare un altro tocco, ma appena vide il giovane, si fermò e portò le mani l'una nell'altra sulla gonna. “Giuvinò,” fece con un marcato accento napoletano “ma siete il nipote di mastro Giovanni?”. Vanni la osservò bene in volto e la riconobbe, poggiò il braccio sinistro alla porta e rispose “No. Questa casa l'ho comprata dai suoi eredi.”. “Che strano, somigliate assai al nipote.”. La donna, parlando parlando, sbirciava all'interno della casa e per poco la testa non si staccava tanto cercava di allungare il collo. Puntando gli occhi su Claudia, accennò un sorriso e dondolò leggermente:

- E chella bella piccerella chi è? - chiese.

- Signora mia bella, - fece il giovane un po' infastidito - ma siete venuta qui per interrogarmi?”.

Lei sorrise ancora più marcatamente e rispose:

- Ma che c'entra, siamo vicini di casa e se un giorno ha bisogno di qualcosa?

- E va bbuò, è mia sorella. Mo siete contenta?... Ah, e se vi affacciate, ne trovate altri due e pure loro sono miei fratelli.

- Uh mamma mia, e comm'è? Quella è una bella piccerella, come può essere la sorella di tre cosi curiosi come a voi?

- E signora bella, mo state esagerando no?

- E che cosa vuole dire, mica a me mi avesse preso per una capera?

- Nooo!

- Comunque, io sono...

- ...Nennella!

- E come lo sapete, giuvinò?

Vanni si morse le labbra e sbattete leggermente la mano contro la porta.

- E tenete proprio la faccia da Nennella. Ho solo indovinato.

- Ah, avete indovinato!? Comunque, me ne vado.

- Assa fa a Dio!

- Come?

- Niente, niente.

- Qualsiasi cosa vi serve, io sto alla porta di fianco. Alla vostra destra c'è Mariuccia la parrucchiera. A lei non le dite nulla, altrimenti poi lo sape tutto il quartiere. E rimpet, sta 'o pizzicagnolo, un grande amico di tutti e all'angolo, dall'altra parte, il barbiere. Qualsiasi cosa, dite che vi mando io.

La donna accennò un ghigno, osservò il ragazzo dalla testa ai piedi e se ne andò; il giovane chiuse la porta mentre Carmine diceva “Però è vero, dovremmo farla passare per nostra sorella, altrimenti sai quante ne dicono sul suo conto.”. “E non ti preoccupare,” rispose Vanni “Siamo a Napoli, mo ci pensa Nennella!”. “Ma voi avete sentito quella? Perché lei fosse bella!” esclamò Maurizio. Claudia si voltò e lo fissò dritto in viso facendo una smorfia. “Parli come lei adesso? Nella traduzione dal napoletano all'italiano ricorda di cambiare il modo dei verbi.” gli disse prendendolo in giro.

- Se se, quella ci ha chiamati “cosi curiosi” e tu ti applichi su queste sciocchezze!

- A voi, a me ha detto che sono una bella piccerella!

- Che, tu non li cambi i termini dal napoletano all'italiano? “Piccerella” non esiste in italiano.

- Ma state ancora a parlà, io tengo fame, vado a mangià. - disse Vanni.

- Ue, dove vai, anche io ho fame, veniamo con te. - rispose Maurizio precipitandosi in cucina.

. . .

Alberto De Santis stava seduto su una poltrona di fronte alla scrivania del preside Esposti. Teneva entrambe le mani inguantate sul bastone con il quale sembrava voler fare un buco al pavimento. I suoi bianchi baffi stavano dritti e il suo piede tamburellava ad evidenziare l'umore taciturno; gli occhi fissavano il suo interlocutore che cercava di spiegargli la situazione. Accanto a De Santis c'era la moglie, Cecilia, figlia di un commerciante di seta napoletano. Il naso della donna era piccolo e gli occhi molto ravvicinati l'uno all'altro. Il suo fisico sembrava perfetto ma a guardarla si aveva l'impressione che le mancasse l'aria, forse per effetto del corpetto sotto la rossa veste. Intorno al lungo collo, somigliante a quello di una bottiglia, aveva una collana di perle che lei tormentava in continuazione con la mano destra mostrando così uno zircone blu che quasi le prendeva tutto il dito.

Fuori all'ufficio del preside si sentiva una gran confusione e nel giardino sottostante c'erano dei giornalisti che fotografavano l'edificio e scrivevano sui taccuini tutto ciò che riuscivano a sapere.

Ogni angolo dell'istituto e del cortile antistante era ricoperto da molta polvere e dei rumori metallici poco distanti facevano aumentare la confusione. Fuori al cancello la gente si fermava ad osservare e non accennava ad allontanarsi quando gli agenti cercavano di mandarli via.

“Allora?” fece Alberto. Il preside tossì leggermente e dopo aver ingoiato per sciogliersi il nodo alla gola, rispose “È vero, il rifugio è crollato a causa di una bomba e quattro ragazzi risultano dispersi.”. “E in quel rifugio c'era anche mia nipote?”. Esposti allentò la cravatta e precisò “Sua nipote è fra i quattro dispersi, sono dispiaciuto.”. De Santis si alzò e fece segno alla moglie di fare altrettanto. Cecilia per poco non cadeva a causa del tacco lungo. “Lei avrà notizie dai miei avvocati. Siete i diretti responsabili della morte di mia nipote.” sbottò lo zio di Claudia. “Non è ancora detto che siano morti.” affermò Esposti. “E come li prendete da là sotto?”. Il preside ingoiò ancora ed abbassò la testa.

Appena fuori al giardino, Alberto osservò la moglie che stava sotto al suo braccio e lei disse “Non è ancora sicuro, però, che sia morta.”. L'uomo accennò un sorriso e rispose “È caduta una bomba sulla scuola, è già un miracolo che gli altri siano vivi, sta tranquilla. Oggi stesso andiamo dal notaio.”. I due se ne andarono snobbando i giornalisti e salendo su una lussuosa auto.

. . .

“Mamma mia, ma questa che vuole da me?” diceva Gaetano tenendo le mani unite e portandole verso il cielo. L'uomo si trovava nella piazza poco distante la piccola casa dove si era rifugiata Claudia con i suoi amici e intorno a lui c'erano tutti i vicini o forse tutto il quartiere. Sua moglie Francesca gli stava proprio davanti e teneva le mani ai fianchi; lo guardava con occhi di fuoco. I bambini ridevano ed imitavano i due che litigavano. “Ma non date retta, è stato sicuramente un ecuivouco!” diceva Nennella cercando di riappacificare i due. “Equivoco!” precisò Vanni. “E come volete voi, ma comunque, Gaetanin è nu brav' omm'!”.

- Se se, - faceva Francesca - quello è un piecoro, corre dietro a tutte le femmine di Napoli!

- Ma chi 'a ten' sta forza?! - rispondeva lui - A furia di lavorare sempre, so diventato nu mingherlin'.

- Vuoi dicere 'na mappina?!

Claudia, Carmine e Vanni osservavano la scena senza sapere se ridere o no; non era bello assistere ad una lite fra moglie e marito, ma il loro parlare faceva scappare molte risate. “Anche nel mio quartiere succedevano queste cose.” esclamò la ragazza ai due amici. “Nel mio erano all'ordine del giorno.” rispose Carmine.

La gente intorno interveniva sparando sentenze e dando ragione o all'uno o all'altro; le donne erano tutte dalla parte della moglie, mentre Gaetano, appena tornato dal lavoro, voleva solo sdraiarsi sul letto. I vicini, invece, si divertivano ad ascoltare, come i negozianti delle vicine botteghe. Persino Ninuccio, il giovane aiutante del barbiere, che spesso e volentieri sbadigliava e non riusciva a stare in piedi per più di cinque minuti, s'intratteneva in strada con le braccia incrociate a ridere e a commentare. Nennella, intanto, farfugliava qualcosa alle amiche fissando i quattro nuovi ragazzi. “Ecco, fra pochi giorni, sapranno vita, morte e miracoli di quanti ne siamo!” esclamò Carmine osservandole. “Si starà ancora chiedendo come faccio ad essere vostra sorella visto che io sono bella.” rispose Claudia giocando. Lui sorrise ironico alla ragazza e stizzito alle donne che lo guardavano.

- Ma si può sapere chi ti ha messo in testa sta cosa? - chiese Gaetano alla moglie.

- Ti ho visto uscire dal palazzo di donna Gisella. Che ci facevi lì eh?

- Ah Francé, sono andato ad aggiustare una mensola a Pascal 'o stuort'.

- Pascal 'o stuort? Si nun fai attenzione, te sturzzell' ij a te!

Vanni accennò una smorfia, Claudia, che stava sotto al suo braccio, lo fissò chiedendogli a cosa pensava. “Meglio mettere fine a questa cosa.” rispose il giovane. “E perché, io mi sto divertendo!” disse Carmine. L'amico lo guardò storto e poi si avvicinò a Francesca. “Ma signora mia,” fece Vanni giungendo le mani “ma come potete pensare che con una bella moglie come voi, vostro marito possa tradirvi?”.

- Chill è nu zuzzus. Tu non lo conosci.

- Va beh, ma chiunque, vedendo come siete bella, capisce che è stato così intelligente a sposarvi che non può essere così stronzo da perdervi.

La donna restò in silenzio e ferma per qualche secondo, poi si riprese e si aggiustò i capelli: “Voi lo pensate veramente?” chiese incrociando le braccia. “Se lo penso veramente? Guardate, se non foste già sposata, vi stavo già facendo la corte.”. Francesca si calmò, poi Vanni si rivolse al marito e gli chiese “È vero o non è vero che non siete così stronzo da perderla?”. Lui lo fissò e rispose “Stronzo non lo sono, ma se continui così, so curnut!”.

Finalmente dopo qualche minuto la situazione si calmò; Ninuccio riprese a sbadigliare e andò di corsa a sedersi in negozio. Solo allora, infatti, aveva la forza di correre, quando doveva sedersi. Tutti rientrarono nelle proprie case, ma qualcuno esclamava anche “Che peccato, è già finito tutto!”.

Nennella s'infilò nel basso di una sua amica insieme alle altre e si chiusero dentro.

“Allora, che ci dobbiamo giocare?” chiese il fruttivendolo al macellaio. “Come, che ci dobbiamo giocare? 71 l'omm' e nient' e 78 'a femmena allera. Non hai visto come guardava il ragazzo?”. I due risero divertiti.

Rientrati in casa, Claudia, Vanni e Carmine si apprestavano a cucinare quel po' che avevano potuto comprare, ma ormai i soldi erano finiti e dovevano trovare un lavoro al più presto. In quel momento ritornò anche Maurizio che con un gran fiatone e molta ansia esclamò “Ragazzi, sentite qui, ho da dirvi una cosa molto importante!” . “Che cosa ti succede?” gli chiese Claudia mentre puliva le stoviglie. Il giovane si sedette accanto al tavolo ed afferrò un bicchiere d'acqua, bevve un sorso e fece un lungo respiro. Vanni si accomodò proprio di fronte a lui. “Allora?” gli chiese. “Non so come la prenderete, ma certo è che vi lascerà a bocca aperta, proprio come me. Io ancora non ci posso credere, ma cos'era tutto programmato?... Stanotte una bomba è caduta proprio sull'istituto!”. “Oh santo cielo!” esclamò Claudia portandosi le mani alla bocca. “Ci sono dei morti?” domandò Carmine. L'amico lo fissò negli occhi e rispose “Morti? Si, quattro!”. Seguirono dei secondi di silenzio. “Quattro!” ripeté poi Vanni con decisione. Claudia si sedette anche lei e osservando i due ragazzi di fronte, chiese “State dicendo che...?”. “Siamo noi! Non siamo usciti dal rifugio e quindi credono che stiamo sotto le macerie!” affermò Maurizio guardandola dritta negli occhi. Vanni portò le spalle allo schienale e sospirò; Claudia lo fissò incredula. L'amico raccontava di aver letto la notizia su un giornale e che ormai si dava quasi per certo la loro morte. “Fanno proprio i nostri nomi?” domandò Carmine. Il ragazzo annuì con la testa. “E adesso cosa facciamo?” chiese Claudia. I tre giovani non risposero, si guardavano solo. Per strada scendeva la notte e l'approssimarsi dell'autunno rendeva l'aria più fredda. Vanni si alzò e si portò alla finestra: quando faceva così, pensava. “Certo, adesso i nostri genitori staranno soffrendo dal dolore.” esclamò Maurizio. Carmine lo guardò e non rispose. “Vanni?” domandò Claudia. Il ragazzo si voltò e disse “Eh bambulè, adesso tocca a noi decidere. Avevamo pensato di stare via per un po', per goderci la nostra vita, ma adesso le cose si sono complicate. Ci credono morti e non è bello. Finché ci credevano solo dispersi...”. “Ho capito. Ma io non voglio crearvi altri problemi, già ne avrete per questa cavolo d'idea che mi è venuta. È giusto che ritorniate dai vostri genitori.”. Vanni la guardò e rispose “Non sto dicendo questo, bambulè, ma solo che se vogliamo continuare, non solo adesso siamo più liberi, ma dobbiamo anche esserne sicuri.”.

Maurizio si sedette accanto alla giovane e disse “Tu poi sei quella che ha più da perdere. Se ti credono morta la tua eredità andrà tutta a tuo zio.”. Claudia abbassò la testa e si mise a pensare alla sua casa, ai bei momenti vissuti con suo padre. “Io resto qui!” fece Vanni osservando i suoi amici. “Per sempre?” gli chiese Carmine. “Questo adesso è un problema che non voglio pormi. Penso fino ai ventuno anni in modo tale che i miei genitori non possono più decidere per me. D'altronde, già mi credono morto. Dovete decidere solo voi... adesso.”. Claudia lo guardò e lui ricambiò.

Annalisa
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