Chupacabra

 :: Vetrina Autori :: Opere :: Atacama

Vedere l'argomento precedente Vedere l'argomento seguente Andare in basso

Chupacabra

Messaggio Da Atacama il Dom 03 Giu 2012, 23:20

L’inverno particolarmente freddo esibiva le cime dei monti spruzzati di neve, simili a panettoni cosparsi di zucchero a velo, pronti per essere affettati e gustati; l’erba bianca di gelo rappreso si apriva oltre i bordi della strada periferica che collegava Muzzenne a Viale Carlo III e raffiche di vento spazzavano l’aria da smog e olezzo esalato dai cumuli di rifiuti abbandonati da mesi. A ogni semaforo stazionavano gruppi d’immigrati irregolari, improvvidi lavavetri e venditori di fazzolettini. Lungo Viale Carlo III, già dal mattino si prostituivano ragazzine dell’Est Europa, giunte in Italia con un desiderio da realizzare nell’illusorio mondo dello spettacolo e scaraventate, invece, in mezzo alla strada a farsi svuotare il corpo e l’anima. Dal Viale si staccava la Statale che conduceva a Castel Volturno, il paese divenuto famoso per la strage di camorra in cui morirono sei africani innocenti; qui le prostitute, tutte nigeriane, erano costrette dai clan anche a fare da sentinelle alle discariche abusive, quando arrivavano i camion con i veleni di cui dovevano sbarazzarsi. Queste ragazze nel loro paese erano adescate da una madama del posto e sottoposte a riti vudù prima d’intraprendere il viaggio verso l’inferno.
Non solo le straniere, d’altronde, battevano i marciapiedi: molte casalinghe di Muzzenne, per tirare avanti la famiglia, esercitavano con regolarità il meretricio. Una bulimia essenziale di guadagno s’impossessò di tutti, con lucida follia immolava vite umane e di sicuro aveva una ragione metafisica: tutto si faceva per il PIL, un essere sovrannaturale dalle sembianze di uno dei più temibili predatori esistenti in natura, e a questa orripilante divinità si assoggettava l’intera umanità fino all’autodistruzione.

Viale Carlo III si dilatava per cinque chilometri da Caserta fino all’imbocco delle autostrade; ma nei progetti originari commissionati all’architetto Vanvitelli dal re Carlo III di Borbone prima e Ferdinando IV poi, al posto di quella strada larga e diritta ornata di tigli e oleandri, ci sarebbe dovuto essere un fiume scaturito dalla confluenza delle acque precipitate dalle cascate di Palazzo Reale, che avrebbe raggiunto, alla fine del suo percorso, il mare di Napoli. Sullo sfondo in direzione Nord la solenne facciata principale della Reggia dominava l'intero paesaggio, col Parco Reale che si estendeva lungo l’asse sud-nord per una lunghezza di circa tre chilometri di una variegata coreografia di boschi e radure, siepi e complessi statuari: la prima parte più boscosa percorsa da viali; la seconda parte, protesa alle colline con le quattro Fontane in successione, e poi lo specchio d’acqua con Diana e Atteone in cui precipitava la Cascata in discesa dal Torrione del piccolo colle.
Speranza Sardi, avviatasi prima del solito da casa per recarsi a lavoro, decise di attraversare il ponte di Muzzenne divenuto ormai impraticabile a causa del semaforo sempre sul rosso, poiché il verde si accendeva il tempo di un respiro, e immediato era l’assalto alle auto di una folla d’immigrati lavavetri col loro carico di fazzolettini e merce varia da far insorgere attacchi di panico; gli automobilisti allora, se da lontano scorgevano luce arancione, iniziavano a rallentare, onde evitare di fermarsi al rosso, e schivare l’assalto sperando che scattasse subito il verde per poter repentinamente sgommare; ma poche volte si era fortunati. In genere, Speranza distratta da pensieri familiari e lavorativi, non calcolava bene i tempi dei vari colori semaforici e così si ritrovava al centro di una battaglia per la sopravvivenza. L’ansia, allora, s’impadroniva dei gesti alla ricerca delle monetine nel momento in cui Sayed si tuffava sulla macchina a lavare il vetro anteriore e Mamadou si affacciava al finestrino laterale per rifilare il pacco di fazzoletti o appoggiandolo sullo specchietto laterale. Dopo un tempo smisurato scattava finalmente il verde che dava il via al coro forsennato delle auto che strombazzavano saettando tutte quante insieme in concerto di clacson, ma la donna non faceva in tempo a offrire i centesimi e rimaneva a rovistare ferma giusto nel mezzo in preda al panico, mentre gli automobilisti la sorpassavano a destra e a sinistra inveendo. Intanto tornava il rosso.

In quel periodo rincorreva l’esito degli esami che diventavano sempre più specifici orientando verso una determinata patologia, senza giungere, però, a una diagnosi certa e definitiva. I tormenti dei tempi d’attesa non approdavano a risultati soddisfacenti, ma rimandavano ad altre prenotazioni fino all’ago-aspirato la cui nota, non rivelando più di quanto già si sapesse, invitava a effettuare l’esame bioptico in fase d’intervento chirurgico. Iniziò a insinuarsi in lei il sospetto che non fosse un semplice nodulo da trattare con una terapia.
Recarsi a lavorare a Caserta era diventata un’impresa assurda: quasi inesistenti i trasporti pubblici, non si sapeva mai cosa poteva succedere tra carro-attrezzi, multe e parcheggi a pagamento.
Nei pressi della stazione ferroviaria fu attratta dalla visione, ormai divenuta familiare, della donna che stringeva una cagnolina tignosa trovata per strada; ogni tanto la mano raggrinzita premeva sulla testa una carezza, ma più che un gesto affettuoso sembrava un piccolo colpo che induceva l’animale a serrare le due piccole fessure mobili che aveva per occhi. Rosina, così secca da sembrare non mangiasse da mesi, si trascinava dietro altri due cani, strattonandoli: un Dalmata bianco e un Pastore tedesco. All’improvviso si fermò di botto rivolgendosi al cane bianco in dialetto come stesse avendo a che fare con un debosciato irresponsabile e insensibile:
“La vuoi finire o no di fare lo scemo, muoviti che tengo da faaareee!” sputando rabbia dai denti, volse le spalle ai cani e riprese a camminare, ma fu costretta a fermarsi subito per rivolgersi di nuovo allo stesso cane urlando furente:
“Aò! Fai presto, vuoi camminare, quest’uomo da niente.” E via così.
Fece pochi passi a fatica e di nuovo si fermò e si girò urlando al Dalmata che la guardava in faccia col sedere appoggiato per terra e le zampe anteriori diritte; la cagnetta, intimorita da tanta furia, sembrava farsi ancora più piccola, mentre l’altro aveva l’aria di fregarsene. I passanti si fermavano a osservare con profonda compassione tutta la scena. In tanti conoscevano la triste storia della donna: proprietaria di una tabaccheria, venne ridotta al lastrico da balordi che pretendevano il pizzo, e quando lei rifiutava di consegnarlo, le danneggiavano il locale. Doveva anche pagare ogni due mesi ottocento euro di Irpef più altre tasse, un fitto di cinquecento euro mensili, e poi fare i conti col commercialista. Giunse al punto di non riuscire più a tirare avanti e lasciò tutto consegnandosi alla strada.
A Caserta i marciapiedi erano orlati di fragrante sterco di cane per tutta la lunghezza del bordo. Piazza Ferrovia sbavava boccheggiando nella puzza di frittura che aleggiava già dalle prime ore della giornata, frammista a nafta di auto e bus che si pigiavano strombazzando per dare origine a un unico corpo con una vita propria che respirava, si alimentava ed espelleva le sostanze inutili e nocive: che fosse un mostro sfuggito alle mani del suo creatore, insofferente a ogni direttiva minima e pronto a compiere misfatti oltre ogni immaginazione, si era capito da troppo tempo; ma subodorare con stupefazione ogni mattina che si dilatava sempre un po’ di più la struttura ferrosa con l’aggiunta di un nuovo anello vertebrale, era semplicemente un quadretto inquietante. Il miasma da Piazza Ferrovia saliva per via Verdi, lentamente si disperdeva nell’aroma di caffè e cornetti caldi. Nella caffetteria argomento principale erano le innumerevoli colline di rifiuti in ogni via a distanza di pochi metri una dall’altra e le discariche abusive ormai strapiene come quella denominata Lo Uttaro: un gruppo di persone discuteva della possibilità, così com’era stato suggerito dagli Ambientalisti, vista la situazione a dir poco drammatica, di utilizzare le cave smesse di calcare per ripulire le città ed evitare un’epidemia.
“I proprietari di alcune cave sono personaggi influenti come il Presidente della Provincia di Caserta, De Franciscis, parente di magistrati e cardinali, scappato a Lourdes a far parte della commissione che stabilisce se ci si trova di fronte a un miracolo” stava dicendo un uomo sulla cinquantina, mentre sorbiva il caffè.
“Se ricordate, la fuga è avvenuta onde evitare l’accusa di concussione e favoreggiamento dei clan camorristici nell’ambito di un’inchiesta su appalti nel casertano: in seguito all’indagine avviata dalla Procura di S. Maria Capua Vetere, Acconcia Antonio, nominato Direttore Generale da De Franciscis, è stato messo agli arresti domiciliari, perché dalle intercettazioni telefoniche, gli inquirenti hanno ricostruito una rete di collegamenti con la malavita organizzata per l’assegnazione delle gare di appalto” continuava un altro, mentre addentava un cornetto gustoso. Si fermò un momento, poi riprese con irrefrenabile entusiasmo:
“Finalmente è stato emesso l’ordine di cattura nei confronti dell’onorevole Senticoni, il sottosegretario al Ministero dell’Economia e Finanze. Questi è originario di Casal di Principe, e nei suoi confronti venne aperta un’indagine per fatti connessi ai consorzi dei rifiuti gestiti dalla camorra: le dichiarazioni dei pentiti svelarono una rete di favoritismi e collusioni in cambio di sostegni elettorali per la scalata al potere ”
Nel momento in cui Speranza si avvicinò alla cassa per pagare, colse la conversazione tra il cassiere e il proprietario della rosticceria all’angolo, il quale mostrò delle carte e poi continuò la discussione rivolgendosi anche a lei che avrebbe voluto salutare e andare via, ma rimase intrappolata ad ascoltare:
“Guardate questi fogli, signora, ero un operaio e poi, per non andare fuori a lavorare, ho pensato di acquistare questa pizzeria e impegnare tutta la famiglia. Ma dicono di voler aiutare le piccole aziende, non è vero. Non ci credete, sono tutte fandonie. Guardate questo foglio, da quando ho iniziato questa attività ho sborsato milioni e milioni e adesso altri quattrocento euro per questo foglio, leggete: Inquinamento acustico. Ma io vendo qualche pizza, vi pare c’entri l’inquinamento acustico?”
“Proprio con le pizze, no” rispose Speranza e gli osservò il pallore del volto, un misto di rabbia destinata a sfumare in rassegnazione.
“Mi stanno tartassando” continuò a lamentarsi il poveraccio. Se lo diceva a lei che non c’entrava per niente, stava soffrendo sul serio.
“Ma queste regole ci sono sempre state?” buttò lì una domanda giusto per proferire qualcosa.
“No! Le hanno messe in mezzo da quando c’è il nuovo governo”
“Ah! Bene! E meno male che dicono di volerle aiutare le piccole e medie aziende”
“Ma quale aiuto! Non è vero. Non ci credete. Mi stanno tartassando”
“E la proscima volta votatelo di nuovo”, sbottò con l’esse fischiante una vecchina che si era fermata ad ascoltare.
L’uomo se ne andò nella pizzeria di fronte coi fogli ciondolanti in mano.

Speranza lavorava in Ambulatori ASL, derivati da abitazioni costruite nel 1950, cadenti e senza colore a pochi metri dalla ferrovia. Imboccò l’antro buio e salì le scale malferme. Quel giorno doveva occuparsi della Medicina Legale e per prima cosa si accinse a preparare le fotocopie dei moduli da consegnare agli utenti per iniziare la pratica d’invalidità.
Prima delle visite, le persone sostavano allo sportello pagamento ticket dietro il quale l’impiegato, una figura vampiresca innervata e sbilanciata in avanti, provava piacere nel chiedere denaro alle persone, raggiungeva addirittura l’orgasmo se la somma era esosa; non di rado esplodevano discussioni fra lui e coloro che chiedevano i soldi indietro e non volevano più farsi visitare.
“Sono duecentootto euro” annunciò il macaco luciferino nell’atto di fare strage in un pollaio.
“Che cosa? L’altra volta ho pagato sessanta euro direttamente nello studio del dottore, e ora mi si chiedono duecentootto euro”, s’infuriò un signore dall’aspetto dignitoso di un anziano in pensione che si era avvicinato per pagare.
“Lo sapevo che mi faceva annullare tutto” fremette il macaco scaraventando le carte per aria.
“Annulli, non annulli, questi sò veramente numeri. Non pago proprio niente, fate quello che volete, anche un’azione legale”
Così dicendo si allontanò determinato ad andare a parlare col Direttore. Iniziò a fare gesti impulsivi, intanto che si avviava verso l’ascensore articolando parole ad alta voce, come se avesse accanto qualche interlocutore; giunto al quinto piano, venne a sapere che il Direttore del Distretto era in ferie.
Allora si rivolse al Responsabile del settore, una figura incerta tra sottolineare il suo potere nei confronti dei subalterni, specialmente donne, e fare avance agli uomini: era solito allungare le mani fra le gambe di questi che rimanevano carichi di meraviglia. Il risultato si avvicinava a un mix di grottesca comicità, ma non c’era modo di farlo rimuovere dall’incarico di capo servizio di un settore di tale importanza. L’utente bussò piano alla porta, attese qualche istante, poi aprì appena e si trovò a cospetto di un burocrate vestito da idiota:
“Signore, si bussa prima di entrare” cinguettò questi da dietro la scrivania con la cornetta del telefono incollata all’orecchio.
“Ho bussato” rispose con cautela l’uomo
“No signore, non avete bussato” insisteva la sua vocina mentre i folti baffi esprimevano molle rammarico alzandosi e abbassandosi.
“Dottore ho bussato, ve ne faccio una dimostrazione e ripeto il gesto”
“Attenda fuori per favore”
Dopo un’attesa di trentacinque minuti, il tapino preferì andare via, tanto con quello non avrebbe risolto niente, difatti era impegnato in una telefonata da cui volavano termini come dito medio e saprei io dove metterlo. Dovette fare fatica a dominarsi, mentre tornava allo sportello che attraverso il vetro rimandava la sagoma rapace dell’impiegato, per firmare la dichiarazione di rifiuto: se quelli erano i Responsabili, figurarsi il resto del personale.
“Rifiuto perché il costo è esoso. Il tariffario delle prestazioni si deve mettere in faccia al muro, così l’utente sa cosa va a pagare, e se gli conviene” ammonì mentre firmava.
“E che, vendimmo e presutti?. ” gli fece eco l’impiegato il cui unico compito sembrava quello di estorcere soldi alla gente. Alla stregua di un macaco che si strozzava in schiumate di sangue.
“Non lo so cosa fate lì dietro, so solo che ho pagato la prima seduta sessanta euro e ora mi chiedete duecentootto euro. Mi sembra un poco esagerato”.
“Sta illazionando qualcosa?”
“Non sto illazionando niente. Sto solo dicendo che si deve mettere il tariffario appeso al muro”
“Questi sono i costi che escono dal computer”.
“Poi vediamo chi li ha messi e da dove arrivano. Ma non sarò io a venire a controllare”.
Andò via continuando a interloquire da solo.

Speranza preparò l’ambulatorio per le visite mediche che sarebbero iniziate di lì a poco; dal fondo del corridoio arrivava altra gente: figli che accompagnavano genitori zoppicanti, mamme che si tiravano dietro bambini;
“Hai capito o no Speranza. Il palazzo che stanno costruendo per trasferire tutti gli ambulatori dell’ASL, è un progetto di amministratori, politici e camorra. Magni tu e magno io ”
Stefano, collega di Speranza, e anche sindacalista del Comparto Sanità, entrò per prendere il ricettario e subito aprì la porta per andare via, poi richiuse per proferire questa frase con tono pacato e gestualità lenta, come una verità irrefutabile da cui derivavano innumerevoli enunciati che tessevano le loro vite quotidiane. Continuò con tono di voce alterato, ciglia strabuzzate, pupille saettanti:
“Hai capito o no neh Speranza - il pugno cadde di botto sulla scrivania - Vedi i palazzi che si innalzano come funghi? Sono progettati da amministratori, politici e camorra: magni tu e magno io. In uno di questi saranno trasferiti anche i nostri ambulatori”.
Fece per andare via senza attendere la reazione, socchiuse la porta, poi immediatamente la riaprì:
“… Magni tu e magno io”.
Raccolse il ricettario che era scivolato sulla scrivania nell’atto in cui dava il pugno, e andò via.
Speranza gli corse dietro. Doveva assolutamente parlargli di una questione:
“Aspetta! Devi essere sincero… mio fratello ha il diploma di Operatore Socio Sanitario e poi la patente DK; ha lavorato all’Ospedale di Caserta, ma poi con una manovra subdola lo hanno sbattuto fuori senza tanti complimenti. Che possibilità ci sono di inserimento? E a chi mi posso rivolgere?”
“Ora zero possibilità, stanno riducendo ospedali e personale. Forse in seguito… Ma in Provincia so che si sta organizzando qualcosa per la Vigilanza. I canali per arrivarci sono: camorra, ma non è il tuo caso, e politica”.
“Grazie. Più sincero di così… ”
Sedute sulla panca in corridoio per la visita medico-legale, già alcune persone in attesa: una signora bionda ancora giovane e di aspetto solare, attirò l’attenzione degli altri ospiti che la guardavano con stupore domandandosi per quale oscuro motivo fosse lì; lei non si scomponeva per niente, anzi, sembrava un po’divertita di solleticare domande altrui che rimanevano senza risposta. Accanto le si sedette una mamma con la figlia affetta da handicap psicomotorio che iniziò a fissarla in modo ostinato con un sorriso stampato. La bimba sfogliava un settimanale dando un’occhiata al giornale e una alla signora emettendo ogni dieci secondi una specie di fischio: sciii, ciiiii, alzando la mano destra tesa e muovendola a semicerchio. La donna notò che quando sulla pagina era disegnato un dolce o qualcosa di buono da mangiare, la piccola la guardava emettendo il suono e gesticolando. Mostrò interesse lanciando ogni tanto uno sguardo breve alla bimba e alla pagina accennando appena la testa.
Iniziarono i controlli medico legali, e la prima a entrare fu la bimba. Anche lì la piccola incominciò a fare sciiii, sciiiiii, mentre la sua mamma discuteva coi medici.
“Siamo in presenza di una lesione permanente cerebrale e, quindi, non c’è possibilità di regressione”.
“Essendo questa una revisione, c’è bisogno di una consulenza psichiatrica” ribadì il dottore.
Lei, allora, uscì dalla stanza strepitando con fervore che veniva mandata inutilmente avanti e indietro.
Subito dopo entrò la signora bionda la cui richiesta d’invalidità era stata inoltrata per aver subito un intervento di tumore al seno con ricostruzione plastica e successiva chemioterapia.
Infine con passo svelto, come a continuare l’andatura in strada di chi ha parecchio camminato a piedi, una donna magra, talmente malandata da sembrare una mendicante, attraversò la stanza in un mormorio sommesso che diventò un ronzio continuo e indistinto. Il flusso interminabile era interrotto solo ogni tanto per tirare su col naso, ma risultava inutile prestare attenzione: non si capiva niente. Oltre a parlottare e gesticolare con le mani, si tolse le scarpe guardando di continuo per terra, come per cercare qualcosa inducendo anche gli altri presenti nella stanza a lanciare uno sguardo al pavimento.
“Prendete il raffreddore con i piedi a terra” disse Speranza, mentre segnava il nome sul registro, riconoscendo la donna della stazione coi cani.
“Eh?” interruppe per un po’ il monologo
“Prendete il raffreddore con i piedi a terra”
“Me li sto a riposare, ho camminato a piedi”
“Siete sposata?”
“No”
Poi prese a interloquire con i suoi piedi scalzi aiutandosi con le mani nell’esprimersi, proprio come se avesse avuto davanti una persona.


Alle quattordici e quaranta, Speranza timbrò il cartellino. Per strada le colline di rifiuti raggiungevano ormai il primo piano delle palazzine; alcune strade erano divenute inaccessibili per l’invadenza dell’immondizia perciò, spesso, si rendeva necessario cambiare itinerario.
Questo quadro aveva mutato la geografia dei paesi della Campania in uno scenario apocalittico; il disastro ambientale stava a ricordare in ogni momento che quella era terra di camorra e criminalità organizzata che conducevano vite umane al macello, pianificata a tal punto che ad essa da troppo tempo si erano assoggettate le autorità che avrebbero dovuto vigilare sulla sicurezza dei cittadini; ma si era asservito anche un certo modo di fare politica, come accettare compromessi di qualsivoglia natura in cambio di voti. I criminali si rafforzavano sempre di più incassando i soldi della Comunità Europea, e ogni mese, il pizzo dalle imprese edili e dai commercianti grandi e piccoli. Poi con questo denaro e con quello ricavato dal traffico di droga, armi e sfruttamento della prostituzione, anche minorile, andavano a investire altrove.
– Su queste colline a Natale luci colorate intermittenti sarebbero suggestive. In realtà stiamo morendo insieme alla natura paesaggistica, tutti sepolti dalla munnezza come topi. Ma non ce ne rendiamo conto, continuiamo ancora a parlare, fare le solite cose, i governanti e gli amministratori a litigare quando stiamo andando tutti in malora – diceva fra sé Speranza, riflettendo sul repentino aumento delle patologie tumorali, e non solo.
Una ragazza camminava abbigliata unicamente da una maglietta che le copriva appena il sedere; non indossava pantaloni, né gonna ma collant rotti e sfilacciati in numerosi punti. Da quei brandelli il pallore della carne si offriva agli sguardi attoniti e indifferenti della gente. Una signora anziana si fermò a guardare girandosi indietro:
“Adesso si portano le calze rotte? Non c’è più religione” esclamò.
“Non vede che la testa non le funziona? Ha dei disturbi psichici, poverina: E’ una povera crista” la tranquillizzò Speranza. Chissà se aveva capito.
“Gesù è vero. Ha dei disturbi”. Adagio cominciò a camminare inscenando per tre volte il segno della croce, intanto che la ragazza scompariva tra la gente.




II
Alla guida dell’auto percorreva la strada per raggiungere lo studio del dr. Berazzi e sottoporre alla sua visione i risultati dell’ago aspirato effettuato qualche giorno prima. Gruppi di Senegalesi raggelati, ai semafori si davano da fare a lavare i vetri alle macchine e vendere fazzolettini ed altre cianfrusaglie.
“Gome si ghiama chella medissina?” chiese Mamadou affacciandosi al finestrino, riferendosi al farmaco consigliato in ASL. Speranza spesso svolgeva l’orario di lavoro nell’ambito dedicato agli irregolari, e aveva imparato a riconoscere per strada coloro che si rivolgevano all’ambulatorio per risolvere qualche problema di salute.
“Su-pra-dyn” rispose Speranza scandendo bene le sillabe.
“Sciu… Sciu-ppa-ddin” replicò Mamadou poco convinto.

La sala d’attesa debordava di persone sedute, altre sostavano in piedi, e solo dopo due ore la segretaria invitò la donna a entrare. L’endocrinologo, scrupoloso e attento, comunicava fiducia e sicurezza, nonostante la giovane età. I risultati dell’ago aspirato tuttavia, lo misero subito in guardia.
“ Non dicono nulla di preciso” esclamò ed eseguì un’ecografia commentando le immagini sullo schermo che la sonda, scorrendo a destra e a sinistra, avanti e indietro sul collo, rendeva evidenti “ è un nodulo freddo, i margini sono sfumati… fossi in lei non dormirei sonni tranquilli. Sono sempre più frequenti queste patologie qui da noi. In questo periodo sto giusto seguendo un ragazzo operato di carcinoma tiroideo… deve assolutamente eseguire un altro ago-aspirato, ma questa volta in una struttura adeguata, che ci dia risultati certi”
“ Mi dica lei a chi mi posso rivolgere” Speranza lanciò la carta appallottolata nel secchiello dopo aver pulito quel gel sgradevole usato per le ecografie che puzzava di talco intinto nell’aceto: centrò in pieno.
“Il Centro Effe è il più attendibile, mi fido dei risultati”.
Questo modo di parlare esplicito e diretto, quasi brutale, indusse la donna a contattare un Centro specializzato in queste patologie evitando di perdere ulteriore tempo dal momento che erano già passati sei mesi e ancora non si era definita la diagnosi. Senza alcun indugio si rivolse, allora, al Centro di Endocrinologia di Pisa e fissò un appuntamento in regime di intramoenia per la visita e altri esami diagnostici. Era questo un modo veloce per ottenere un appuntamento evitando le lunghe liste di attesa.
Nel momento in cui le indagini furono complete, la caposala del Centro le assicurò che, appena pronti, le avrebbe comunicato i risultati.

Abbassò la cornetta del telefono, mentre percepiva un improvviso disagio artigliare ogni cellula alle parole appena ascoltate. Con parole felpate le erano stati comunicati gli esiti delle indagini praticate:
“C’è bisogno del ricovero… deciderà lei quando, ma non si preoccupi, niente di grave, signora… toglieremo solo il nodulo”. La voce premurosa le giunse all’orecchio come una carezza appuntita, e in cuor suo si disse che in fondo era stata fortunata per la diagnosi precoce. Beh, in realtà erano passati sei mesi di controlli e indagini per giungere alla conclusione che il nodulo, così piccolo che a malapena si evidenziava attraverso l’ecografia, andava assolutamente rimosso. Per quanto gentile e rassicurante potesse essere quel suono che correva lungo il filo, Speranza avvertì il punteruolo dello spavento paralizzarle la mente.
Iniziò, nondimeno, a riempire le sue giornate mettendoci dentro tutti gli ingredienti necessari per condirle come un pranzo festivo preparato con impegno fin dalla mattina.
Ma adesso aveva un valido motivo per dimettersi da tutto e affrontare anche lei la sua “bella” malattia. Se la era meritata. Risultato di un lungo periodo di tensioni protratto nel tempo e non ancora risolto al quale il suo organismo rispondeva accumulando energia negativa in un suo distretto ribellandosi e risolvendo così la situazione, a modo suo. Ora lei era costretta a dare la precedenza alla protesta del suo corpo e a mettere in secondo piano tutto il resto. Doveva tenersi lontana anche mentalmente dai problemi e complicazioni lavorativi e dai conflitti familiari. Ma come? Le giornate si trasformavano in una giostra impazzita, e affrontarle era un obbligo.


III

Stava per arrivare il periodo natalizio con le sue nevrosi, entusiasmi confezionati e illuminazioni isteriche: impossibile sfuggire alla trappola collettiva posizionata per bene già molto tempo prima di Natale, come fosse in attesa. I giorni e le notti precipitavano verso le festività dando la percezione di minore distanza fra uomini e cose, perché d’un tratto tutti si sentivano più solidali e disposti verso il prossimo. Nelle settimane prenatalizie, la sensazione che accomunava un po’ tutti era quella di venire risucchiati nell’utero materno, ritornare al periodo fetale per aprirsi infine all’anno nuovo con l’imminente rinascita.
Già dall’inizio dell’inverno, con lo schiantarsi del cielo a est, delicati colori dell’alba accendevano di molteplici sfumature le nubi sparse che brillavano al sole alla stregua di tante piccole isole nel mare aperto. In lontananza le montagne innevate sembravano torte di panna pronte per essere divorate. Dal terreno bagnato s’innalzava fumo come dalla pelle di un mostruoso animale, e l’umido si aggrappava ai cumuli lasciati a imputridire per mesi all’ingresso delle scuole e sul limitare dei marciapiedi, fino al centro delle carreggiate.
Appena arrivata alla stazione, Speranza fu attratta dalla panchina sul bordo delle aiuole che orlavano lo spazio adibito al parcheggio dei pullman; man mano che si avvicinava le si rivelava la scena in tutta la sua crudezza: distesa di fianco aveva riconosciuto la donna che si trascinava dietro i cani inveendo contro il Dalmata che si era impuntato. Avanzando, riusciva a focalizzare la cagnetta accucciata, come fosse intenzionata a trasmettere calore con la sua pelliccia, sulle gambe della donna malamente coperte con calze di lana sdrucita; la mano destra della disgraziata stringeva ancora una bottiglia di alcool e la sinistra pendeva esanime da un cartone che avrebbe dovuto proteggerla dal gelo della notte.
Gli altri due cani, custodi inutili, uno a destra e uno a sinistra della panchina, guardinghi, quasi a salvaguardarne il corpo.
Nessuno si era accorto di quella morte silenziosa imprigionata nel mugghiare ferroso delle auto che continuavano il loro moto strombazzando indifferenti emettendo fumo fetido, e nelle discussioni mattiniere della caffetteria tra un sorso di caffè e un morso di cornetto impreziositi di battute su calcio, veline e Berlusconi.
Qualche giorno prima Marianna l’aveva vista circondata dai suoi cani, appoggiata all’aiuola che faceva da spartitraffico e bottiglie di birra vuote sparse per terra, mentre urlava il suo gergo astruso con voce gracida ripetendo la stessa frase più volte:
“…e poi la gente si crede di chiamarti come se fossi una serva sua… ma a me non me ne importa, l’unica cosa che mi importa è che la vita mia… ‘a gent’è strana”.
Poi continuò con parole incomprensibili rivolte a due Senegalesi che parlavano la loro lingua: il wolof. I ragazzi, dopo un breve periodo in cui erano stati accolti alla Caritas, di notte dormivano ammucchiati con altri connazionali in monolocali fatiscenti e umidi e di giorno vendevano cianfrusaglie fuori la stazione ferroviaria.
“Na nga def? (Come stai?)” chiedeva uno
“Maa ngi fi” (Sto bene)” rispondeva l’altro, anche se non dormiva di notte e mangiava una sola volta al giorno condividendo il pasto con gli altri compagni che chiamava fratelli, perché quello che riusciva a racimolare doveva spedirlo alla sua famiglia in Africa. Era così alto e magro da dare l’impressione di un arboscello che stesse per spezzarsi agli sbuffi del giorno.
I due ragazzi erano cresciuti col mito dell’Europa inculcato dai testi scolastici, sul Senegal gli insegnanti facevano leggere solo poche fotocopie, e così per i due giovani, come per tanti altri, il miraggio europeo di realizzare una vita migliore passava per l’emigrazione, unica possibilità di contrastare povertà e disoccupazione.
Per pagare il viaggio di sola andata i genitori fecero una colletta fra parenti, ma quando i ragazzi si videro buttati per strada, rimpiansero la loro Terra.
Dovevano, tuttavia lasciar credere che qui va tutto bene. Ormai non potevano più tornare, sarebbe stato ammettere un fallimento, e poi i parenti e tutta la comunità non avrebbero tollerato il rientro: avevano pagato il viaggio di sola andata.
Nel momento in cui riuscivano a guadagnare del denaro, lo inviavano alle rispettive famiglie in Senegal, certe che avessero incontrato la fortuna.
“ … ma a me non me ne importa…”
“Na nga fanaane?” (Come hai passato la notte?)
“… l’unica cosa è che la vita mia…”
“Jàmm rekk. Nu ngiy sant Yàlla” (Bene. Grazie a Dio).
“… ‘A gent’è strana”, continuava a dire la donna circondata dai suoi cani.
Ma nessuno la ascoltava, anche se lei parlava a una folla di interlocutori.



Atacama
Inchiostro Giallo
Inchiostro Giallo

Messaggi : 469

Vedi il profilo dell'utente

Tornare in alto Andare in basso

Re: Chupacabra

Messaggio Da Atacama il Mer 06 Giu 2012, 09:06


Buongiorno scrittori e poeti! Avrei, molto timidamente, una richiesta da avanzare
e cioè quella di commentare, tempo e disponibilità permettendo da parte vostra,
il racconto "Chupacabra". La mia intenzione è di partecipare al concorso (max. 40.000 daratteri) USAM su Scriptavolant verso la fine di questo mese. Grazie!

Atacama
Inchiostro Giallo
Inchiostro Giallo

Messaggi : 469

Vedi il profilo dell'utente

Tornare in alto Andare in basso

Re: Chupacabra

Messaggio Da nick mano fredda il Gio 07 Giu 2012, 19:41

ata, pure tu in scriptavolant? io sto nelle 400 colpe (che per adesso sono una cinquantina e non ho capito come faranno a diventare 400) il mio nick è bla... willbla
Wink

(poi leggo il racconto e ti dico)
avatar
nick mano fredda
Inchiostro Verde
Inchiostro Verde

Messaggi : 990
Località : Roma

Vedi il profilo dell'utente

Tornare in alto Andare in basso

Re: Chupacabra

Messaggio Da Atacama il Gio 07 Giu 2012, 19:58


ebbene sì, nick, anch'io in scripta col nome di nuance. stè colpe sono ancora cinquanta, mi sa che fra un paio d'anni se ne potrà parlare.
willbla però ora non lo rammento, intanto attendo il tuo commento
(come fa la pioggia con le biade non mietute )

Atacama
Inchiostro Giallo
Inchiostro Giallo

Messaggi : 469

Vedi il profilo dell'utente

Tornare in alto Andare in basso

Re: Chupacabra

Messaggio Da nick mano fredda il Ven 08 Giu 2012, 20:53

Più che un racconto sembra quasi un reportage... non saprei, come racconto mi sembra è un po' piatto, e con qualche divagazione di troppo (come quella del tizio dei 208 euro)... e se lo trasformassi del tutto in un reportage? per esempio, dando a ogni capitoletto un titolo con ora, luogo e tema, ad esempio il capitoletto iniziale: ORE 08.00, VIALE CARLO III: TUTTO PER IL PIL... ORE 08,30, SPERANZA AL PONTE: IL VERDE QUESTO SCONOSCIUTO... ecc ecc... ORE 12.00, UN MACACO ALLA ASL: 208 EURO?... ORE 12.30, IL SINDACALISTA: MAGNI TU E MAGNO IO... e così via... insomma io gli darei un taglio più da reportage... cioè da pseudo-reportage... cioè da reportage ironico... e in quel caso anche le divagazioni non guasterebbero


ps
a proposito, chupacabra sarebbe il pil? molto azzeccato!
Wink
avatar
nick mano fredda
Inchiostro Verde
Inchiostro Verde

Messaggi : 990
Località : Roma

Vedi il profilo dell'utente

Tornare in alto Andare in basso

Re: Chupacabra

Messaggio Da Atacama il Ven 08 Giu 2012, 22:20


Può essere un'idea, in effetti questo è parte dell'incipit del romanzo inviato a Io scrittore,
quindi si inserisce in una narrazione molto più lunga. Il mio intento è quello di mettere allo scoperto le contraddizioni di un tipo di organizzazione sociale basata esclusivamente sul profitto economico e la crescita del PIL uguale chupacabra, perdendo di vista l'etica dell'individuo.

Molto utile il tuo commento, grazie!

Atacama
Inchiostro Giallo
Inchiostro Giallo

Messaggi : 469

Vedi il profilo dell'utente

Tornare in alto Andare in basso

Re: Chupacabra

Messaggio Da Contenuto sponsorizzato


Contenuto sponsorizzato


Tornare in alto Andare in basso

Vedere l'argomento precedente Vedere l'argomento seguente Tornare in alto


 :: Vetrina Autori :: Opere :: Atacama

 
Permessi di questa sezione del forum:
Non puoi rispondere agli argomenti in questo forum