Breve testimonianza sulla poetica di Cesare Ruffato

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Breve testimonianza sulla poetica di Cesare Ruffato

Messaggio Da Atacama il Dom 03 Giu 2012, 12:28


Cesare Ruffato, padovano, uno dei maggiori poeti italiani contemporanei, conosciuto in Europa e nel mondo.
Laureato in Medicina, con libere docenze in Radiologia e in Radiobiologia, ha dedicato la sua vita alla ricerca scientifica alimentando, nello stesso tempo, la sua passione per la poesia, pubblicando numerose opere scientifiche e letterarie. Profondo conoscitore dell’uomo, nei suoi versi porta, come lui stesso afferma, la curiosità del suo essere, nel contempo, scienziato e letterato.
Per Cesare Ruffato, scienza e poesia corrispondono alle dimensioni naturale-scientifica e spirituale-metafisica dell’uomo e sono due mondi tendenti in armonia alla conoscenza e all’invenzione: la scienza si rivolge al reale, la poesia esplora l’imprevedibile e il sorprendente della sfera emozionale e continuamente si incontrano, si intersecano per dar vita a costruzione rigorosa e mito.
Per lui non c’è opposizione né separazione fra scienza e poesia, come per i filosofi greci del VI e V secolo a.C. i quali erano anche matematici, scienziati, astronomi, maestri e le loro intuizioni, derivate dall’osservazione unitaria dei fenomeni naturali, hanno anticipato di millenni conoscenze in seguito misurabili con tecnologie avanzate. E Platone nei suoi Dialoghi si riferisce alla medicina come ad un modello per la scienza e la filosofia. Non c’è opposizione, quindi, fra scienza e filosofia, fra scienza e poesia per i filosofi antichi. Al contrario il sapiente ha conoscenza profonda delle scienze umanistiche e delle scienze esatte.
La vita del poeta fluisce nella dedizione perseverante a queste due dimensioni inducendo una corrispondenza fra i due mondi rendendo possibile la fusione di elementi che si collocano in categorie diverse nella nostra cultura, inscenando un linguaggio adatto agli ultrasuoni dell’anima cosmica (sinestesie, sinopsie, audizioni cromatiche), mescidanza tra linguaggio scientifico, italiano colto, dialetto pavano, lingue classiche (latino e greco) e lingue straniere.
Nel dialetto pavano, espressione di un infantile lontano passato e fonte di rinnovata energia
: “ Energie vitali di sole e stelle” ( Sinopsìe, p.78), egli ritrova le sue radici e la quiete per una maggiore aderenza alle essenze delle cose in un momento di desolazione interiore. E mi giunge spontaneo l’accostamento a Cicerone che la tristezza dei tempi e la morte della figlia Tullia indussero a rifugiarsi nella sapienza, portando la filosofia dalle sue altezze speculative nella pratica di tutti i giorni, durante il periodo della sua vita dal 45 a.C. in poi, lasciando ai Romani un patrimonio filosofico su modello di quello greco, per richiamare gli animi alla virtù, all’onestà, all’amore di patria. Così Ruffato cerca e trova verità e pace nella poesia, nell’effrazione della parola, punti linee ed orizzonte dove cielo e terra “moinano di cortesia”.
Cesare Ruffato crede nel potenziale creativo e rigenerativo del dolore umano che dona energia critica e ci restituisce alla nostra essenza autentica. I suoi versi evocano umori di un tempo altro
: “i segreti umori dell’infinito” (Sinopsìe, p. 16), insieme ad un’ansia di ritorno all’unità con la sostanza primordiale, col Tutto universale: “Percolo nel reticolo ctonio mirabile/ della natura per assorbirne bioritmi/ ed assaporarne l’eco dei segreti/ cosmici intangibili irraggiungibili” (Sinopsìe,p.66) .
Il suo scopicosguardo penetra e seleziona le parole: “Continuo a cercare e scavare/ semi nelle parole”(Sinopsìe,p.46) e il linguaggio con lo stesso rigore che impiega per gli strati cellulari e la densità corpo-ombra. I suoi paesaggi, naturale e metafisico, sono scenari dove l’anima si espande senza limiti nel pianeta umano e si coniugano nel poeta in un nuovo disegno altro del mondo capace di modificare le coordinate geografiche e sostituirle con le linee di forza che detta il cuore : “Micellizzare l’infinito per goderne/ aneliti molecolari e l’ascolto/ di un alfabeto etico ecologico/ecosofico di superiore affettuosa/ umanità ad infinitum” (Sinopsìe p.21).
Il poeta è anche l’uomo profondamente addolorato e amareggiato per l’oscena belligeranza in atto e perseverante in nome di chissà quale verità, per le abissali differenze sociali che impoveriscono i ceti già disagiati costretti a raccogliere briciole da una tavola sempre più imbandita, e per un mondo ingiusto che divide l’umanità in due condizioni: una alle prese con la sua danza doviziosa, l’altra con la sua danza con la morte.
La sua opera Sinopsìe (Venezia, Marsilio,2002) include in sé tutti questi elementi umani, scientifico-letterari, poetici. Il grido di denuncia è soffocato nel dolore per la dubbiosa speranza se mai ci sarà una società più equa priva di scandalosi sprechi, in alcune sue poesie significative:
“Non viene chiesta l’opinione/ della silentesofia della celle/ dei chiostri delle mute depressioni/ sociali delle indigenze dignitose/… conscia che la pura felicità / appannaggio dell’inconscio soggettivo/ e collettivo non può appartenere/ all’orizzonte degli eventi d’un mondo/ tanto intriso lascivo economico/ permissivo di ricchezze spropositate/ e sfrenate e di miserie immense indicibili” (Sinopsìe,p.28).
I versi fluttuanti di struggente malinconia coinvolgono in essenze metafisiche, appagano la sete al limpido fiume universale: “Nel buio le sfumature viola/ delle spente attese si fanno/ esili penombra dell’angelo/ e dell’anima alla sua ricerca/ nel bosco della vita sospesa/ a tenue piuma di filo malinconico./Anche le parche tristi stanno/ a guardare in ascolto del brusìo/ mistico/…Negli affreschi che mi suggerite/ frequenti blocco e includo qualche/ mia cellula ribelle e nomade/ protesa ostinatamente ad inseguirvi/ frangendo pure il sipario d’orizzonte/ ove cielo e terra giocano sul filo/ e moinano di cortesia/ sull’avanzare nel vuoto (Sinopsìe p.34).
Vibrano di armonie sinestetiche: “Coglieremo sulle rive i ciclamini/ e i rari io delle nobili viole./Questo verde bouquet cortese/ sia per voi ecopoeticosofico/ e d’auspicio a rifiorire al mondo/ un po’ d’universale nostalgia/ di abbandono ai veri valori di vita/ ed all’intimità eletta dell’ascolto”(Sinopsìe,p.12).
Toccano in profondità corde ataviche in attesa: “L’amore come vuoto netto da colmare/ vezzo del nulla esacerbato/ offeso del tutto inconcludente/ seduto sulla riva del fiume/ all’alba in attesa della molecola/ fondante di vita e per assaporare/ l’arcobaleno bianco dei sogni/ e del silenzio in petali di pallidi/ cinnamomi appena dischiusi/ per lidi ameni del pensiero alato./ Dall’infinito si nasce per un viaggio/ con andata e ritorno” (Sinopsìe,p.96).
Va, inoltre, ricordata la particolare attenzione dedicata dal poeta al proprio dialetto padovano testimoniata dal volume Scribendi licentia (Venezia, Marsilio, 1998).
La non trascendenza del nostro tempo incontra la sua rappresentazione ironica nei versi del poeta Ruffato, nel ritmo frenetico che non concede tregua, proposto in cascata ininterrotta di immagini e metafore, simulando la schizofrenia sociale in atto.
Concludo questa mia breve testimonianza con una poesia, e la convinzione che la sua è un’opera pura: in essa e con essa il poeta si consuma di malinconia universale.


Torrente sgangherato balugina
scorro fra massi sassi strappi
politi dagli umori del tempo
mi contorco a valle di balze
in anse e gomiti di quiete
anguillo dolce la genomota
che mi avvolge e m’adduce
ultrascaglie dell’ittica anima
di fiumi universali
ove nuota la vostra voce altra
ricreata per giungermi linda
malinconia di vita ultrastanca.
Verso la foce mi approssimo eccedente
alla verità più vera accogliente
sia pure in diaspora molecolare
del pensiero del male.
Ma voi ormai ucroniche falde
aiuolatemi di petali e vocali
fecondatemi di alchimie filosofali
inflatemi di silenzi euristici
in attesa che vi allieti e compensi
l’ente della mia absentia.


Atacama
Inchiostro Giallo
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