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Messaggio Da Video il Ven 01 Ott 2010, 19:47

Proporzioni


Quanto è piccolo il mio mondo?
E' una domanda che mi sono posto spesso ultimamente. La malattia ha progressivamente ridotto i confini dell'universo nel quale opero. Luoghi che fino a pochi anni fa, sarebbero stati facili da raggiungere, sono ora inaccessibili, situazioni che avrei vissuto e sopportato imperturbabile, sono diventate insostenibili.
Guardo la gente intorno a me, ammirando la loro libertà e la loro apparente serenità. Da quanto tempo non sono come loro? Quando, di preciso, la paura ha cominciato a governare la mia vita?
Attacchi di panico. Tre piccole parole per un grande problema.
Improvvisamente il cuore inizia a battere all'impazzata, una sensazione di minaccia imminente ti attanaglia l'anima e lo stomaco. “Sono in pericolo!” penso “Devo fare qualcosa! Devo tornare a casa/da lei/al chiuso/all'aperto” quale che sia la situazione in grado di ridarmi tranquillità. La mente grida al mio corpo di sbrigarsi, che non c'è tempo da perdere, che potrei morire qui, da un momento all'altro, se non faccio cessare quest'agonia.
I sorrisi e la tranquillità delle persone che mi circondano, lungi dal confortarmi, aumentano il senso di solitudine e di estraneità. “Non mi possono capire. E se non possono capirmi non possono nemmeno aiutarmi” Sono solo. Solo e spaventato a morte.
Faccio un profondo respiro, mi guardo attorno e cerco di calmarmi.
“Sono dal panettiere” ripeto come in un mantra “A poche decine di metri da casa. Non può succedere nulla. E' solo la mia immaginazione”
Finalmente la donna davanti a me finisce i suoi acquisti. E' il mio turno. E' quasi finita. Faccio la mia ordinazione alla commessa, lei mi sorride meccanicamente e comincia a infilare il pane nella busta di carta bianca. Ancora una volta mi sorprendo per la reazione della gente. Com'è possibile che non abbia capito nulla? Il panico non traspare dal mio comportamento? Non ha notato il profondo terrore nei miei occhi?
Ma evidentemente è così, in fondo lo dice anche lei, che mi conosce bene, che è difficile capire dall'esterno quando sto avendo un attacco.
Ancora più solo.
Forse invece dovrei essere contento. Dovrei prenderlo come un fatto positivo, forse sono più forte di quello che credo.
Esco dal negozio e cammino verso casa, la crisi sta finendo, l'angoscia che mi stringeva in una morsa si è dissolta. Un sorriso compare sul viso, mentre stringo tra le mani il sacchetto del pane, tangibile trofeo, assegnatomi come premio per la mia impresa coraggiosa.
Chiudo dietro di me la porta di casa e mi siedo sul divano. Stravolto dalla fatica, come se fossi tornato da un'escursione sulla vetta di una montagna, e di nuovo penso:
“Quanto è diventato piccolo il mio mondo?”
Mi vengono in mente le parole di Einstein “Tutto è relativo”.
Quanto è vero. Ed è, forse, la parte più difficile di questa situazione. Mantenere le proporzioni, capire che la soluzione non è adattarsi al restringersi dello spazio, ma bensì continuare a spingere indietro le mura della mia cella. Capire che non mi sono ridotto anche io, non sono diventato meno di prima, ma, allo stesso tempo, stare attento a non vedermi gigantesco, un novello Gulliver nel paese dei lillipuziani, contenere il naturale egoismo ed egocentrismo che sorge spontaneo in questi casi, la spinta a riportare tutto a me, alle mie esigenze.
E' tutta una questione di proporzioni.
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