La bambina nata morta

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La bambina nata morta

Messaggio Da Annalisa il Mer 25 Apr 2012, 13:15

La bambina nata morta


Cammino lungo la strada che porta al mio ufficio, stringo nella mano sinistra la ventiquattro ore nella quale ho riposto il mio tablet, grazie al quale svolgo tutte le attività che facevo quando avevo entrambe le braccia.
Me ne vado piano, quasi contando i miei passi, intorno a me tutti si muovono freneticamente ed io mi sento come una lumaca. Sono un bel ragazzo, alto, robusto…triste. Molti dicono che sono triste perchè non ho la fidanzata, per i lutti della mia famiglia o perché non so essere contento della vita; qualcuno dice addirittura che sono stupido perché da quando quell’incidente aereo mi ha portato via il mio arto destro, non ho mai voluto farmelo trapiantare. Mi hanno portato anche in una clinica, una costosa clinica, dove mi hanno mostrato una serie di braccia adatte a me; io gli ho dato un’occhiata veloce e me ne sono andato. Sono braccia di uomini morti…di uomini nati morti! Ho preferito educare il mio arto sinistro che tenere attaccato a me un qualcosa che ha tanto sofferto, preferisco star male per il mio dolore.
Sono diverso e tutti mi guardano con occhi strani, sono me stesso e tutti mi osservano con sguardi a me estranei, sono io così come sono e gli altri mi chiamano l’alieno. Eppure, niente di tutto ciò mi dà peso, nulla di tutto ciò mi dà dolore o è in grado di spostarmi dalla mia strada e tutto questo da quando ho conosciuto la storia della bambina nata morta.
Allora avevo dodici anni, abitavo con la mia famiglia sulla collina del mio paese natale ed ero un ragazzo tranquillo, nella norma; il giorno del trasloco mia madre mi disse di andare in giardino per dire a mia sorella che era molto tardi.
Presi il mio pallone e palleggiando mi recai accanto all’albero di mele, mi fermai e vidi Marilù inginocchiata vicino al tronco; sempre palleggiando mi avvicinai, lei aveva i suoi lunghi capelli neri sciolti sulle spalle, stringeva nella mano destra una foto e se ricordo bene, aveva anche qualche lacrima che scendeva sul viso.
Avvicinandomi di più a lei, le dissi - E’ una tomba?…Ci hai seppellito una bambola di quando eri piccola?…Però non credo sia il caso di piangere.
Lei si voltò verso di me e vidi che non aveva solo una piccola lacrima sul viso, i suoi occhi erano inondati dal pianto; ammutolii improvvisamente, Marilù stava soffrendo. Le chiesi il perché, lei non voleva parlarmene, diceva che ero troppo piccolo, ma io m’impuntai e lei mi raccontò la storia della piccola Sofia.
Sofia aveva cinque anni; un giorno stava seduta sul suo morbido e rosa lettino, aveva i capelli ricci ricci e raccolti in due codini, muoveva il piedino avanti e indietro e pettinava la sua bambola. Era vestita a festa, indossava un bellissimo abitino bianco con voilà e pizzi, ai piedi aveva delle scarpette sempre bianche con sopra una scritta in rosa e profumava come un confetto. Marilù se ne stava seduta davanti a lei, la osservava e non diceva una parola; in fondo, la piccola Sofia non le aveva mai dato un gran da fare.
- Adesso faremo un bel viaggio, - diceva la piccola alla sua bambolina - andremo in un bel posto dove, ha detto mamma, ci sono tanti bambini come me, dove si gioca tutto il giorno e là non si deve andare a scuola e non si devono fare tutte quelle cose noiose che si fanno qui.
Qualche minuto dopo entrò Carolina, la madre della piccola, Marilù si alzò dalla poltrona, le si avvicinò e le chiese - Si deve proprio fare?
La donna, con sguardo severo rispose - L’ho sapevi quando ti ho assunta, cosa ti dissi allora?…Non è veramente lei…quelli come lei non hanno anima, sono involucri, pari ad una macchina. Te lo dissi che non dovevi farti sopraffare dal suo aspetto umano.
Carolina si avvicinò alla figlia e allungò la mano dicendo - Dai tesoro, vieni, è tardi!
Sofia scese dal letto, si aggiustò il vestitino e diede la mano alla madre; le due si avvicinarono verso la porta per lasciare la stanza, poi Carolina si voltò verso mia sorella ed esclamò - Andiamo?
Marilù prese le due borse preparate prima, su una c’era un fiocco rosa, sull’altra un fiocco verde, li aveva messi per non confondersi; quando le afferrò sembrava una morta.
Uscite nel cortile, dove Bartucci, il padre di Sofia, aveva preparato l’auto, mia sorella si sentiva male; con un pianto smorzato in gola disse - Io non ce la faccio!
- Ma cosa dici? - le chiese con rimprovero Carolina - Lei avrà bisogno di te, non dimenticare che ritorna a casa dopo molto tempo, avrà bisogno di tutti noi.
Marilù si sedette in auto, accanto a Sofia; continuava a stare in silenzio, la piccola allora le diede la mano e le disse - Perché sei triste, nel posto dove andiamo si sta bene, ci si diverte tanto tanto!
- Si, hai ragione, - rispose mia sorella - andiamo a divertirci.
- Anche Giovanni, il figlio della vicina, è andato lì, l’altro mese, solo che non ricorda nulla!…Perché, mamma, non ricorda nulla? - chiese la piccola.
- Non lo so. - rispose la donna con distacco.
Marilù non sopportava Carolina, non sopportava quella freddezza dei due genitori; come potevano credere, dopo due anni che l’avevano tenuta con loro, che quella dolce creatura non avesse un’anima? Le avevano detto che aveva solo ricordi, ricordi non suoi e che la bambina li usava come un computer usa i dati al suo interno. Mia sorella non riusciva ad accettarlo.
Carolina guardò il marito e sorridendo disse - Finalmente l’hanno ritrovata!
- Si tesoro e stasera tornerà a casa con noi. - rispose l’uomo.
L’auto dei Bartucci correva sulla strada che portava al nord; i semafori non esistevano da anni, erano rimpiazzati da tutori elettronici della circolazione. Non esisteva neanche il pedaggio autostradale, le auto attraversavano pannelli sensoriali che registravano l’intero percorso della vettura e alla fine di ogni mese arrivava il conto a casa.
Giunti di fronte ad un grosso edificio a vetri, Carolina scese dall’auto e invitò mia sorella a fare la stessa cosa; Marilù prese la bimba in braccio e disse che voleva fare il percorso così, con lei fra le sue braccia.
- Non vuoi proprio capire, vero? - le disse la madre della bambina - Beh…spero che saprai dare lo stesso amore anche a quella vera!
Marilù non rispose e s’incamminò verso quell’edifico che per anni è rimasto impresso nella sua mente. Tutti e quattro furono fatti accomodare in una sala dove c’erano altre persone e attesero il proprio turno. Poco distante da loro un uomo cominciò ad agitarsi, voleva andare via, si dibatteva fra le braccia degli infermieri che cercavano di sedarlo.
- Mammina, - disse Sofia alla madre - perché quella persona fa così?
- Perché in questo posto vengono anche le persone malate per essere curate e lui ha paura.
- E perché ha paura, non sa che lo vogliono aiutare?
- …Non ti preoccupare, gli passerà…gioca con la tua bambolina.
- Mammina, quanto tempo staremo qui?
- Ancora dobbiamo iniziare e già vuoi tornare a casa?
- Mi manca la mia stanza.
Marilù sentiva una forte tensione allo stomaco, guardava da un’altra parte per non far vedere il pianto e intanto, con la coda dell’occhio, vedeva un bambino di circa dieci anni che veniva accompagnato nella stanza diciotto, quella dove doveva andare anche la piccola Sofia.
Qualche minuto dopo arrivò il dottor Frans; l’uomo fece segno ai Bartucci di avvicinarsi e a mia sorella di tenere la bambina, Marilù lo guardava come se volesse ucciderlo solo con lo sguardo.
- Tutto bene? - chiese il medico ai due genitori.
- Dottore, - rispose Carolina - lo so che sono privi di anima, ma mi garantisce comunque che non soffrirà?
- Stia tranquilla, non siamo dei mostri…Si spegnerà molto dolcemente.
- E la mia bambina?
- Appena finito con lei, vi porteremo dalla vostra Sofia.
- Come sta?
- In salute, sta benissimo, bisogna lavorare molto a livello emotivo, sapete, dopo due anni lontana dai suoi genitori.
- I rapitori sono stati interrogati, hanno detto perché l’hanno rapita? - chiese Bartucci.
- L’avevano venduta a dei nomadi che mandavano i bambini in giro a chiedere l’elemosina.
- Dottore, - disse Carolina - voglio conoscere la donna che l’ha riconosciuta!
- Certamente!…Certo, deve essere un miracolo per voi che la credevate morta sapere che è viva e che sta bene.
- Oh si dottore, per quanto vengano rimpiazzati dai loro cloni, non è mai la stessa cosa.
I Bartucci ritornarono a sedersi, mentre altre tre persone si alzavano e si avvicinavano al medico, uno di questi seguì il dottore chiedendo - Ci vorrà molto, perché devo andare a lavoro!
- Non si preoccupi, faremo presto e soprattutto lei non sentirà nulla.
- Grazie dottore, anche se non mi dà alcun dolore, sapere di avere un ernia un po’ mi secca!
Marilù guardava la scena e sapeva che quel poveretto non sarebbe più uscito da lì, poi osservando i genitori della piccola, disse - E se lo fossimo anche noi e se un giorno ci dicessero che dobbiamo farci curare un ernia?
I due la guardarono; il marito di Carolina rispose - Se provi dei sentimenti, sai di non esserlo… Sono loro che non sentono nulla.
Qualche minuto dopo arrivò un’infermiera che disse - Avanti Sofia, sei pronta?
- Dove dobbiamo andare? - chiese la piccola.
- Sai tesoro, - rispose la madre - i bambini devono dormire un po’ prima di partire.
- Perché poi si stancano subito di giocare?
- Esatto, non dimenticare la tua bambolina.
Marilù si abbassò verso Sofia, l’abbracciò forte a sé e non aveva il coraggio di lasciarla, piangeva ma non voleva farlo vedere per non preoccupare la bambina; i Bartucci la rimproveravano con lo sguardo, poi l’infermiera prese la piccola, mentre i genitori del ragazzo di prima lasciavano l’edificio con il figlio.
Marilù non smetteva di piangere, Bartucci le diceva di piantarla subito e che era una stupida, ma mia sorella si allontanò di qualche metro.
- Dove stai andando? - chiese Carolina.
- Non ce la faccio...
- Ma sarà come avere lei.
- Io vado...
- Se vai via sei licenziata!
- Va bene!
Marilù voltò le spalle e corse verso l’uscita, mentre Sofia spariva dietro la porta diciotto; il dottor Frans fece sedere la piccola su un letto e le disse - Che bella bambolina che hai! - poi prese una siringa e la bambina chiese - Cosa mi fai?
- E’ una cosa che ti aiuterà a dormire meglio. - rispose l’uomo.
Il medico le si avvicinò e le infilò l’ago nel braccio, Sofia lo guardò e disse - Ho paura.
Mia sorella non fece più ritorno nella casa dei Bartucci, ogni volta che camminava per strada evitava sempre di prendere la via dove si trovava l’abitazione e fu per quello che cambiammo città: quel ricordo la faceva stare troppo male. Sotto l’albero Marilù aveva seppellito il fiocco verde ed una scarpina della piccola.
Andammo via, sembrava come andare via dall’inferno; io non parlavo, quella storia mi aveva colpito profondamente e non parlai per i successivi giorni. Per questo compresi il gesto di mia sorella quando decise di andarsene via; lei sconterà questo suo atto con Dio, ma se io stavo male solo per averla sentita quella storia forse lei era già morta.
Ci sono giorni in cui, guardando i miei colleghi, mi chiedo - E se questa persona al mio fianco non è la stessa di ieri e se io stesso sono un clone?
L’uomo ha rimpiazzato il dolore con “degli esseri di ripiego”, così li chiamano, ed ha mentito a sé stesso dicendo che questi cloni non hanno anima, ma quando per un puro miracolo qualcuno torna a casa, queste persone, che ci hanno aiutati a non piangere, fanno la stessa fine di Sofia, diventavano pezzi di ricambio. Non ho mai saputo cosa hanno fatto di lei, ma ogni anno ritorno sotto l’albero a pregare per la sua anima perché mi si può dire qualsiasi cosa, ma quella bambina aveva un’anima! Voglio restare con il mio pezzo di braccio mancante e non voglio incontrare la vera Sofia…temo che proverei per lei un sentimento ch’ella non merita.
Adesso sono qui, nel mio ufficio a bere del caffé; guardo dalla finestra il viavai delle persone in strada e mi chiedo - Chi, fra loro e noi, è privo di anima?

Annalisa Caravante

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Inchiostro Giallo
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